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La mera superficie: su “Avere tutto” di Marco Missiroli

La trama di Avere tutto,il nuovo romanzo di Missiroli edito da Einaudi, è semplice e si sviluppa intorno a uno degli eventi fondativi dell’esistenza individuale: la morte del padre. Sandro, il protagonista, è un pubblicitario quarantenne che vive a Milano, precario, brillante, con il vizio patologico del gioco d’azzardo, che torna nella sua Rimini per assistere agli ultimi mesi di vita del padre, Nando. Il romanzo è articolato in tre parti, che seguono una scansione puramente temporale e isolano i tre momenti chiave dell’intreccio. Nella prima parte il figlio torna a casa per il compleanno del padre, e – ignaro della sua malattia – ristabilisce con lui un legame forte e compassionevole, condizione essenziale per lo svolgimento melodrammatico delle due parti successive. La seconda sezione è infatti interamente dedicata alla malattia di Nando, e al dolore impotente del figlio che con ritrovata pietas filiale assiste, inerme ma partecipe, all’agonia paterna. L’ultima parte è dedicata a ciò che accade nella vita di Sandro dopo la morte del padre, che, ovviamente, segna un punto di non ritorno e di evoluzione virtuosa del protagonista: questi infatti, incapace di maneggiare l’improvvisa libertà dell’orfano (un orfano quarantenne, ma non per questo adulto), decide di sottostare alla legge del padre proprio quando questa parrebbe dissolversi, e di abbandonare, in una scena madre che non si può definire altrimenti che stucchevole e teatrale, il «vizio» del gioco.

Per sorreggere questo impianto esilissimo, Missiroli costruisce l’intera narrazione sull’opposizione ossessiva di presente e passato, che si alternano in blocchi di testo separati da un bianco tipografico, conferendo al romanzo un ritmo sincopato e a singhiozzo. Il racconto al presente è continuamente interrotto da frammenti del passato, giustapposti talvolta per assonanza, talvolta per metonimia, talvolta con funzione didascalica, ma la maggior parte delle volte senza una ragione apparente. I lacerti del passato, come può facilmente far supporre il tema parentale del romanzo, riguardano soprattutto la storia familiare del protagonista, i suoi ricordi di infanzia, snodi centrali di un epos privato, piccoli traumi quotidiani. Ma, accanto a queste rievocazioni dell’infanzia, ampio spazio viene riservato, in una contrapposizione manichea piuttosto evidente, al racconto delle innumerevoli partite a poker del protagonista, che contribuiscono a formare una fenomenologia del gioco d’azzardo insistita e prolissa. Ma non è questo il solo leitmotiv del romanzo. Uno degli elementi ricorrenti è infatti il gioco mentale che il protagonista sottopone agli altri personaggi: cosa farebbero con un milione di euro in più e un numero variabile di anni in meno? Il gioco vorrebbe essere un ingegnoso pretesto narrativo per svelare l’essenza profonda dei personaggi, facendo emergere i loro desideri e i loro rimpianti, ma manca il suo obiettivo, in quanto le risposte non fanno altro che confermare ciò che il lettore già sa dei personaggi, senza introdurre elementi di scarto o di imprevedibilità.

Nel romanzo, in effetti, tutto avviene in superficie, e solo in superficie si muove la scrittura di Missiroli, impuntata su una paratassi esasperata, spesso nominale, che interdice qualsiasi velleità di indagine profonda. A questa semplicità sintattica corrisponde una costruzione unidimensionale dei personaggi, che – appiattiti suoi loro ruoli – faticano a ritagliarsi un’esistenza autonoma e libera dagli schemi precostituiti dall’intreccio. Questo appiattimento è tanto più evidente nei personaggi secondari, gli amici di Sandro, la sua ex-fidanzata, la sua nuova fiamma Bibi, don Paolo: sono tutte figure prive di spessore, mere funzioni del protagonista. E non molto diverso è il trattamento riservato ai personaggi principali del romanzo (che si riducono, a conti fatti, al protagonista Sandro e il padre Nando). Non si può dunque definire altrimenti che paradossale la citazione di Peter Handke posta in esergo al romanzo, che recita «Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me», salvo ipotizzare un valore antifrastico rispetto al contenuto del libro. In Avere tutto, infatti, i personaggi sono assolutamente trasparenti al lettore, ma anche a sé stessi e agli altri. Tutti sono a conoscenza del «vizio» del protagonista e in poche pagine si scopre che le misteriose sortite notturne del padre si concludono semplicemente in un locale in cui si balla musica country: non c’è nessun segreto, non c’è nessun conflitto, ogni cosa è priva di attrito e di ombre, in quanto anche l’oscurità è portata alla luce e spiattellata al lettore. C’è una scena, nelle prime pagine, che è figura emblematica dell’intero romanzo: Sandro bambino si nasconde, e aspetta trepidante il momento in cui verrà cercato e chiamato con apprensione dai genitori. Il desiderio di segretezza cela maldestramente il desiderio di essere scoperto, e – come voleva Hofmannsthal – la profondità tenta davvero di nascondersi alla superficie, ma non ci riesce, o ci riesce malamente.

Le esistenze dei personaggi cercano di sopperire alla mancanza di profondità e alla assoluta assenza di attrito ancorandosi ad alcuni eventi che, per antonomasia, vorrebbero assurgere a snodi simbolici delle esistenze dei personaggi, ma si rivelano essere allegorie vuote, che rimandano solo a sé stesse: così «le pesche cardinale» dovrebbero rappresentare lo snodo in cui il destino di una vita subisce una svolta imprevedibile, «la notte dei cowboy» è il momento della rivelazione, «l’inciampo» è il fallimento, la vergogna da evocare ma da non nominare.

In questo senso anche l’evento cruciale dell’intero romanzo, su cui si accumula tutto il pathos della narrazione, vale a dire la morte del padre, non riesce a farsi carico di un significato pregnante, non diventa simbolo ma solo strumento della redenzione del figlio, fornendo il pretesto per un epilogo patetico, didascalico e vagamente moralistico. Vale la pena soffermarsi brevemente su questa conclusione, che dà la misura dell’intero romanzo. Dopo la morte del padre, Sandro si organizza per partecipare a un tavolo di poker, e prima di parteciparvi prende in mano le carte da briscola del genitore, per leggervi il futuro come faceva la madre. L’esito di questa azione è duplice: dal mazzo esce un bigliettino, su cui c’è scritto semplicemente «Amaracmànd» – mi raccomando – estrema ammonizione del padre morente, che ha preveduto le mosse di Sandro e lo mette in guardia dal suo «vizio»; ma nonostante ciò le carte, interrogate, danno un responso chiaro: questa sera vincerai. A questo punto il lettore può immaginare facilmente quale sarà l’esito della serata: l’ammonizione paterna non può che inibire il figlio, il quale, abitato dall’interdetto paterno, abbandona con gesto eclatante il tavolo da gioco, dando ragione alla previsione delle carte. La rinuncia al gioco è – moralisticamente – la vittoria, il superamento del negativo in una dialettica spicciola e non particolarmente originale.

Avere tutto è insomma un libro innocuo, che procede – assecondato da una prosa piana e facile – su una traiettoria lineare, in cui la divisione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è netta ed esposta attraverso contrapposizioni superficiali e non problematiche. È un romanzo ambizioso che manca però il suo obiettivo, resta bloccato sulla mera superficie, senza riuscire a creare un autentico conflitto: vorrebbe avere tutto, alla fine gli resta in mano ben poco.


M. Missiroli, Avere tutto, Torino, Einaudi, 168 pp., € 18.