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La saggistica ci salverà dall’estinzione? Sul pamphlet di Carla Benedetti

I primi mesi del 2021 hanno visto l’uscita di due saggi italiani che, a diverso titolo, discutono di cambiamento climatico. Si tratta di La letteratura ci salverà dall’estinzione, di Carla Benedetti (Einaudi) e L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia, di Fabio Deotto (Bompiani). Interventi che si inscrivono in un dibattito sempre più fecondo e caldo, disegnandone le coordinate di riferimento e al tempo stesso vagliandone lo spettro di efficacia. Le coordinate sono quelle, assiali, di tempo e spazio. Un ponte tra passato remoto e futuro è quel che sostiene l’esposizione di Benedetti, intenta a dimostrare la validità dello strumento letterario per indicare una possibile via di uscita dalla catastrofe ambientale. La delineazione di una geografia multiforme ma attraversata da un medesimo senso di declino è invece al centro del libro di Deotto. Quanto all’efficacia, parametro intrinsecamente soggettivo, in questi due interventi del 10 e 12 novembre (che coincidono con gli ultimi giorni della COP26 di Glasgow) proverò a motivare come mai i due saggi si collocano, a mio parere, su piani ineguali.


La letteratura ci salverà dall’estinzione, Carla Benedetti

Insegnante di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Pisa, Carla Benedetti è tra le principali promotrici del Cantiere Umanistico dell’Antropocene, nato quest’anno con lo scopo di analizzare il «ruolo cruciale che i saperi umanistici, e la letteratura in particolare, possono svolgere nel trasformare questa crisi globale in un’occasione di cambiamento e di rigenerazione» – così si legge sul sito ufficiale del Cantiere. Si direbbe che, con un certo ritardo ma con un significativo entusiasmo, l’accademia italiana stia finalmente reagendo alle correnti di studio ecocritiche da tempo attive nei paesi anglofoni e del nord Europa. Nell’attesa di veder crescere questo movimento, vale la pena di analizzare La letteratura ci salverà dall’estinzione come uno dei suoi testi fondativi, nato da una visione della letteratura come di un «mezzo fortissimo per stimolare un cambiamento nei modi di pensare, quelli che ci stanno portando alla catastrofe» – come ha affermato l’autrice in un’intervista a Fahreneit dello scorso febbraio. Eppure, nei suoi capitoli dedicati a ‘Gli acrobati del tempo’, ‘Il comizio di Noè’ o ‘Il pensiero sconvolto’, per citarne alcuni, il saggio sembra mancare di una vera radicalità alternativa di pensiero, ricadendo piuttosto in alcuni tropi equivoci relativi al cambiamento climatico e alla sua rappresentazione.

Al di là della scelta ad effetto, il titolo di Benedetti è forse il primo elemento problematico del libro. Il lettore è subito messo di fronte a una prospettiva che si apre sul futuro e, contestualmente, viene incluso in una comunità assunta come dato di fatto. Eppure l’estinzione è già in atto, molti mondi sono già estinti. E non mi riferisco solamente alle quasi cinquecento specie animali che negli ultimi dieci anni hanno definitivamente concluso il loro ciclo di vita sulla Terra, o al milione di altre specie che si trovano quasi al fondo dello stesso piano inclinato. Molti mondi stanno scomparendo ora, o sono già scomparsi, dal tessuto concreto e cognitivo della stessa specie umana. Benedetti ne parla quando fa riferimento «a tutti i popoli colonizzati dagli europei, che hanno visto crollare il loro mondo, ora alle loro spalle, distrutto, come se non fosse mai esistito» (71). Ma la colonizzazione, quella no, non è estinta, non è fatto del passato come sembrerebbero presumere queste righe, bensì procede inesorabile nell’oggi, persino nel cuore stesso dell’occidente. Lo dimostra Fabio Deotto quando visita Isle de Jean Charles, in Louisiana, che negli ultimi sessant’anni ha visto scomparire il 98% del proprio territorio e il trasferimento forzato delle residenti tribù biloxi, chitimacha e choctaw, per via di quella dichiarazione di guerra al Mississippi che, compiuta nel XVIII secolo dai colonizzatori francesi, non ha mai smesso di intaccare gli equilibri ecologici e sociali delle popolazioni indigene. Così come sono colonizzate tutte quelle sacche di Sud presenti anche nel Nord del mondo, tutte le periferie geografiche e sociali in cui il degrado infrastrutturale determina l’impossibilità di reagire ai disastri ambientali con il tempismo e l’efficienza delle zone più ricche. Per tutti questi Sud, per i colonizzati di vario colore, l’estinzione è già in atto.

Anche per questo il «noi» sottinteso nel titolo del saggio di Benedetti è fuorviante. A chi si riferisce questa pluralità che starebbe cercando di salvarsi? Alla comunità umana, immagino, senza distinzione di età o provenienza. Eppure le distinzioni interne esistono, come si diceva, e prenderle in considerazione dovrebbe costituire la base di un discorso critico complesso come quello che la crisi climatica richiede. Di quel «noi» fanno parte i 20 milioni di cittadini africani che, solo nel 2019, sono stati costretti a migrare, complici le temperature sempre meno vivibili. Ne fanno parte gli almeno 2 milioni di Pakistani che hanno dovuto lasciare le zone rurali di origine per trasferirsi in città e gli altri 300.000 che sono emigrati all’estero dopo le inondazioni del 2010. Per non parlare delle 2000 vittime mietute da quegli stessi eventi catastrofici in Pakistan. Per loro l’estinzione di un certo modo di vivere, di un attaccamento al territorio ereditato dalle precedenti generazioni, l’estinzione di un modo di stare al mondo, o dello stare al mondo tout court, è già in atto, si è già compiuta. E non considerare questi numeri, dietro i quali ci sono infinità di storie, volti, destini, è miope per non dire complice. Complice di un sistema, quello capitalista, che si nutre delle catastrofi, che distrugge per essenza persone e ambienti, sfruttandone le risorse. E mentre un libro che vorrebbe proporre soluzioni per sfuggire all’estinzione sembra aver paura di nominare il responsabile unico, benché complesso, di questo stesso stato di cose, lui, il capitalismo, procede inesorabile bruciando in Amazzonia, bruciando in Congo, bruciando in Papua Occidentale, bruciando ed estraendo, bruciando e schiavizzando, bruciando ora come dall’inizio della sua parabola.

Non approfondire le responsabilità del sistema capitalista in un libro che parla di ambiente è, a mio modo di vedere, un po’ come studiare medicina avendo la fobia del sangue. Equivale a non volersi sporcare realmente le mani. Compare sì, lo spettro di Donald Trump, l’anti-eroe di ogni narrazione che metta d’accordo ogni pseudo-critica liberale, il cattivo che avrebbe permesso agli Stati Uniti di svincolarsi dagli accordi internazionali sul clima (74). Ma poco è detto riguardo all’efficacia stessa di questi accordi internazionali, ancora interni alle logiche di sistema e per questo del tutto inadeguati. E nulla sulle politiche climatiche di Biden, sotto la cui presidenza hanno ripreso il via le aste per le concessioni petrolifere nel golfo del Messico.

Non a caso, in questa mano di Taboo in cui si cerca di parlare di clima senza quasi nominare il capitalismo, l’autrice dimostra di apprezzare il linguaggio «primario, poco tecnico, poco culturalistico» di Greta Thunberg, dove parole come «capitalismo», appunto, ma anche «imperialismo» e «impero» non compaiono quasi mai. Secondo l’autrice, Thunberg «usa formule meno attrezzate culturalmente ma decisamente più capaci di suscitare indignazione, riportando in primo piano la stortura e l’enormità di quello che la maggior parte degli adulti si è invece abituato a considerare normale» (102). Questo giudizio rientra nella dicotomia, proposta nel libro, tra una «parola assertiva», che si affiderebbe esclusivamente al contenuto dell’enunciato e, nel caso della catastrofe percepita da Benedetti come futura, si limiterebbe ad annunciarne la venuta, e una «parola suscitatrice», performativa, agente, che sarebbe in grado di «suscitare le forze sopite che aiuteranno a evitarla» (37) – come se, di nuovo, la catastrofe non fosse già in atto.

I discorsi di Thunberg sarebbero in grado di suscitare; quelli di Adorno sulla società totalitarista del secondo dopoguerra e di Debord sulla società dello spettacolo (esempi scelti da Benedetti) puntano invece «ad allarmare le coscienze, ma più come effetto collaterale e indiretto di un’analisi oggettiva che come esito diretto e performativo di un discorso che tocca gli animi e spinge al mutamento e all’azione» (60). Eppure senza una pars destruens analitica nessuna pars construens idealmente suscitatrice potrebbe darsi. E sono sicura che anche i discorsi solo apparentemente naïf di Greta Thunberg si basino su consapevolezze politiche e scientifiche che non si sarebbero potute raggiungere senza uno studio approfondito di molte parole assertive precedenti.

Prima di continuare a motivare come mai il «noi» del titolo mi sembri fuori fuoco, vorrei soffermarmi sul nucleo caldo del libro di Benedetti, ossia sul suo tentativo di individuare un certo tipo di «parola poetica inseparata», di «pensiero incarnato» e di «arte» (18) in grado di indicare una via d’uscita dal declino climatico. A mio parere, la stessa distinzione tra «parola annunciatrice» e «parola suscitatrice» si basa su una debolezza logica che non permette al discorso di essere solidamente impostato. In effetti, se ad annunciare è il mittente, ad essere suscitato è il pensiero o la reazione del destinatario. Come poter quindi distinguere le due tipologie di parola quando – considerando la pluralità intrinseca a ogni discorso umano – l’annuncio di uno stesso mittente può suscitare o non suscitare reazioni in destinatari diversi? Per me, ad esempio, la poesia di Antonia Pozzi o di Chandra Livia Candiani costituisce una parola suscitante riflessioni ecologiche forti, ma altri potrebbero avere reazioni tiepide di fronte agli stessi componimenti. Si potrebbe quindi definire la loro scrittura come «suscitatrice»? Chi stabilisce la linea di demarcazione tra annunciazione e suscitamento? E chi, soprattutto, può essere in grado di tracciare questa linea come fosse una distinzione originale, scevra dalle canonizzazioni del passato? Benedetti, ad esempio, di autrici in grado di suscitare un positivo senso di emergenza climatica cita solo Morante, in un canone letterario patriarcale che va da Omero a Moresco, passando per Dostoevskij, Tolstoj, Melville, Hugo, Achebe, Powers e Pasolini (92). Così come non sembra convinta dalla eco-fiction o climate fiction, che a suo parere fa leva «solo su un sentimento, lo spavento per la catastrofe che ci aspetta – che di per sé può portare all’azione ma anche alla paralisi» (17). La letteratura in grado di salvarci dall’estinzione sembrerebbe dunque essere quella a cui una sufficiente canonizzazione abbia già garantito il giusto grado di efficacia suscitatrice. Dove sarebbe allora la novità? E perché non provare a descrivere i meccanismi interni, retorici e stilistici, della «parola suscitatrice» stessa, qualora fosse possibile rintracciarli, come il libro sembra dare per scontato?

Benedetti fa spesso riferimento alla necessità di una metamorfosi di pensiero. Eppure non dedica quasi alcuno spazio alla science fiction, basata su meccanismi di straniamento volti proprio a disorientare il pensiero e defamiliarizzare le condizioni della vita quotidiana, aprendo la mente a possibilità altrimenti inimmaginabili, secondo la canonica definizione di Darko Suvin. E ancora, se le opere a cui l’autrice assegna il ruolo di innescare questa trasformazione cognitiva rientrano nel computo più o meno tradizionale della letteratura occidentale (Achebe come quasi esclusiva eccezione), non sarà demandata forse all’attitudine del lettore la capacità di trarre una lezione ecologica da opere scritte con altri intenti? E, se così fosse, non si tornerebbe a riconoscere indirettamente la necessità della parola assertiva come formativa e informativa in merito alle dinamiche politiche, economiche e sociali alla radice della crisi climatica, come strumento che prepari il lettore a farsi muovere, interessare, «suscitare»?

La mia personale formazione, ad esempio, mi ha fatto da tempo mettere in discussione i problematici argomenti neo-malthusiani che Benedetti avalla a più riprese. Scrive l’autrice:

Sarebbe però semplicistico individuare le cause della crisi ambientale solo nei processi economico-produttivi, nascondendone altri, altrettanto decisivi, tra i quali la sovrappopolazione umana. L’esplosione demografica in Paesi come la Cina e l’India non può essere ricondotta al capitalismo. (77)

La visione elaborata da Thomas Malthus nel suo Saggio sul principio di popolazione (1798), secondo la quale una popolazione in crescita richiederebbe lo sfruttamento di più risorse naturali di quelle effettivamente disponibili, è stata riproposta a più riprese – ad esempio da Paul Ehrlich in The Population Bomb (1968) – ma anche da tempo decostruita. Non solo Marx ne ha individuato il legame con l’intrinseca inumanità dell’ideologia capitalista, ma essa è stata demolita tanto da biologi come Barry Commoner (Making Peace with the Planet, 1990) quanto da numerose ONG operanti nel Sud del mondo in vari summit sul clima, e specialmente in quello di Rio del 1992. Ad accomunare queste critiche di diversa matrice è la consapevolezza che l’impronta ecologica della popolazione non può essere considerata come un fattore omogeneo, bensì dovrebbe prendere in considerazione le distinzioni tra diversi tipi di consumo diretto e indiretto, diversi tipi di consumatore, oltre che il ruolo di fattori sociali, economici e tecnologici variamente in atto in diverse parti del mondo. La causa primaria dei danni ambientali risiede in un uso smodato e insostenibile delle tecnologie proprie del Nord del mondo, più che nella crescita della popolazione o della ricchezza dei paesi del Sud. Uno sguardo anche superficiale a queste tabelle, in cui la linea nera indica il tasso di popolazione e quella tratteggiata il tasso di consumo di combustibili fossili in USA, Russia, India e Cina, permette di comprendere chiaramente l’infondatezza degli argomenti neo-malthusiani.

Tabelle tratte da Burning Up. A Global History of Fossil Fuel Consumption, di Simon Pirani (2018), pp. 48-49.

Se Benedetti è senz’altro bene intenzionata nel suo invocare il diritto di nascita delle generazioni future, alle quali si dovrebbe pensare nel presente per sventare l’opzione dell’«assenza di una posterità» (40), in che modo può poi mettere in discussione il diritto di nascita delle generazioni presenti o prossime dei paesi in via di sviluppo? Perché si dovrebbe intervenire sul tasso di crescita della popolazione mondiale e non piuttosto sul sistema economico-produttivo che, se adottato ovunque con i ritmi che hanno contraddistinto il Nord dalla rivoluzione industriale ad oggi, rischia di rendere insostenibile la crescita demografica stessa? Come poter focalizzarsi sul quanto senza discutere il come, in altre parole?

Torno così al dubbio di partenza su quel «noi» che poco mi convince. Personalmente – e sono consapevole del grado di controversia insito in questa prospettiva – respingo l’inclusione nella categoria compatta di «genere umano» che pretenda di salvarsi dall’estinzione. Mi pare che Benedetti parta da una visione pienamente antropocentrica secondo la quale non dovrebbe darsi come possibile l’estinzione del genere umano. Qualcosa di diverso fa Carlo Rovelli in conclusione delle sue Sette brevi lezioni di fisica (2014), quando accetta equanimemente che gli esseri umani nascano e muoiano proprio come fanno le stelle, sia individualmente che collettivamente. Credo che accettare questo dato di fatto costituisca la vera metamorfosi cognitiva di cui abbiamo bisogno, innescando un plus, più che un minus, di responsabilità. Una volta data per possibile, e anzi estremamente probabile, questa prospettiva estrema, il focus delle nostre riflessioni si sposterebbe inevitabilmente dalla quantità della vita residua alla sua qualità, dal quanto al come, come dicevo. È quel che insegna il principio di non-attaccamento buddista, in base al quale l’essere umano è chiamato ad accettare la propria non-centralità e mortalità, per partecipare di una vita superiore e diffusa in tutto il mondo umano e non-umano. Ammettere che la specie umana è destinata a estinguersi non vuol dire abbandonarsi ancor di più allo spreco o all’egoismo, bensì fare pace seriamente con la propria e altrui finitezza, spostando il baricentro dei valori dal guadagno economico alla ricerca di una qualità di vita che potrebbe, quella sì, avere il potenziale di invertire la rotta catastrofica verso la quale siamo diretti.

A questa qualità di vita contribuiscono senza dubbio la letteratura, l’arte, la filosofia, punto sul quale mi trovo in piena sintonia con Benedetti. Così come sono d’accordo con la sua analisi della secolarizzazione occidentale come «processo astrattivo che lascia fuori dallo sfondo l’ignoto che c’è nel cosmo e nella vita» (108) e con la sua critica alle «ideologie di una modernità etnocentrica, antropocentrica e a universo unico» (109). Mi sarebbe piaciuto leggere di più riguardo ai processi di semplificazione narrativa che hanno nel tempo portato a questa «finzione prima» (109), disinnescando il potenziale sovversivo di molta produzione letteraria. Credo che l’argomentazione avrebbe beneficiato di una più scoperta critica politico-ideologica, per quanto mi renda conto della volontà di comunicare a un pubblico ampio adottando una prospettiva quanto più ecumenica. Infine, avrei apprezzato un’analisi letteraria della distinzione avanzata tra «mondo a universo unico» e «mondo a universi multipli» ma, quanto a molteplicità degli ambienti, ci si può rivolgere al libro di Fabio Deotto, al centro dell’intervento di venerdì.


Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi, Torino 2021, 136 pp. 12,00€