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Fare i conti col racconto. “Via da qui” di Alessandra Sarchi

Recenti iniziative editoriali farebbero pensare a un rinnovato confronto fra alcune delle voci letterarie più interessanti dell’ultimo ventennio e il genere del racconto, questo eterno, irresistibile perdente del nostro sistema editoriale: oltre al caso anagraficamente eccezionale di Francesco Pecoraro, che ha raccolto nel volume Camere e stanze (Ponte alle Grazie 2021) il meglio della sua produzione breve, è l’editore minimum fax ad aver fatto registrare segnali inequivocabili in questa direzione, rilavorando o promuovendo ex novo la narrativa breve di autrici e autori nati negli anni Settanta: dalla riedizione di Mosca più balena (2003; 2021) di Valeria Parrella all’allestimento di un’autoantologia di Christian Raimo (La vita che verrà, 2021), fino alla pubblicazione di Via da qui, l’ultima raccolta di racconti inediti di Alessandra Sarchi – autrice legata già da un decennio a Einaudi per la sua produzione romanzesca–, a testimonianza di questa nuova spinta verso la narrativa breve da parte dell’editore romano, da sempre sensibile alle potenzialità del genere.

Via da qui è una silloge coesa che, senza esibire le stimmate della raccolta ‘a chiave’, intreccia con grande perizia una serie di fili rossi situazionali e tematici: da questo punto di vista, si potrebbe iniziare col dire che i titoli dei cinque racconti che la compongono fanno riferimento a nomi di luoghi che oscillano tra obiettività denotativa e connotazione intimistica: “La tana”; “L’argine”; “Il palazzo della principessa”; “Cherry Street”; “Fondamenta della Misericordia”. Sul tema della precarietà abitativa e domestica si accomodano credibilmente una serie di intuizioni più profonde sulla quotidianità faticosa di una generazione: La ‘tana’ del primo racconto è l’appartamento condiviso da una coppia di giovani donne in cerca di affermazione affettiva e personale nella città in cui hanno vissuto da studentesse; l’‘argine’ fa riferimento a una casa sul Po sulla quale convergono gli investimenti innanzitutto simbolici di una donna divorziata dopo anni di patinata american life; il ‘palazzo della principessa’ è il fragile contenitore che protegge il nido di una giovane coppia di squatters costretti dalle circostanze all’abusivismo in un angusto sottotetto; ‘Cherry Street’ richiama il set californiano in cui si consuma la fine di un rapporto di coppia. Infine, il titolo del racconto che suggella la raccolta allude al luogo scelto per una rimpatriata da un gruppo di amici post-trentenni, che si trovano a fine giornata a chiosare la triste discendenza delle proprie parabole, godendo insieme di uno dei tanti cieli ‘a tempo determinato’ della raccolta.

Ciò che colpisce in questi racconti è la loro disponibilità ad allinearsi lungo tagli prospettici coerenti senza che queste (supposte) angolature privilegiate ne esauriscano la stratificata complessità, ottenuta anche grazie a uno scaltrito lavoro di correlazione non solo fra piani tematici diversi, ben visibili senza essere facilmente sbandierati, ma anche fra dato individuale e slargo simbolico. Ad esempio, a rischio di semplificare, si potrebbe affermare che i luoghi sono la scenografia di molte delle transizioni esistenziali abbozzate in questi racconti, che si consumano spesso fra svolte ineluttabili e margini di scelta ingordamente rosicchiati da un contesto sempre più ostile. Questa mobilità coatta e senza sfoghi asseconda un falso movimento sublimato a livello artistico dalla grande abilità di sintesi visiva della Sarchi e dalla sua capacità di restituire la ‘gettatezza’ di molte situazioni a partire dall’ occasionalità di certi squarci descrittivi, ugualmente efficaci negli interni come negli esterni, ben innervati nel passo del racconto e capaci di sintonizzarne l’atmosfera:

Rossella scosse la testa. Guardò il fiume che oggi era di un grigio, già, quale grigio? Quale tonalità fatta di latte cagliato, di sabbia, di nero e di fango, si poteva invocare per dare un nome a quel colore? Sulla riva opposta non lontano dal ponte erano ormeggiate un paio di barche che l’acqua muoveva pigramente, la corrente non era molto forte, il fiume quasi in secca in quel punto. (“L’argine”)

Andare o venire? Restare o fuggire? Tirare dritto o provare a svoltare? I suggerimenti che arrivano dai due racconti giocati sull’asse Italia-Stati Uniti, che tematizzano di sguincio anche l’aspetto linguistico dello spaesamento, ridimensionano l’efficacia di qualsiasi fuga verso l’altrove e di qualsiasi ripiegamento in astratte sagome di felicità. Non è un caso che proprio in chiusura al più padano di questi racconti – Sarchi è nata a Reggio Emilia –, fra dettagli ghirriani e celatiane variazioni di luce si ragioni più apertamente del rapporto col luogo natio: «Non è malinconia, piuttosto nostalgia, non esattamente il mal di ritorno, ma quello stato d’animo che adesso preferisce dirsi in inglese: longing for. Un vuoto, una mancanza che vuole essere colmata» (“L’argine”). A ben pensarci, questa è una delle verità alle quali questo libro richiama di continuo, mostrando come la prosperità personale, l’eudemonìa aristotelica, dipenda anche da una serie di basi estrinseche e intersoggettive la cui fluttuazione impatta sul benessere dell’individuo: «Come faremo a mantenere le nostre felicità private, se quelle pubbliche ci sono negate?», lamenta un personaggio del racconto “La tana”.

Questa verità è confortata dalla generale dialogicità e dalla pluralità di punti di vista dei racconti, che nel loro medio respiro riescono a coreografare dialetticamente diverse posizioni, mettendole tutte in discussione: penso, ad esempio, alla tecnica compositiva del racconto “L’argine”, dove, secondo un canovaccio tipicamente munroiano, il punto di vista di due sorelle costrette a un’inedita convivenza si alterna con il diario della figlia di una di esse. La mobilità prospettica si avvale di una lingua prensile e aderente ai propri oggetti, impiegata per raccontare senza ironie la mutevolezza della sorte con la quale molte delle protagoniste di questi racconti si trovano a dover fare i conti: la fine di una relazione o il suo protrarsi agonizzante, una gravidanza inaspettata o desiderata, un tragico lutto o una vita di compromesso.

Non è ozioso insistere sugli spunti offerti da un punto di vista femminile su questa serie di episodi di amministrazione affettiva più o meno ordinaria, che restituiscono un ritratto severo ma non impietoso di certe tipologie maschili: penso in particolare alla rappresentazione di giovani o post-giovani incapaci di maturazione, che declinano in campo intellettuale il loro bisogno sfondato di primeggiare e dei quali queste donne riconoscono le imposture pur subendone il fascino: «Mi piace ancora, ma a una certa distanza. Da vicino mi sembra di vederne i trucchi, il meccanismo, l’autocompiacimento che ci sta dietro, e mi dà sui nervi» (“Fondamenta della misericordia”).

Quando l’arco della memoria diventa più lungo dell’arco della speranza, quando l’anagrafe obbliga a stilare bilanci fatalmente provvisori, un po’ di senso della prospettiva può rivelarsi, nonostante tutto, la meno malcerta delle acquisizioni: conoscere almeno un po’ il prezzario dell’intimità e del distacco, della fuga e del ritorno. La presenza degli altri infragilisce, certo, e può rivelarsi al contempo un investimento sbagliato o la meno ridicola delle scommesse. La raccolta si chiude su una scena corale nella quale ogni speranza pare irrimediabilmente abbuiata, ma dove una forma di ammaccata e faticosa comunione, pur nell’assenza di approdi certi, si consuma: «Fuori dalle assi di legno dell’altana circondata da altri tetti, sospesa sull’acqua nera su cui galleggiava la città, erano rimasti i bambini non avuti e desiderati, le guerre, le carriere facili e quelle ostacolate, e la responsabilità tutta delle loro vite la cui ancora nessuno più sapeva dove fosse stata calata». Proprio per la sua capacità di offrire, come direbbe una delle narratrici, uno sguardo più ampio su queste incerte transizioni individuali, con questo libro di Sarchi si fanno i conti molto volentieri, nella consapevolezza che i conti non tornano, non possono tornare.


In copertina: East Wind Over Weehawken, Edward Hopper 1934 oil painting 34 x 50 1/4 in. © Heirs of Josephine N. hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art.


A. Sarchi, Via da qui, Roma, minimum fax, 2022, 140 pp., € 16.