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Senza impegno/4: quattro domande intorno al pamphlet di Walter Siti

Come «Balena Bianca» nel corso dei mesi passati abbiamo osservato con attenzione e curiosità l’accoglienza riservata a Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli 2021), l’ultimo pamphlet di Walter Siti, capace, come pochi libri negli ultimi anni, di suscitare reazioni molto contrastanti e di imporsi velocemente come oggetto di animate discussioni. Il fatto che la qualità divisiva del libro, e forse proprio anche grazie a essa, non gli abbia impedito di raggiungere la vetta della sezione saggistica delle Classifiche di qualità a cura della rivista «L’Indiscreto» per il trimestre febbraio-maggio ha mostrato in modo chiaro che le questioni affrontate nei diversi capitoli del pamphlet siano percepite come urgenti dai lettori e che l’autore abbia trovato un modo efficace di articolare le sue posizioni.  

Interrogandoci sulla maniera più sensata di dare spazio al libro sulla nostra rivista, abbiamo pensato che, più che dedicargli una singola recensione o approfondimento, ci sarebbe piaciuto raccogliere nel nostro piccolo l’appello lanciato nelle ultime righe di Contro l’impegno, che si chiude sotto l’auspicio di una discussione sulle tematiche affrontate. Abbiamo quindi deciso di elaborare un breve questionario di quattro domande, abbastanza composite e stratificate, che riprendessero alcuni punti a nostro avviso cruciali nell’economia del libro: il pubblico di Contro l’impegno; il legame tra letteratura e moralità; la questione del canone; la cornice teorica delle riflessioni dell’autore.

In seguito, abbiamo sottoposto il questionario a un gruppo di collaboratrici e collaboratori legati alla rivista – tra i quali anche alcuni redattori –, con l’intenzione di continuare un dibattito che, a partire dal libro di Siti, vorremmo si allargasse a questioni di portata più ampia e proseguisse anche in futuro in forme, tempi e luoghi differenti. Le risposte al questionario saranno pubblicate sulla «Balena Bianca» in una rassegna di cinque puntate nelle prossime settimane. Dalla sua uscita in aprile diverse recensioni intelligenti sono state dedicate al libro: fra le altre, ci fa piacere segnalare quelle di Mario BarenghiJonathan BazziCarlo Mazza GalantiGilda Policastro e Chiara Portesine. Rimandiamo a questi scritti, oltre che a un interessante colloquio radiofonico (01:01:51-01:33:20) fra Walter Siti e Loredana Lipperini a “Fahrenheit-Radio3”, per un inquadramento del libro che non abbiamo spazio di effettuare a nostra volta in questa sede.

Questa settimana pubblichiamo le risposte di Michele Farina (MF) e Giacomo Raccis (GR). Qui, qui e qui invece si possono trovare le risposte delle prime tre uscite della rassegna.

1. Ogni volta che esce un libro di critica letteraria militante, nato per stimolare un dibattito intorno ai fatti letterari e alle loro relazioni con il sistema culturale e con la società si pone il problema del pubblico. A chi si rivolge Contro l’impegno? A quali lettori Walter Siti indirizza le proprie stilettate? Pur nella dichiarata disorganicità del libro, costante è da parte dell’autore il riferimento a un orizzonte che comprende l’intero campo della letteratura; Siti chiama in causa i grandi classici, cita studi accademici, salvo poi riservare i suoi “carotaggi” per lo più a opere di consumo e autori capaci di costruire una propria riconoscibilità mediatica nella cultura mainstream (Saviano, Murgia, Carofiglio, D’Avenia…): una scelta parziale che non sfugge al lettore avveduto, ma che magari confonde chi non è esperto di questioni letterarie. Una scelta che peraltro consente a Siti di rendere trasversale il proprio discorso, di non fare troppe distinzioni. Come valuti l’equilibrio trovato da Siti tra le ambizioni del pamphlet e la sua effettiva articolazione, anche alla luce del suo pubblico potenziale? Può la critica rompere il muro di gomma che la separa dal grande pubblico e offrire un’interpretazione della cultura a uso di tanti?

MF: mi pare che la natura ancipite di Contro l’impegno segnali le ambizioni e i possibili limiti del pamphlet, al netto della disorganicità rivendicata dall’autore. Trovo interessante la scelta di concentrare gli affondi critici su autori e autrici che incarnano, anche per la loro ampia riconoscibilità mediatica, immagini correntemente invalse dello scrittore italiano contemporaneo. Questa postazione anti-specialistica, la genuina curiosità sociologica e la disinvoltura con cui riferimenti letterari ed extra-letterari sono dispiegati e incrociati nell’analisi non solo delle opere, ma delle tendenze estetiche e sociali che, secondo Siti, questi autori incarnano, sono a mio avviso fra i maggiori motivi di interesse del libro. Mi interrogo però sull’ampiezza della forbice che separa quelli che sono la grande parte dei lettori di Contro l’impegno (e in generale di Siti), ossia lettori molto forti, e il pubblico degli autori più estesamente esaminati: semplificando, il mio dubbio è che il primo gruppo di lettori per diversi motivi possa non essere interessato quanto Siti a un’analisi ravvicinata delle opere in questione oppure confermato nel proprio pregiudizio estetico, mentre il secondo possa, non dico non arrivare neanche al libro, ma non essere incline ad accettare un discorso così impostato e in ultima analisi fortemente demistificante intorno ai propri autori di riferimento. Può darsi che le tipizzazioni del pubblico che ho abbozzato siano troppo polarizzate e probabilmente il libro è idealmente rivolto a una readership che si colloca nel continuum tra questi due estremi, anche se le diverse annotazioni teoriche presenti in Contro l’impegno, per quanto sempre fatte con intenti di trasparenza divulgativa, presuppongono in ogni caso un pubblico selezionato.

GR: All’uscita di Contro l’impegno ho avuto l’impressione che l’umore più diffuso nella bolla letteraria fosse il sollievo: finalmente qualcuno capace di affilare le armi critiche per smantellare il mito pop dei nuovi aspiranti intellettuali. Il grande scrittore che offre uno sguardo in grado di abbinare il grandangolo della lettura culturologica con i primi piani su quelli che sono oggi i libri “che si leggono”. Qualcosa di simile era successo all’uscita della Letteratura circostante di Simonetti, che spingeva l’acume critico sul terreno del midcult e della letteratura di consumo. Nel caso di Siti, però, la posizione è più netta e anche provocatoria, come giusto che accada in un pamphlet, il cui obiettivo polemico è chiaro, ma forse non il pubblico a cui rivolgersi. E mi sembra che a rivelarlo siano due incongruenze, difficilmente spiegabili se non come effetto di una malizia dell’autore. Da un lato l’appiattimento dell’idea di letteratura alle sue manifestazioni più note e spettacolari, quelle appunto dei Saviano e delle Murgia. Siti decide di scrivere perché avverte la strumentalizzazione della letteratura come una minaccia, ma nel farlo sembra ignorare – ad esempio – vent’anni di romanzi che invece hanno coltivato quel culto dell’ambivalenza morale che a lui è tanto caro (dal Demone a Beslan a La città dei vivi, per restare ad alcuni casi noti). Dall’altro il ricorso a una postura critica – senza dubbio severa contro le contraddizioni e le ipocrisie degli autori affrontati – che difficilmente aprirà gli occhi a quanti hanno deciso di leggere Morgana o La paranza dei bambini e che invece può essere apprezzata da chi quelle lettura ha già deciso di non farle (o di farle e poi denigrarle).


2. Uno dei nodi concettuali intorno al quale Siti dà battaglia agli araldi di ciò che egli definisce “neoimpegno” (riconoscendone sempre i meriti laddove presenti) riguarda i rapporti che le opere letterarie intrattengono con i valori morali. Qual è la natura del legame esistente tra la dimensione estetica e la dimensione morale di un’opera letteraria, ad esempio di un romanzo? Tale annosa questione è al cuore di Contro l’impegno, le cui analisi mirano a demistificare e rivelare la bidimensionalità morale, innocua e risarcente, di molti dei libri presi in esame. Siti difende strenuamente il diritto di chi scrive a trattare contenuti e trasmettere valori apertamente immorali, a patto che questi siano per così dire garantiti da una complessità tecnico-stilistica latrice di una più profonda visione del reale, sia essa definita o ambigua. Come valuti le prese di posizione di Siti su questo spinoso ordine di problemi? Qual è la tua posizione in merito? 

MF: premetto che nella mia percezione la cornice argomentativa abbozzata intorno ai carotaggi di Contro l’impegno risponde più a ragioni poetiche che teoriche nel senso forte del termine. Mi pare che in Italia il dibattito intorno ai rapporti tra letteratura e morale sia attestato su posizioni ancora otto-novecentesche e in generale molto stilizzate: l’aggettivo morale è spesso sogguardato perché inteso esclusivamente in chiave normativo-pedagogica come sinonimo di moralistico. Per fortuna tali questioni vanno oltre la semplice opposizione tra una posizione cosiddetta “moralista forte”, che considera il valore estetico di un’opera direttamente proporzionale al valore morale, della quale secondo Siti si fanno sostenitori più o meno consci gli araldi del “neoimpegno”, e la posizione “immoralista” a grandi linee portata avanti da Siti, secondo cui il valore estetico di un’opera è indipendente dal suo valore morale e può addirittura aumentare in proporzione all’immoralità del contenuto. Tra queste due posizioni ne esistono di intermedie e tutte implicano problemi teorici affascinanti e non scontati: ad esempio, ammesso che uno dei compiti della letteratura sia quello di veicolare valori morali, in che modo avviene questa trasmissione e in che forma essi si offrono o meno a chi legge? In generale mi sembra il discorso di Siti tenga finché l’analisi rimane aderente agli autori e ai libri che sceglie di mettere a fuoco – e in questo senso ha valore esemplificativo –, facendosi più sgranato quando le asserzioni aspirano a una validità generale. Il ribadito richiamo alla complessità formale e l’insistenza su metafore di densità e spessore in riferimento al dover essere della grande letteratura credo troverebbero solidale qualunque lettore di buon senso e per la verità anche la rivendicazione del diritto all’immoralismo non mi pare sfondi oggi alcun vetro se non in forma di promemoria.

GR: che il successo di un libro dipenda spesso dalla sua capacità di rassicurare implicitamente, di risarcire moralmente le angosce e le paure del suo pubblico d’elezione non è scoperta di questi tempi. Per almeno tre decenni Vittorio Spinazzola ha battuto su questo tasto, individuando i modi in cui le cosiddette “alte tirature” riuscivano a rispondere a bisogni di lettura diffusi e, per questo, molto generici e condivisibili. Da questo punto di vista, il velo di Maya squarciato da Contro l’impegno è ben poca cosa. Va comunque riconosciuto che l’opera di decostruzione dei meccanismi più oliati della produzione di consumo – meccanismi che paiono in grado di riprodursi automaticamente, estendendosi anche su più media, allargando così il loro raggio d’azione (pensiamo ancora a Morgana) – è sempre opportuna. Una verifica dei poteri che ci consenta di capire a quali processi siamo talvolta soggetti senza rendercene conto è periodicamente necessaria. Soprattutto quando ci aiuta a riconoscere dei paradossi altrimenti inosservati, come la dimensione contestataria che continua ad animare un discorso che ormai si è fatto maggioritario (ma sarebbe stata interessante anche una riflessione sul manicheismo che anima il discorso di Murgia e che la spinge, ad esempio nell’ultima edizione di Morgana, a incappare nella più classica delle mascolinizzazioni del femminile: L’uomo ricco sono io). Faro della riflessione di Siti, poi, è un’idea di letteratura fin troppo generica, e per questo scarsamente efficace. La scrittura deve prediligere la complessità, un’implicazione reciproca tra forma e contenuto che renda le strategie stilistiche o le scelte strutturali direttamente connesse con il discorso morale o politico che intendono proporre, la letteratura deve svelare le contraddizioni dell’uomo o della società, essere ambigua e non fornire risposte preconfezionate: davvero difficile non concordare con Siti. Che poi, naturalmente, vira questa visione nei termini di un elogio del “cattivismo” che da un lato sembra più che altro mirato a legittimare la sua più recente produzione e, dall’altro, può risultare altrettanto confortante, seppur per altra via, della letteratura terapeutica al centro del suo discorso critico (mi riferisco al conforto che può dare l’essere sempre il bastian contrario).


3. Pur non essendo il principale oggetto delle riflessioni di Siti, più interessato a stigmatizzare la funzione terapeutica che oggi viene attribuita alla letteratura (la letteratura come «conforto per gli esseri fragili che siamo diventati di fronte alle crisi», 37), è evidente che la questione della costituzione di un canone permane all’orizzonte del discorso. Mentre ovunque nel mondo si rileggono i classici anche alla luce delle nuove istanze sociali e culturali, Siti fa sua la nozione di “lettore implicito” (Iser), che restituisce l’opera al suo contesto storico, ne giustifica eventuali carenze rispetto alle attese del pubblico contemporaneo e soprattutto consente di concentrarsi sugli aspetti formali, a suo avviso oggi trascurati. Come giudichi la posizione di Siti rispetto a tali questioni? Pensi che ci siano altri modi di affrontare, da un punto di vista specificamente letterario, la questione del canone e della sua “durata”? 

MF: pochi concetti in altri paesi negli ultimi decenni sono stati decostruiti come quello di canone. Svicolo con qualche osservazione sulle riflessioni di Siti in merito, che, per quanto rapide, mi paiono abbastanza chiare. In merito alla esigua presenza di donne e autori provenienti da minoranze etniche nel canone occidentale, Siti refuta il meccanismo delle “quote” e riconosce che «pretendere oggi parità di condizioni è inevitabile oltre che giusto, ma volgere le rivendicazioni al passato rischia di ottundere le gerarchie basate sulla grandezza dei testi». La trattazione sbrigativa del punto, che nell’economia di un libro siffatto dovrebbe essere più sviluppato, dipinge la costruzione del canone nei secoli quasi come un’edificazione lineare e necessaria di gerarchie basate sulla “dimostrabile” (non argomentabile!) superiorità estetica delle opere ivi incluse. Parlare senza ulteriori specificazioni di “gerarchie basate sulla grandezza dei testi” è un’affermazione a rischio di circolarità, che non tiene conto del fatto che gli stessi valori sulle quali tali gerarchie sono state erette nel tempo sono almeno in parte determinati a livello storico-sociale e in quanto tali sottoponibili a verifica al mutare dell’orizzonte d’attesa. Riconoscere questo non significa ribaltare ogni gerarchia (esistono eccome opere più grandi di altre) e abbracciare la totale relatività dei criteri, ma fare un passo verso un atteggiamento di valorizzazione dell’irriducibile complessità dell’esperienza umana, complessità che Siti giustamente difende a spada tratta quando si arriva a parlare di scrittura e lettura. In Italia, più che un rischio di iconoclastia (i casi di censura citati da Siti sono quasi tutti relativi al contesto statunitense), vedo incombere quello della progressiva marginalizzazione e dell’irreversibile spettacolarizzazione dell’esperienza letteraria nell’ambiente attenzionale e cognitivo che si è assai rapidamente imposto negli ultimi anni. Le annotazioni per me più interessanti del pamphlet sono quelle che aprono a tali orizzonti di riflessione, di cui si discute poco e che invece riguardano tutti gli attori del sistema cultura, non solo gli autori più visibili o i lettori meno attrezzati.

GR: in Contro l’impegno mi sembra che la questione del canone non sia centrale, ma affrontata in maniera sporadica – forse solo in apertura –, come esempio di un uso strumentale della letteratura, piegata a fini politici o ideologici (ma forse più civili, in questo caso). Anche in questo caso Siti se la cava con furbizia, semplificando eccessivamente la questione, sottolineando l’assurdità delle posizioni più estreme e avanzando esempi fin troppo chiari: dall’inverosimile ipotesi di escludere Leopardi dal canone perché misogino all’impietoso confronto tra Cecchina e Madame Bovary. Non si può ridurre tutto a questo; non si può liquidare un dibattito o un problema legittimo e urgente solo perché in Italia è stato accolto con eccessivo zelo o, al contrario, con un’insofferenza un po’ pilatesca. E non se ne esce solo rivendicando l’autonomia dell’arte rispetto alla società e alla politica. La complessità, la ricchezza («ha dentro più cose» dice Siti), l’ambiguità morale non sono valori di per se stessi; anche questi reagiscono a un contesto e come tali devono essere messi in prospettiva, ogni volta che il contesto di ricezione cambia. Bisogna aver rispetto per il lettore implicito, ma anche per quello reale. Ignorare il fatto che certi prodotti della cultura occidentale vengono letti oggi alla luce di nuove prospettive politiche e civili, significa ignorare il valore simbolico di cui questi prodotti sono caricati; un valore che le opere letterarie sempre più raramente ottengono, peraltro, negli ultimi decenni. Anche per questo credo che sarebbe importante un atteggiamento maggiormente riflessivo, che permetta magari di rivendicare alla critica un ruolo di intermediazione che appare decisivo nel momento in cui si presentano problemi stratificati e non risolvibili con una boutade o con prese di posizione manichee.


4. Il lettore implicito di Iser, la funzione poetica di Jakobson, il ritorno del rimosso e la critica psicanalitica à la Orlando: Siti stesso definisce «un po’ arrugginiti» (67) gli strumenti d’indagine con cui intende asserire l’importanza della “forma come contenuto” e quindi la possibilità dell’opera di prescindere dagli impulsi eteronomi («Nel pendolo incessante tra autonomia ed eteronomia dell’arte, l’ora presente batte dalla parte dell’eteronomia», 32). Tuttavia la validità e possibile attualità di questi strumenti è rivendicata anche alla luce (e a scapito) delle correnti critiche che l’autore considera più in voga nell’attuale panorama degli studi letterari (biocritica, cognitivismo, darwinismo letterario…). A questi strumenti, infine, affida il compito di sostenere quella che appare come la “proposta critica”, la pars construens del pamphlet, ovvero l’idea della letteratura come «avventura conoscitiva», rilanciata fin dalla quarta di copertina e variamente ribadita nel testo. Trovi che la posizione espressa da Siti sia condivisibile? Quali sono a tuo avviso gli strumenti critici attraverso cui si può valorizzare oggi lo specifico della letteratura (anche in relazione alle richieste di cura, di testimonianza, di verità che vengono avanzate nei confronti dei romanzi)?

MF: mi ha stupito il candore un po’nostalgico con cui Siti rispolvera certi autori – fondamentali, certo – già ampiamente storicizzati e revisionati a livello teorico, come se non si fosse consumata qui da noi a più riprese l’“eutanasia” (più o meno “eu”) della linea formalista-strutturalista. Spiace anche constatare il sostanziale riduzionismo con cui sono liquidati gli studi cognitivi, presentati nello stereotipo del tecnico di laboratorio divorato da chimere scientiste. Dal mio punto di vista questo è un fatto curioso, se è vero che una delle tesi continuamente ribadite nel pamphlet con minime variazioni è proprio quella che vede la letteratura come «avventura conoscitiva» e «strumento di conoscenza». Ora, posto che Siti parla più in chiave psicanalitica di un tipo di conoscenza rimossa e prodotta in chi scrive in modo misterioso e inaspettato, a me questa pare una posizione che faticherei a definire altrimenti che cognitiva. Dei modi in cui tale conoscenza sarebbe veicolata al lettore e del tipo di conoscenza veicolata non si parla: è conoscenza a tutti gli effetti? Di natura fattuale, proposizionale, psicologica, morale? Deriva dalla sperimentazione di una possibilità di vita? Dai meccanismi di immedesimazione? Queste sono questioni certamente tecniche e di difficile esaurimento, ma non secondarie né oziose quando si discute delle possibili funzioni o disfunzioni della letteratura, a maggior ragione se le si riconosce un valore cognitivo. Un ultimo appunto sul binomio concettuale “autore implicito/“lettore implicito”, che viene utilizzato da Siti per liquidare la questione della possibile immoralità delle opere letterarie: di tali concetti non esiste nella riflessione successiva a Iser una definizione pacificamente condivisa, in parte per la loro natura non-oggettiva, ossia frutto di una proiezione soggettiva. Per questi motivi sono portato a leggere le proposte teoriche avanzate nel saggio, esemplificate e messe in atto con efficacia spesso straordinaria in molta narrativa di Siti, più come dichiarazioni di poetica.

GR: Verso la fine di La natura è innocente, si legge: «ora scrivo per scrivere, per difendere la letteratura da chi la vorrebbe morta (o mutilata, o asservita)». Non so se mentre scriveva questo passaggio Siti stesse pensando anche al futuro pamphlet. Senz’altro le pagine di Contro l’impegno sembrano assolvere questo medesimo compito; e si potrebbe anche pensare che quelli che vorrebbero “morta” o “mutilata” o “asservita” la letteratura siano proprio gli autori che Siti demolisce metodicamente in queste pagine. Lo slancio che lo muove a questa impresa è valido e nobile – oltre che un poco sorprendente da parte di chi ha sempre giocato il ruolo del disilluso, dell’agent provocateur; una forma di assunzione di responsabilità. Che Siti svolga questo compito attraverso metodi critici desueti stupisce certo meno, ma non credo faccia problema. Nell’attuale panorama della critica letteraria – e in particolare in quella accademica – vige una sorta di confusione dei paradigmi: nuove ricercatrici e nuovi ricercatori (compreso chi scrive) si formano sperimentando volta a volta teorie e procedimenti analitici differenti, ma raramente maturano una fedeltà a un metodo, convinti al contrario della loro sostanziale complementarietà e interscambiabilità. Il fatto che un simile lavoro di decostruzione del canone mainstream della letteratura italiana venga svolto valorizzando alcuni metodi d’antan non fa dunque che certificare la loro buona salute (anche se l’interpretazione psicanalitica su Saviano mi sembra un poco spericolata). Certo, lascia più perplessi lo snobismo con cui vengono liquidati altri strumenti d’indagine, meno noti a Siti e forse per questo fraintesi. E anche la cosiddetta pars construens, in fondo, risulta quanto meno generica, opaca, valida un po’ per tutte le stagioni. E infatti lo striminzito corpus di contro-esempi con cui in conclusione Siti cerca di mostrare cosa, al contrario dei casi trattati, rappresenta per lui un modello di azzardo letterario – ovvero Dante, Carrère e Brecht – non spicca certo per originalità. Per di più, l’autore che più potrebbe prestarsi a un paragone plausibile (Carrère) viene ridotto a una battuta, che dovrebbe bastare a legittimare il valore di un’intera opera (Vite che non sono la mia). Davvero troppo poco.


L’illustrazione originale nella copertina dell’articolo è stata realizzata dal nostro redattore Massimo Cotugno.


Walter SitiContro l’impegnoRiflessioni sul Bene in letteratura, Milano, Rizzoli, 2021, 272 pp., € 14.