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Valerio Evangelisti, tra Inquisizione e pulp

A qualche mese dalla scomparsa di Valerio Evangelisti, il dibattito sulla sua figura è sempre aperto e in continuo approfondimento. Narratore, saggista, attivista politico, Evangelisti ha segnato il percorso della letteratura “di genere” in Italia, e lo ha fatto in un modo talmente esteso e capillare che è praticamente impossibile, in tutti i settori narrativi un tempo marginalizzati – fantascienza, fantasy, horror e così via – non imbattersi nel suo lavoro. Se oggi in Italia questi generi letterari godono di maggiore considerazione è grazie anche al lavoro di Evangelisti, la cui intera carriera è un monumento alla costanza, all’invenzione e allo scavo nelle possibilità di una narrativa che voglia travalicare e mettere in discussione il concetto stesso di realismo.

Le storie di Evangelisti sono sempre, infatti, storie verosimili. Le vicende sono spesso ricche di colpi di scena e di svolte avventurose, tanto nelle ambientazioni storiche quanto in quelle di invenzione; ma anche nei momenti più sopra le righe, e soprattutto nelle situazioni incentrate sull’irruzione del soprannaturale nel narrato, la costruzione del racconto non rinuncia mai alla coerenza.
Evangelisti stupisce stando al gioco, senza “barare” con i rivolgimenti improbabili che talvolta popolano la letteratura di genere: le regole che permettono a spiriti ed entità biomeccaniche di manifestarsi sulla scena aderiscono a una logica interna, fondata su una certa presentazione del contesto e che non ammette mai l’impossibile. E questo non solo per una forma di amore nei confronti dei mondi narrati – Evangelisti, storico di formazione, ricostruiva con cura certosina i luoghi e i tempi del passato, riempendoli di dettagli – ma anche per una precisa cognizione del realismo, che deve coinvolgere il lettore immergendolo in un mondo basato su regole diverse dalle nostre, non per questo assurdo o incomprensibile.

Anche le storie più improbabili, che siano ambientate nel passato medievale o nei futuri distopici, devono essere realistiche – nel senso che ciò che vi accade dentro aderisce a quel preciso paradigma di realtà, per dirla con le parole del critico Lucio Lugnani.
Proprio per questo, qualsiasi discorso sulla scrittura di Evangelisti è un discorso sulla società letteraria italiana – tradizionalmente segnata da un “complesso del realismo” – da lui reso vivo con i tanti interventi pubblici e con l’attività incessante e appassionata su Carmilla, rivista online di cui era fondatore e direttore e che ha sempre mantenuto attivo il dibattito su temi culturali e sociali. Anche nelle storie non di genere e prive di elementi soprannaturali, Evangelisti ha continuamente intavolato una riflessione sulla nostra concezione del reale, delineando contesti storici e umani lontani dal presente ed evidenziandone le differenze e soprattutto le somiglianze con la nostra epoca.

In questo c’è un intento eminentemente – e inevitabilmente – politico: Evangelisti si muoveva in direzione opposta rispetto a un certo tipo di letteratura contemporanea, incentrata unicamente sulla narrazione dei sentimenti e delle psicologie. In un pezzo scritto nel 2000 per Le monde diplomatique (che riporto nella traduzione italiana di Marco Malvestio presa in prestito dal suo bell’articolo su Doppiozero), Evangelisti dice che:

La globalizzazione dell’economia, l’egemonia delle tecnologie di informazione e comunicazione, il potere della finanza immateriale, le nuove forme di autoritarismo generate dal ruolo dominante dei sistemi di comunicazione – tutte queste cose paiono avere lasciato indifferenti gli scrittori “alti”, almeno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare non essere cambiato affatto. Le trame sono prevalentemente “intimiste”, centrate su psicologie individuali e relazioni personali; potrebbero essere ambientate cinquant’anni fa o tra cinquant’anni. Amori, passioni e tradimenti sono condotti in una luce soffusa che odora di talco e polvere. Ci sono eccezioni, certo, ma restano isolate, e non cambiano il quadro generale del loro fedele minimalismo.

L’opera di Evangelisti non ha dunque intrecciato narrativa e politica; ha semmai voluto rendere evidente il legame implicito che le unisce da sempre, e che non è possibile mettere semplicemente da parte. Una letteratura che si astenga dal discorso sul tempo, sul progresso e sul regresso delle società umane è una letteratura che, alla lunga, non riesce a dire nulla o addirittura perde il desiderio di comunicare.
Il dialogo e la riflessione invece sono l’anima – insieme a una fondamentale base di senso dell’avventura – di ciò che Evangelisti ha fatto confluire nei suoi libri. Lo ha dimostrato con i cicli narrativi dedicati ai pirati di Tortuga e alle lotte sindacali negli Stati Uniti; lo ha dimostrato con le storie sulla rivoluzione messicana e con i western dalle tinte soprannaturali; e lo ha dimostrato, naturalmente, con il ciclo narrativo incentrato su Eymerich.

In effetti, se si dovessero elencare i personaggi più notevoli, affascinanti e d’impatto della narrativa italiana recente sarebbe difficile non citare Eymerich. Archetipo dell’inquisitore inflessibile e infervorato, personalità tormentata tra una fede assoluta e le inevitabili irresolutezze umane, nell’arco dei tredici romanzi del suo ciclo narrativo (al quale si aggiungono vari racconti) la figura di Eymerich diventa una calamita per il lettore, che non può non restare affascinato dalle sue avventure sempre in bilico tra lo storico e il finzionale, tra il realistico e l’impossibile.

Basato su un inquisitore realmente esistito, Eymerich riecheggia con i suoi modi e la sua mentalità una precisa concezione del medioevo e del potere esercitato dalla Chiesa. Esprime l’idea dell’Inquisizione come di un’istituzione coercitiva e violenta, e nonostante negli ultimi tempi la ricerca storica abbia posto dei dubbi sulla legittimità di questa visione, Evangelisti l’ha portata avanti scientemente, come scrive Alberto Sebastiani in un articolo su Treccani Magazine, riprendendo lo stesso autore:

Evangelisti, storico di formazione prima che scrittore, ha spesso attaccato questa storiografia considerandola revisionista, definendo l’Inquisizione un «tribunale coercitivo che non mirava a umiliare i corpi, bensì a piegare il libero pensiero. Madre, in ciò, di tutti i totalitarismi che le sarebbero succeduti, fino ai giorni nostri.

Eymerich risulta sostanzialmente un “cattivo”. È inflessibile e talvolta crudele, tanto da ammettere l’uso della tortura e della condanna a morte, e in certi casi protagonista di violenze in prima persona. Non si fa scrupoli a sacrificare gli altri per i propri fini, vedendoli come strumenti al servizio di un bene superiore di cui lui stesso è il vicario e l’esecutore. Un antieroe, certo sempre in tensione con i propri criteri morali – che talvolta lo portano in profonda crisi con sé stesso – ma che infine rappresenta il lato più brutale, intransigente e autocompiaciuto del Potere. E il fatto che lui sia il protagonista dei romanzi ha la funzione specifica di instillare un conflitto nel lettore, dividendolo tra l’attrazione per una figura incredibilmente carismatica e la repulsione per un modo di vedere il mondo che è inconciliabile col presente e probabilmente anche con il passato.

Torniamo dunque a quanto abbiamo detto più sopra: Evangelisti non rinuncia mai alla storia, intesa come dibattito implicito ed esplicito sul contesto socioculturale; la esige, la pretende e la rappresenta, e nel farlo fa emergere la carica politica dell’atto stesso del narrare. La sua visione sarà sempre “di parte”, e questo risulta anche negli specifici temi che sceglie di affrontare: ad esempio in Cherudek(1997), tra i romanzi più noti – e onirici – del ciclo di Eymerich, fra eserciti di morti viventi e visioni di angeli in sella a cavalli giganteschi è comunque sempre in scena il legame tra lotta di classe e credo religioso, con gruppi di disperati che cercano in un culto eretico l’occasione per un riscatto sociale. La narrazione oscilla di continuo tra momenti avventurosi, nei quali lo stesso Eymerich è in pericolo di vita, e momenti di pura riflessione dottrinale, attraverso cui si mettono in gioco le fondamenta e i valori di un certo pensiero coercitivo.

A Evangelisti, però, non interessava semplicemente far riverberare nel passato i conflitti del presente. La connessione tra storia e politica non è mai una semplice questione di attualizzazione dei secoli passati.
La struttura narrativa eymerichiana, infatti, oltre a un tempo narrativo con setting medievale, ne prevede quasi sempre anche uno nel nostro presente e uno nel futuro. In quest’ultimo Evangelisti porta all’estremo la riflessione politica, speculando sulle sorti della globalizzazione, del capitalismo e dello stesso concetto di umanità. Ad esempio in diversi romanzi di Eymerich si fa riferimento a una pandemia di anemia falciforme che devasta l’intera popolazione umana; nell’antologia Metallo urlante invece troviamo epidemie nate nel medioevo e che stravolgono la società del nuovo millennio, conducendo a una forma di transumanesimo (gli esseri umani si fondono con parti di metallo senziente) e a guerre razziali e religiose.

Passato, presente e futuro sono strettamente connessi, e ogni singolo pezzo narrativo evoca l’interdipendenza tra le azioni di oggi e le conseguenze del domani.                           
In questo aspetto, l’opera di Evangelisti non si limita a una oculata scelta tematica. Il connubio di storia e politica si manifesta anche a un livello più sottile, nel campo della lingua. Le storie infatti ricorrono ad un armamentario lessicale molto vasto e multi-linguistico, che ha il duplice compito di immergere la vicenda nel contesto storico-culturale di turno e di far emergere i contrasti e le complessità – inevitabilmente connesse, come si è dimostrato palesemente nella nostra contemporaneità, alle scelte del linguaggio di ogni giorno.

Sebastiani sottolinea che:

Eymerich personaggio finzionale porta con sé il sapere della sua figura reale, a cui Evangelisti attinge portando così in scena il conflitto per il potere, che passa attraverso il controllo dei corpi e dell’immaginario, anche con strategie retoriche precise.

Evangelisti è in effetti molto attento con i riferimenti a testi precisi, che non potevano mancare nel bagaglio culturale di un inquisitore del quattordicesimo secolo; e se i testi di patristica sciorinati da Eymerich anticipano il funzionamento di macchinari avveniristici, e le profezie del passato si intrecciano con le apocalissi a venire, è anche vero che il confronto con la teologia e la scienza medievali implicano una riflessione sulle certezze del nostro presente e sul nostro modo di raccontarle.

Ad esempio in Nicholas Eymerich, inquisitore (1994)si ritrovano gli stessi termini usati nel Directorium, un manuale di prassi inquisitoriale del XIV secolo redatto dall’autentico Eymerich (riedito nel 2000 con un’introduzione dello stesso Evangelisti); le espressioni prese dal latino, dal catalano e dall’ebraico non servono semplicemente a ricreare il contesto linguistico dell’epoca, ma è il loro essere messe in bocca ad Eymerich a delineare chiaramente l’esercizio del controllo attraverso la lingua. L’inquisitore, figura giudicante assoluta, deve fungere da centro di confluenza linguistica, deve conoscere gli idiomi e di conseguenza i pensieri, per estendere in modo più capillare il proprio potere. Allora come oggi, appropriarsi delle parole e imporle sull’altro è una manifestazione gerarchica, la base della narrazione – e ingiunzione – della propria realtà.

Nel caso di Eymerich, poi, Sebastiani collega questa precisione filologica al genere della fantascienza. La fedeltà del personaggio Evangelisti ai testi medievali sarebbe da ricondurre al processo fantascientifico di partenza da fonti scientifiche:

Nella fantascienza siamo abituati all’uso di testi scientifici come fonti, anche citate esplicitamente, da cui si proiettano mondi possibili. Ciò avviene anche in questo caso. Il Directorium è infatti un testo a suo modo, paradossalmente, “scientifico”, costruito razionalmente sulla base di studi ed esperienze, che offre un quadro teorico (teologico) e una casistica “documentata”, nonché soluzioni a problemi concreti, come le strategie retoriche adottate dagli eretici. Il fine, inteso come bene comune, è – sempre paradossalmente – il controllo dei corpi e delle menti.

La fantascienza, forse più di altri generi “fantastici” (il fantasy e l’horror) partirebbe da dati oggettivi, anche quando essi sono costruiti su una oggettività desueta come quella dei manuali inquisitoriali. In questo senso si dimostrerebbe come la fantascienza di Evangelisti consista in un atteggiamento letterario inevitabilmente politico: certamente specula sugli sviluppi di ciò che è ritenuto oggettivo in un dato spazio e una data epoca, ma al contempo ne mette in discussione gli assunti di base. Noi leggiamo Eymerich sapendo che le sue basi di partenza – spesso testi di teologia – sono, ai nostri occhi, sbagliati o antiquati; eppure lo seguiamo nel suo modo di ragionare, scopriamo le sue contraddizioni e inevitabilmente le ritroviamo in noi stessi. Ad esempio in Il corpo e il sangue di Eymerich (1996) l’inquisitore persegue in modo fanatico un culto eretico basato sul sangue, ma è proprio da quel culto che originerà un’epidemia nel nostro presente; e qui la fantascienza non è soltanto speculazione, ma autentico sabotaggio dei nostri sistemi di comprensione del mondo.

Al contempo ricondurre il ciclo di Eymerich – e direi di riflesso l’intera opera di Evangelisti – alla “sola” fantascienza potrebbe non bastare. Nel combinare queste storie così complesse e vivaci, l’autore ha attinto non ad un unico immaginario, ma a tutta una serie di universi – letterari e non – che riverberano in rimandi evidenti o sotterranei alla cultura pop. Per definirle allora non potrà mai bastare un unico genere, a prescindere dalla sua aderenza al reale.

Quanto abbiamo visto sui procedimenti formali usati dall’autore dovrebbe farci riflettere proprio su questa eventualità. Per Evangelisti la narrazione è storia politica e l’aspetto retorico, che comprende in sé la questione del genere, non può che problematizzare lo stesso concetto di realismo letterario.
Come abbiamo detto più sopra, il realismo, inteso come profonda riflessione sulla realtà, può (talvolta deve) partire da uno stravolgimento degli assunti di base della realtà stessa. Cosa che certamente avviene nella fantascienza, certo, ma che non è estranea a tanti altri modi di fare narrativa, come nel caso del fantasy, dell’orrore soprannaturale e non, e così via. Marco Malvestio evidenzia che:

le storie di Evangelisti sono sempre state all’intersezione tra fantascienza, horror, gotico e fantasy. In effetti, la qualifica che davvero farebbe al loro caso sarebbe quella di slipstream: un “genere” di letteratura fantastica, se così lo si può chiamare, che si definisce proprio dall’intersezione tra generi diversi. Pensiamo al primo romanzo di Eymerich, in cui l’indagine di un inquisitore del Trecento è messa in parallelo a degli esperimenti scientifici nel nostro presente e a un viaggio interstellare nel lontano futuro: un libro che sembra scritto apposta per complicare le nebulose di significati che tendiamo ad associare a determinati generi.  

Oltre tutte le etichette e le classificazioni, dunque, sembra emergere principalmente l’intento di raccontare il reale. Forse come in un negativo fotografico, o attraverso una prospettiva diacronica, ma pur sempre il reale, attraverso gli strumenti narrativi più bistrattati (almeno, in Italia, fino a qualche anno fa) ma funzionali.

Evangelisti su questo aveva le idee molto chiare:

quello che il genere non tollererà mai, perché incompatibile con il suo codice genetico, è il minimalismo. Solo nella fantascienza troviamo descrizioni realistiche (sì, realistiche!) del mondo in cui viviamo.

Un’affermazione simile evidenzia non soltanto una determinata considerazione della letteratura – la speculazione è eminentemente politica – ma anche un’accurata consapevolezza della storia dei generi e della narrativa “popolare”. Di quella narrativa che si oppone alla letteratura “alta” (e “minimalista”) soltanto nei luoghi in cui è venduta e discussa, e non nella qualità e nella potenzialità. Di quella “paraletteratura” di cui si tratta in Le strade di Alphaville, edito recentemente da Odoya e curato da Alberto Sebastiani, che raccoglie i tanti saggi  dedicati da Evangelisti a questo argomento e che testimonia come il suo lascito possa essere anche più fertile di quello dei testi pubblicati in vita.
L’autore che forse più ha fatto per la narrativa fantascientifica, horror e fantasy in Italia negli ultimi anni non tentava di mascherare le origini e le ispirazioni della sua scrittura, e anzi affermava, direi programmaticamente:

Se c’è un autore pulp, in Italia, sono io, nel senso più letterale del termine[1].


[1] F. Forlani, In uscita Nuova Prosa n. 69 / Intervista a Valerio Evangelisti, «Doppiozero» 2018.