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#Mappe – Lento, pero avanzo. Un Messico zapatista

Altamirano, Chiapas. Febbraio 2019

Con il “presidente”, l’amico che al secolo è Roberto, ho condiviso il mio secondo viaggio in Messico, nei primi mesi del 2019. Un itinerario estemporaneo, bello proprio per questo. Abbiamo spaziato dallo Yucatan all’Oaxaca a Città del Messico, e più volte siamo tornati in Chiapas nella spoglia cittadina di Altamirano, dove il dottor Juan Manuel ci offriva la sua ospitalità.

Sembravamo un po’ quegli insetti notturni che volano disegnando cerchi concentrici via via più larghi, per poi tornare a sbattere contro il vetro di una lampada. La nostra “luce” in questo caso era il faccione del dottore, il suo sorriso luminoso e l’occhio reso guercio da una granata.

Juan Manuel Canales ha passato di buona misura i sessant’anni, è originario di una comunità afrodiscendente dello Stato messicano del Guerrero, sulla costa pacifica. Laureato in Medicina, negli anni ‘80 si unì come medico di campo a un’organizzazione popolare che combatteva contro il regime militare in Salvador. Una parte della sua famiglia vive tuttora laggiù.

In anni più recenti, rientrato in Messico, iniziò a lavorare per un’organizzazione internazionale, Doctors for Global Health, presso l’ospedale San Carlos di Altamirano. Da volontario e nella reciproca indipendenza, collabora anche con le comunità zapatiste, nella formazione dei promotori di salute. La sua è una prospettiva che guarda alla giustizia sociale come precondizione per la salute, e alla salute intesa in senso ampio come bene fondamentale. Si parla, appunto, di “medicina della liberazione”.

Il mio primo incontro con Juan Manuel risale a dieci anni prima, mentre mi trovavo nel villaggio zapatista di Olga Isabel. Ricordo che stava chiacchierando con un gruppo di persone sull’uscio della clinica locale, un edificio di legno dipinto di bianco e azzurro e impreziosito dai murales.

“Ecco il dottore che ti può aiutare”, me lo presentò Artemio, un abitante della comunità, con la cui famiglia pranzavo quotidianamente. Juan Manuel mi strinse la mano con vigore, e nel suo saluto caloroso mi sentii accolto.

Vale la pena spiegare brevemente l’iter che mi aveva condotto in quel luogo.

Il territorio zapatista in Chiapas è suddiviso in caracoles, centri di coordinamento amministrativo autoproclamati e non riconosciuti dallo Stato, in cui periodicamente si riuniscono le Giunte di Buon Governo, ossia gli organi di rappresentanza di tutte le comunità aderenti al movimento, le cosiddette bases de apoyo. Ad ogni caracol fanno riferimento tutti quei Municipi autonomi che stanno in una certa area geografica. Per “municipio” non intendiamo una città o un comune, ma piuttosto un villaggio dislocato in campagna, nella selva o sulla sierra. “Autonomo” significa che una parte dei suoi abitanti, di solito la maggioranza delle famiglie, ha aderito al movimento zapatista e si ritiene “in resistenza civile” nei confronti del governo ufficiale. Queste famiglie si impegnano a organizzare nel territorio, in forma comunitaria, i servizi di base che mancano, come scuole, presidi sanitari e laboratori di produzione alimentare, e a metterli a disposizione di tutti, non solo degli aderenti al movimento. Spesso le comunità sono dolorosamente divise poiché il governo centrale tenta di riprendere il controllo corrompendo persone, infiltrando gli organismi indipendenti e armando gruppi paramilitari disposti ad aggredire gli insorti, saccheggiare botteghe e laboratori, bruciare case e commettere omicidi. È una “strategia della tensione” di lunga durata, una guerra a bassa intensità, che permette ai media ufficiali di presentare come conflitto etnico tra indios quella che in realtà è l’azione politica dello Stato.

Olga Isabel è un municipio autonomo, fa capo al caracol di Morelia.

Nel dicembre 2008 mi presentai al caracol per chiedere di poter fare la mia ricerca di tesi, in antropologia, sul sistema sanitario degli zapatisti. La nuova giunta di buon governo era entrata in carica da poco, i suoi membri erano una dozzina, uomini e donne di tutte le età. Ricordo che v’erano tra loro anche una ragazzina che dimostrava tredici anni, e un vecchio che pareva assopito per la maggior parte del tempo. Tra gli zapatisti non ci sono competizioni elettorali e candidati. Vanno a “governare”, a turno, tutti quelli che vengono designati dall’assemblea delle comunità, e che sono disposti a trascorrere un certo tempo lontani dalle proprie famiglie e attività, senza ricevere alcun compenso per farlo. Le giunte così formate restano in carica alcuni anni, e si avvicendano l’una all’altra a rotazione in turni di durata variabile. Se chi va al caracol è un contadino, qualcun altro viene incaricato di lavorare i suoi campi mentre è assente. Se nella giunta c’è una madre che ha un figlio piccolo, da allattare, lo porta con sé al caracol, mentre i figli più grandi rimangono al villaggio.

Le riunioni della giunta a Morelia sono un cerchio di sedie in una stanza, dentro una grande casa di legno splendidamente affrescata. Durante una di queste riunioni fui chiamato e mi venne comunicato quali luoghi potessi visitare, chi si sarebbe occupato della mia ospitalità e sicurezza, a chi potevo fare riferimento. Così mi ritrovai nei municipi in cui sorgevano cliniche.

Il municipio di Olga Isabel è fisicamente un grande prato, al cui centro si stagliano un campo da basket e un’aia su cui far seccare il caffè. È circondato da pochi edifici, un magazzino per i cereali, una piccola bottega, una sala per le riunioni, la clinica e il rifugio per gli “internazionali”, i visitatori come me. Ci sono latrine secche e ci si può lavare attingendo acqua da un pozzo. Non c’è acqua corrente e quella che c’è non è potabile. La si può bere dopo averla fatta bollire a lungo sui bracieri.

Le famiglie del villaggio vivono tutte al limitare del municipio, lungo i sentieri che portano verso i campi e la selva. Durante il giorno è normale incontrare qualcuno in “piazza”: chi va a prendere un autobus alla fermata più vicina; signore che ricamano vestiti sedute all’ombra degli alberi o sotto le tettoie, nelle ore più assolate del giorno, bambini e ragazzi che giocano a pallacanestro, o che aiutano gli adulti a stendere le bacche di caffè sull’aia, gente che si ritrova a chiacchierare nelle ore che precedono il tramonto.

Mentre passavano i giorni, cercavo di scambiare due parole con qualcuno, per me era fondamentale, per dare un senso alla mia permanenza. Le persone, in fondo, erano curiose di conoscere qualcuno piombato lì letteralmente da un altro mondo. Non c’erano molti stranieri nella zona, e nessuno nel municipio. D’altro canto, erano tutti molto riservati e non volevano disturbarmi. Nei contesti indigeni, in genere, c’è una distanza di rispetto che può somigliare, per noi, a una generalizzata timidezza. C’era poi la barriera linguistica: con me si parlava in spagnolo, ma quella è la lingua pubblica, dei rapporti con l’esterno. Qui si parla, si pensa, si è in tzeltal.

Alle sette di sera, d’inverno il sole è già sceso e tutto precipita nel silenzio e nel vuoto. I lumini delle case lontane sono, insieme alle stelle, le uniche luci della notte interminabile. Nella capanna vuota degli ospiti, ero l’unica guardia di un municipio deserto. Un po’ mi piaceva, un po’ mi faceva impressione.

La notte si estendeva per 10, 12 ore. Mi pareva smisurata. Dormivo su una tavola di legno, sistemata contro la parete dell’edificio. Mettevo qualche provvista, un frutto, delle tortillas, una bottiglia d’acqua, in un sacchetto che appendevo con una cordicella alla trave. C’erano delle mensole di legno ma, come tutta la capanna, erano percorse da innumerevoli cucarachas, sorta di blatte grandi come un mignolo, rapidissime, bramose soprattutto di zuccheri. Dalle fessure sotto la tettoia entravano spesso dei pipistrelli, giravano vorticosi senza trovar pace e se ne andavano. La notte era viva, piena di creature.

Nel buio, leggevo un libro o gli appunti, con una torcia elettrica piazzata sulla fronte. Il cellulare, un Nokia 3310, era chiaramente inservibile, non c’era campo. Quando capitava che piovesse forte, mi assottigliavo in modo da evitare che l’acqua mi gocciolasse addosso dal tetto che perdeva. Quando il cielo era illuminato dai lampi, le ombre degli alberi scossi dal vento disegnavano sulla parete nere trame fluttuanti, una colonna di fantasmi in marcia. I sogni erano lunghi e spesso intensi, accatastati l’uno sull’altro. Una volta sognai di conversare lungamente con mio nonno per constatare al risveglio, con dolorosa commozione, che ciò non sarebbe più stato possibile. Mi sembrava che i sogni fatti lì avessero una luce chiarificatrice particolarmente intensa. Come se la distanza dalla mia vita di sempre mi aiutasse a vedere le cose nitidamente.

La clinica del municipio era rimasta chiusa a lungo. Informazioni certe sui giorni d’apertura non riuscivo ad averne. Scorreva il tempo e io, prima o poi, sarei dovuto tornare in Italia.

Un giorno, finalmente, arrivò Juan Manuel con un gruppo di ragazzi e ragazze, tutti aspiranti promotori di salute, venuti da varie comunità. Il corso di formazione, la scuola di medicina, durò quattro o cinque giorni. Si imparava a visitare, a suturare le ferite, a fare iniezioni in endovena. Soprattutto, si discuteva di che cosa fossero le malattie, di come la loro distribuzione riflettesse le ingiustizie della società; di come fare prevenzione attraverso l’accesso all’acqua potabile e l’igiene, e recuperando il patrimonio di conoscenze indigene a livello di agricoltura, alimentazione, uso di erbe medicinali; di come, infine, la solidarietà e la lotta attiva contro le ingiustizie e l’oppressione potesse contribuire alla salute. Il metodo d’insegnamento di Juan Manuel era piuttosto “socratico”: non calava dall’alto i saperi, ma faceva molte domande agli studenti per stimolarli a porsi delle questioni, a farsi delle proprie domande e a cercare insieme le risposte. I possibili casi clinici venivano simulati con il sociodramma, inscenando situazioni concrete con gli studenti nei panni di attori. Questo permetteva ai giovani, in particolare alle ragazze, di perdere la timidezza e l’imbarazzo che in molti casi avevano, nel rapportarsi gli uni agli altri.

Il promotore di salute, che da noi non esiste, è una figura utilissima nei contesti “donde no hay doctor”, per citare il titolo di un famoso manuale utilizzato in loco. Non è un infermiere né un medico, ma una persona motivata e sufficientemente formata a fornire un’assistenza di base, gratuita, itinerante, e se necessario a inviare il paziente ad altri professionisti. A ciò, deve fare da corollario l’esistenza di strutture sanitarie semplici, poco costose ma sufficientemente attrezzate. Le micro-cliniche appunto, la rete di ambulatori che gli zapatisti stavano cercando di realizzare in tutto il territorio, non senza difficoltà e inefficienze.

Nei giorni seguenti, arrivarono i pazienti. Donne di mezza età, giovani genitori con figli piccoli, uomini anziani. Quasi tutti venivano a piedi da zone vicine. Molti pazienti erano bambini infestati dai parassiti gastro-intestinali, e bastava il giusto farmaco per curarli, anche se poi la questione era sempre rendere l’acqua potabile. Una signora lamentava emicranie e dolori reumatici. Era interessante la percezione indigena, per cui il dolore era rappresentato come un nucleo di calore che pareva circolare, spostarsi, attraversare tutto il corpo. Non era, insomma, localizzato in un organo, e stimolata dalle domande di Juan Manuel, la paziente parlava anche di dispiaceri personali, la nostalgia per i figli emigrati, le sofferenze familiari; tutto contribuiva alla strutturazione del suo dolore, che pertanto poteva essere sciolto solo affrontandolo nei suoi diversi aspetti.

Tutti questi ricordi mi riaffiorano mentre, nella sua cucina di Altamirano, io e il presidente aiutiamo il dottore a prepararci la cena. Riso, uova e fagioli, essenzialmente. Pomodori e piccoli peperoni. E platani e avocados che Juan Manuel raccoglie nel suo giardino, umido e intricato come una selva pluviale. Di ritorno dai suoi viaggi e dal lavoro, il dottore vive lì, in compagnia di un mastodontico e mansueto cane nero che noi ribattezziamo “Poldo”. Di tanto in tanto viene a trovarlo il più giovane dei suoi figli, un ragazzo di vent’anni che studia nella capitale. Altamirano, del resto, è una provincia turbolenta e scarsa di opportunità, chi può va altrove.

Grande educatore che infonde coraggio agli ultimi, cantore di storie che affabula gli uditori, Juan Manuel diventa timido di fronte all’ipotesi di uscire dai suoi contesti di vita per andar nel mondo; come quando gli proponiamo, irrealisticamente ma con speranza vera, che venga a trovarci in Italia, anche per insegnare e condividere le sue prospettive.

Radio Totopo, Juchitàn de Zaragoza, Oaxaca. Gennaio 2019

In uno di questi “voli concentrici”, io e il “presidente” ci trovammo in Oaxaca, a Juchitàn, città protesa sulla fascia litoranea del Pacifico, dove ancora non giunge il sentore del mare.

Arrivati in autobus passando per l’istmo di Tehuantepec, una striscia di terra brulla e ondulata, totalmente circondata dall’azzurro nelle sue diverse sfumature. L’istmo è oggi occupato da un gigantesco parco eolico. È una visione piuttosto impressionante, come addentrarsi in una valle desertica popolata soltanto da sottili torri d’acciaio, altissime e fitte, da immani braccia appuntite che ruotano. Ci si immagina che l’impeto violento di tutta quest’aria schiaffeggiata abbia allontanato gli uccelli, influito addirittura sulle correnti marine sotto costa. Come emerge parlando con la gente del posto, è andata proprio così. Fin dove ha effetto il vortice creato dalle pale, sono scomparsi i pesci e il sostentamento dei pescatori. Sono spariti gli animali, sono stati cacciati i contadini che vivevano in quelle terre. E quella che normalmente sarebbe considerata un’opera virtuosa, ecosostenibile, messa in mano a un consorzio di multinazionali è diventata l’ennesimo strumento di spoliazione. E se i cittadini di altre metropoli possono così consumare almeno una quota di energia “pulita”, agli abitanti di qui manca la corrente perché non possono pagarla.

Juchitàn è una città assolata e polverosa, colpita da frequentissimi sismi. Le sue abitazioni basse, dai tetti piatti, sono continuamente attraversate da crepe, crollano e vengono rimesse in piedi. Le strade, su cui ci si sposta prevalentemente su agili mototaxi, sono disseminate di piccoli mucchi di macerie. Lungo una strada di periferia, in mezzo a tante case simili sorge la sede di Radio Totopo, un’emittente comunitaria autogestita (totopo è il nome di una particolare varietà di mais indigeno molto apprezzata). Questa minuscola radio è diventata un punto di riferimento per gli abitanti del quartiere, per la comunità zapoteca della città e dintorni, e un catalizzatore delle lotte ambientali, indigene e popolari di questa regione messicana. Trasmette i suoi programmi, oltre che in spagnolo e in zapoteco, anche in altre lingue locali: passano inchieste, discussioni pubbliche, notiziari, musica. Data la sua posizione, è in prima linea nei tentativi di resistenza contro la speculazione sulle terre indigene, e per questo i suoi attivisti sono nel mirino del governo statale e federale. Fu il portavoce Carlos ad accoglierci, insieme a Yoli, ricercatrice presso la facoltà di Antropologia di Città del Messico, quando arrivammo stanchi e disorientati un pomeriggio di gennaio. Carlos gestisce la radio, accoglie le persone che vengono tutti i giorni, e che in realtà sono piuttosto autonome nella frequentazione di questa casa, un po’ luogo di convivio, un po’ ambulatorio oculistico, un po’ laboratorio in costruzione.

Decidemmo di fermarci lì per un paio di giorni. In fondo c’era tutto ciò che ci serviva: una trave per appendere le amache, un bagno spartano, persone ospitali con cui scambiare chiacchiere e idee, tortillas e ortaggi che potevamo procurarci nel vicino mercato… Fu la mia “malattia”, ad un certo punto, a decretare il sicuro prolungamento del nostro soggiorno. Una banale gastroenterite, che però nelle condizioni contestuali si manifestò in tutta la sua devastazione. Mi succede puntualmente, le rare volte che viaggio fuori dall’Europa: passano le prime settimane, sembra che il mio organismo si stia adattando bene ai nuovi cibi e alla nuova atmosfera, poi… forse un sorso d’acqua “sbagliata”, forse chissà che altro, i parassiti che si erano radunati nel mio intestino escono allo scoperto improvvisamente.

Arso dalla febbre, disidratato, fui presto ricoverato in un piccolo ambulatorio della città, dove scoprii quella che mi parve un’inaspettata tenerezza nel rapporto locale tra medici e pazienti. Mi svegliai in un lettino con la flebo nel braccio, in piedi accanto a me c’erano Yoli e il dottore che mi guardavano con sorrisi teneri e la testa reclinata da un lato, mi parve che alla piena apertura dei miei occhi abbia fatto seguito un loro “oooooohhhh…”, mi sembrava d’essere il bambinello nella mangiatoia.

I giorni di convalescenza li trascorsi tutti alla Radio, e fu un dolce riposo. Sprofondai nella lettura di un libro dei Wu Ming, bello ed estraniante dal contesto: la storia di una strana giovane aliena che, dal remoto pianeta di Nacun si ritrovava nella Russia post rivoluzionaria degli anni ‘20, materializzata dagli scritti di uno scienziato caduto in disgrazia. Leggevo, e un po’ scrivevo, mi lasciavo andare a pensieri fluidi, vagheggiamenti, nostalgie. La vita intorno a me, intanto, fluiva secondo i suoi ritmi. Il presidente usciva per procurarsi sigarette, birra e arachidi. Scriveva, fotografava, chiacchierava con Yoli, Carlos, i bimbi delle famiglie dei vicini, i pazienti che venivano a leggere il cartellone dell’oculista, a provare le lenti adatte. Dormiva sull’amaca in cortile, mentre io ancora debilitato evitavo il vento che s’alzava la notte e restavo sulla branda sistemata nell’unica stanza della Radio, sotto un tabernacolo ornato di fiori e candele in cui, ai due lati di una lunga croce, prendevano posto le effigi di Emiliano Zapata ed Ernesto Guevara.

C’era un altro ospite, oltre a noi, un migrante transessuale che, fuggito dal Guatemala, era inciampato lungo il cammino in un’aggressione e in conseguenti sevizie, infine aveva trovato rifugio presso la Radio. La comunità del quartiere aveva deciso di aiutarlo pagandogli le cure mediche e il sostegno psicologico, e raccogliendo denaro perché potesse poi proseguire nel suo viaggio clandestino verso Cancún.

Non ricordo il suo nome, purtroppo, ricordo la sua predilezione per la musica techno sparata a tutto volume con cui, alle sei di mattina, decideva che la notte fosse ormai conclusa e il mondo avesse da destarsi. Non riusciva a prendere sonno, in quei giorni, ancora scosso e traumatizzato da ciò che lo aveva investito. Le sue pulizie energiche, le secchiate d’acqua e detersivo che allagavano il pavimento anche sotto la mia branda mi spronavano ad alzarmi a mia volta, ad affrontare il giorno con rinnovata convinzione.

Del tutto ripreso dal torpore, ricominciai a girare la città col Presidente. Al mattino le strade erano animate da un mercato di quartiere, gestito dalle donne: nella società zapoteca sono tradizionalmente le donne a curare gli affari, la produzione e commercializzazione di cibo, vestiario, artigianato, le attività economiche in generale, la circolazione del denaro, sia individualmente che in forma associata. Perciò occupano un ruolo centrale, anche visivamente, nello spazio pubblico. Sono gli uomini a essere più ritirati nei campi durante il giorno, o in mare per la pesca.

Una ragazza un giorno mi si era avvicinata, incuriosita, per chiedermi chi fossimo, noi due barbuti, e se fossimo “anarquistas”. Ricordo che in altri contesti indigeni, quando cercavo di rivolgere la parola a una sconosciuta, spesso la ragazza si copriva il sorriso timido con lo scialle, a volte addirittura voltandosi dall’altra parte.

Sui banchi spiccavano grandi verze, pomodori, zucche, tortillas di mais, peperoncini, papaye e mango, pollame, pesce fresco, sacchetti di famigerate uova di tartaruga, molli sfere di albume trasparente che venivano consumate “un po’ cotte” e sulla cui salubrità, per me, nutro ancora dei dubbi. Nei chioschi veniva preparata anche una bevanda cremosa a base di pasta di cacao, che di qui è originario.

Gli ultimi giorni aiutammo Carlos e i figli dei suoi vicini a costruire la futura biblioteca comunitaria della Radio. O meglio, a iniziare, a partire dall’unità di base, il mattone che va materialmente prodotto impastando argilla, sabbia, sterco e paglia, e che il sole provvede poi a seccare. È un ricordo piacevole, di carriolate, di spalate di terra cruda nel “nostro” cortile, cullati dalle nenie latine passate dalla radio, ostacolati dal più piccolo degli aiutanti, che si divertiva a schizzare il fango irrimediabilmente mischiato al suo muco. Mi piace pensare che, nonostante le scosse sismiche che inevitabilmente si saranno susseguite, nonostante l’emergenza Covid che purtroppo ha ferito anche Juchitàn e le persone che ci hanno accolti, quest’opera si erga ora come una conquista della gente di Radio Totopo. Voglio immaginarla sfavillante e incommensurabile, come la biblioteca di Alessandria.