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Senza impegno/3: quattro domande intorno al pamphlet di Walter Siti

Come «Balena Bianca» nel corso dei mesi passati abbiamo osservato con attenzione e curiosità l’accoglienza riservata a Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli 2021), l’ultimo pamphlet di Walter Siti, capace, come pochi libri negli ultimi anni, di suscitare reazioni molto contrastanti e di imporsi velocemente come oggetto di animate discussioni. Il fatto che la qualità divisiva del libro, e forse proprio anche grazie a essa, non gli abbia impedito di raggiungere la vetta della sezione saggistica delle Classifiche di qualità a cura della rivista «L’Indiscreto» per il trimestre febbraio-maggio ha mostrato in modo chiaro che le questioni affrontate nei diversi capitoli del pamphlet siano percepite come urgenti dai lettori e che l’autore abbia trovato un modo efficace di articolare le sue posizioni.  

Interrogandoci sulla maniera più sensata di dare spazio al libro sulla nostra rivista, abbiamo pensato che, più che dedicargli una singola recensione o approfondimento, ci sarebbe piaciuto raccogliere nel nostro piccolo l’appello lanciato nelle ultime righe di Contro l’impegno, che si chiude sotto l’auspicio di una discussione sulle tematiche affrontate. Abbiamo quindi deciso di elaborare un breve questionario di quattro domande, abbastanza composite e stratificate, che riprendessero alcuni punti a nostro avviso cruciali nell’economia del libro: il pubblico di Contro l’impegno; il legame tra letteratura e moralità; la questione del canone; la cornice teorica delle riflessioni dell’autore.

In seguito, abbiamo sottoposto il questionario a un gruppo di collaboratrici e collaboratori legati alla rivista – tra i quali anche alcuni redattori –, con l’intenzione di continuare un dibattito che, a partire dal libro di Siti, vorremmo si allargasse a questioni di portata più ampia e proseguisse anche in futuro in forme, tempi e luoghi differenti. Le risposte al questionario saranno pubblicate sulla «Balena Bianca» in una rassegna di cinque puntate nelle prossime settimane. Dalla sua uscita in aprile diverse recensioni intelligenti sono state dedicate al libro: fra le altre, ci fa piacere segnalare quelle di Mario BarenghiJonathan BazziRomano LuperiniCarlo Mazza GalantiGilda Policastro e Chiara Portesine. Rimandiamo a questi scritti, oltre che a un interessante colloquio radiofonico (01:01:51-01:33:20) fra Walter Siti e Loredana Lipperini a “Fahrenheit-Radio3”, per un inquadramento del libro che non abbiamo spazio di effettuare a nostra volta in questa sede.

Questa settimana pubblichiamo le risposte di Ludovica Del Castillo (LDC), Cecilia Monina (CM) e Massimiliano Cappello (MC), che ringraziamo per la disponibilità a partecipare. Qui e qui invece si possono trovare le risposte della prima uscita della rassegna.


1. Ogni volta che esce un libro di critica letteraria militante, nato per stimolare un dibattito intorno ai fatti letterari e alle loro relazioni con il sistema culturale e con la società si pone il problema del pubblico. A chi si rivolge Contro l’impegno? A quali lettori Walter Siti indirizza le proprie stilettate? Pur nella dichiarata disorganicità del libro, costante è da parte dell’autore il riferimento a un orizzonte che comprende l’intero campo della letteratura; Siti chiama in causa i grandi classici, cita studi accademici, salvo poi riservare i suoi “carotaggi” per lo più a opere di consumo e autori capaci di costruire una propria riconoscibilità mediatica nella cultura mainstream (Saviano, Murgia, Carofiglio, D’Avenia…): una scelta parziale che non sfugge al lettore avveduto, ma che magari confonde chi non è esperto di questioni letterarie. Una scelta che peraltro consente a Siti di rendere trasversale il proprio discorso, di non fare troppe distinzioni. Come valuti l’equilibrio trovato da Siti tra le ambizioni del pamphlet e la sua effettiva articolazione, anche alla luce del suo pubblico potenziale? Può la critica rompere il muro di gomma che la separa dal grande pubblico e offrire un’interpretazione della cultura a uso di tanti?

LDC: Il mio punto di vista su come e dove Contro l’impegno si collochi rispetto al contesto di ricezione, tenendo conto dell’identità del libro, è che il pamphlet di Siti si rivolga a un doppio pubblico: il primo di fatto e il secondo potenziale, come segnalato nella domanda stessa. Siti mi pare sia perfettamente consapevole, come è ovvio che sia, dell’interesse e del dibattito che un testo come Contro l’impegno possa innescare tra gli specialisti – quella «bolla», appunto, nominata più volte nel pamphlet – a cui evidentemente i «carotaggi» possano risultare limitati. Ma se immaginiamo il lettore potenziale di Contro l’impegno, che probabilmente proprio in virtù della notorietà e dell’autorevolezza di Siti – e quindi anche dello spazio d’evidenza che il testo occupa tra gli scaffali delle librerie – allora credo che il discorso prenda delle direzioni leggermente differenti: come se Siti parlasse, senza snaturarsi, un po’ la stessa lingua – migliorata – del lettore potenziale, quella di un lettore che la Murgia la legge, così come legge, segue e acquista Saviano, Carofiglio, D’Avenia etc. Siti credo intenda dire, a quel lettore potenziale, che l’abitudine non è l’unica modalità possibile, e lo fa destrutturando proprio quella consuetudine, non dimenticandosi della propria identità e lavorando sulla forma frammento, ormai degradata, per cercare di renderla sostanziale, così come Siti dichiara già dalle prime pagine del libro – anche affrontando la problematica dello stile. La questione del rapporto tra critica e pubblico generalista riguarda anche gli argomenti che interessano quest’ultimo e che, di contro, non sempre interessano la critica o sono già stati da questa già affrontati o sciolti, senza dimenticare però anche le spinte eteronome che indirizzano l’attenzione del pubblico verso specifici argomenti, diremmo, «caldi».


A fronte di questo, credo che un attacco verso Contro l’impegno sia, per dirla in modo forse un po’ perentorio, un rimarcare proprio quel muro di gomma che separa il pubblico più ampio dalla critica. Il che non significa accoglierlo per forza in pieno, ovviamente – come per esempio non credo sia possibile ignorare i motivi che spingono l’editoria più commerciale ad affrontare alcuni specifici argomenti. Forse sarebbe più giusto interrogarsi sui motivi della separazione tra critica e pubblico generalista: la questione non credo sia l’eventuale rivolgersi di Siti a un lettore distante dall’élite – quando soprattutto Siti stesso rivendica quest’ultimo come il soggetto addetto al fare critica e letteratura – ma a chi parla e secondo quali presupposti si esprima la critica militante. Siti, per parte sua, mi pare che un tentativo di sfondamento o spostamento del limite l’abbia – almeno – tentato.

CM: Non è facile individuare e circoscrivere il pubblico a cui Contro l’impegno si rivolge. Il pamphlet di Siti, infatti, che inevitabilmente trova nel letterato, nel critico di professione e persino nell’accademico un destinatario privilegiato e spesso concorde, fa però uso di un linguaggio che pare volontariamente allontanarsi da quello dei tecnicismi e degli studi in cui l’accademia talvolta rischia di rimanere intrappolata, e che vorrebbe costringere il discorso intorno alla letteratura a uscire dai nuovi salotti, dagli ambienti editoriali e dalle pagine culturali. Se talvolta il gioco dell’autore somiglia a un ridondante tentativo di persuadere chi, in fondo, la pensa già come lui, mi pare si possa invece ritrovare proprio nel — e qui mi si conceda il termine — lettore “conformista”, in quello più avvezzo alla letteratura cosiddetta mainstream, un secondo bersaglio delle sue stoccate ma anche un interlocutore. Siti analizza punto per punto,  ripercorrendo i loro lavori e avvalendosi di riferimenti puntuali e citazioni, i testi di quegli scrittori e di quelle scrittrici ormai ascrivibili alla categoria. C’è la parabola discendente di Saviano, dal suo esordio ibrido tra narrativa e inchiesta alla serialità televisiva, c’è Michela Murgia, che oggi vuol far credere di considerare la letteratura «come un atto di belligeranza», c’è lo scivolone stereotipato di Catozzella, e l’impressione è che Siti, oltre a dare conferme a chi nemmeno ne avrebbe il bisogno, voglia anche smontare una certa letteratura mainstream, quella che definisce del neo-impegno, agli occhi dei suoi lettori medi, svelandone così l’altra faccia, i difetti, i possibili punti di rottura. Mi pare che il discorso di Siti oscilli quindi tra l’idea che sia necessario ristabilire la riflessione teorica venuta a mancare in campo letterario (e che rende più difficile distinguere la letteratura dal resto), e la consapevolezza che la società neo-impegnata continua ad attribuire alla letteratura in senso lato una funzione centrale.

MC: Quello di Siti sembra, alla lettera, non un doppio ma un triplo gioco. Mi si conceda lo spunto fortiniano (L’ospite ingrato, 74); può aiutare a illuminare una zona piuttosto trascurata del discorso di Contro l’impegno.

Il valore della polemica e dell’apologetica è in misura diretta del valore degli avversari e quindi dovrebbe tendere naturalmente a portarsi all’altezza dei migliori. Ma chi sono i migliori fra i propri avversari se non quelli che apparentemente più ci somigliano e sostanzialmente più divergono da noi? E questa definizione non coglie soprattutto coloro che si trovano dalla nostra stessa parte?

Siti sa che ognuno riconosce i suoi e che fuori dalla sua tribù non ha mandato. Eppure, il sogno lucido del libro resta quello del «messaggio promozional-letterario» del meme che lo vede in mano a Gerry Scotti. In questo scarto, brandisce le armi imperiture della Forma verso contenuti ad alta mediaticità; assume atteggiamenti “bullistici”, eppure invita a “discuterne un poco”; il suo lettore modello è “specialistico”, ma quello implicito (con più di una speranza che diventi empirico) è o vorrebbe essere di altra specie.

Ma non bisogna a pensarne male (cioè bene): Siti non è un Chisciotte della critica rivolta al grande pubblico, né un “modesto propositore” di discussioni interne. Il libro è confezionato per “noi”, ma parlerebbe a “loro”. Il punto è chi sia questo “loro”. Ecco il triplo gioco: tentare, con il salto da testo a macrotesto (da saggi, non dimentichiamolo, a libro di saggi) di rivolgersi non tanto al di là del “muro di gomma”, ma ai vari Saviano-Murgia-Carofiglio-D’Avenia: quale fortiniana “spina” o invito a replicare. Fingendo cioè due volte (con finta modestia e vera mortificazione) un discorso da pari a pari, di cui il pamphlet è grammatica e campo; con questa finzione tentando di inverare il solo gesto che davvero potrebbe intercettare, anche solo di riflesso o come chiacchiera, quello che si pensa essere il grande pubblico.

Non è, in realtà, che una rappresentanza (e delle più “simili”) di altre specializzazioni: chi sono il lettore di Carofiglio, la supporter di Saviano, il simpatizzante della Murgia, la D’Aveniana da “cultura a reti unificate” se non i sinceri democratici, i nostri genitori?

2. Uno dei nodi concettuali intorno al quale Siti dà battaglia agli araldi di ciò che egli definisce “neoimpegno” (riconoscendone sempre i meriti laddove presenti) riguarda i rapporti che le opere letterarie intrattengono con i valori morali. Qual è la natura del legame esistente tra la dimensione estetica e la dimensione morale di un’opera letteraria, ad esempio di un romanzo? Tale annosa questione è al cuore di Contro l’impegno, le cui analisi mirano a demistificare e rivelare la bidimensionalità morale, innocua e risarcente, di molti dei libri presi in esame. Siti difende strenuamente il diritto di chi scrive a trattare contenuti e trasmettere valori apertamente immorali, a patto che questi siano per così dire garantiti da una complessità tecnico-stilistica latrice di una più profonda visione del reale, sia essa definita o ambigua. Come valuti le prese di posizione di Siti su questo spinoso ordine di problemi? Qual è la tua posizione in merito? 

LDC: La mia posizione concorda tendenzialmente con quella di Siti. Il manicheismo morale quasi imperante nel nostro sistema mondo pare appiattisca la complessità ed elimini la contraddizione, che sono elementi senza i quali ogni visione si fa ideologia e sfocia in un inaridimento del processo di conoscenza, di problematizzazione e di generazione.
La questione non riguarda solamente la letteratura ma una dimensione socio-culturale più ampia, di cui la letteratura si fa specchio e ramificazione non resistente, almeno più esplicitamente per quanto riguarda la letteratura, come si dice, commerciale.


Direi che non è una novità il fatto che la buona letteratura non parli di buoni sentimenti – si pensi solamente allo spessore dei personaggi shakespeariani – o, per lo meno, non incarni la funzione di appiattire la complessità a favore di una risoluzione delle contraddizioni o di elargire speranza. Per quello, e non sempre, ci si può forse rivolgere alle dottrine e ai culti religiosi e spero di non essere in odor d’eresia se affermo che la letteratura non è – o non dovrebbe perlomeno essere – una questione di speranza. La letteratura, come l’arte tutta, è la domanda posta, non la risposta data. È la crisi, non la risoluzione.


La tesi dello spessore dello stile ha antecedenti a suo supporto. Per la letteratura contemporanea italiana, in uno dei capitoli finali di Contro l’impegno, Siti cita Luca Rastello come esempio di buon uso dello stile, per un testo pregno di contenuti e con una dichiarata e definita posizione: questo chiaro riferimento basterebbe, credo, a spiegare cosa s’intenda per un buon uso dello stile, almeno nella letteratura italiana contemporanea.

CM: Mi viene in mente, rispetto alla prima delle vostre questioni, un racconto di Anna Maria Ortese intitolato La città involontaria: rientrerebbe forse in quella che oggi chiamiamo narrativa d’inchiesta, e sono circa venticinque pagine sulle condizioni di vita nei palazzoni dei Granili di Napoli. Dentro c’è tutto l’orrore della visione, eppure anche la delicatezza della prosa di Ortese che non cade mai nel luogo comune, nello sguardo compassionevole, ma che oscilla sempre tra «il dolore e una sorta di straziato sollievo». E mi sembra che qui sia possibile rintracciare una prima, enorme differenza rispetto alla spaccatura tra dimensione estetica e morale che rivelano invece alcuni degli autori al centro di Contro di l’impegno. Siti critica, tra le altre cose, la ricerca spasmodica della dimensione morale, di un messaggio, all’interno del romanzo, non più spinto da una reale esigenza ma da una richiesta che deve soddisfare un pubblico sempre più ampio a discapito della cura stilistica. Si tratta di una scelta ammiccante, “piaciona”, anche quando coinvolge la politica e dovrebbe spingere a una presa di posizione: che si parli di questioni di genere, di fenomeni migratori, di cancel culture, la letteratura permette, paradossalmente, che «due idee contrastanti possano incarnarsi senza escludersi» e in questi termini consente di non sbilanciarsi mai. Parlare di valori apertamente immorali, al contrario, potrebbe significare assumersi fino in fondo il rischio di andare contro ciò che il largo pubblico richiede, ma rappresenta pur sempre un esercizio di finzione, e come tale va allora interpretato e  va giudicato quindi anche nella sua forma. Come sarebbe accolto oggi Alexander Portnoy che viola un pezzo di fegato mentre va a lezione per il Bar-Mitzvah? Eppure quelle di Roth restano tra le pagine meno ortodosse e tra le più sincere di cui la letteratura americana ci abbia fatto dono. 

MC: Una scorciatoia per capire Siti è ovviamente nella massima secondo la quale “È con i buoni sentimenti che si fa la cattiva letteratura”. Ma in generale chiunque abbia avvertito – dacché la letteratura comincia a divenire altro dal sapere totale che era stata – di dover privilegiare l’altro, le “tecniche sopraffine” ai forzosi orientamenti a un fine, la “passione di esporsi a un trauma” al rischio di deriva merceologica. 

Un testo non vale tanto per quello che dice; quanto per ciò che fa e fa fare. Eppure, per Siti, la frase sembra quasi metafisicizzarsi in un “per ciò che è e fa essere”. La deriva, voglio dire, può sempre sopraggiungere, si parteggi per il Male o per il Bene, per lo Stile o per l’Impegno – ci si chiami o meno, insomma, “Walter Siti, come tutti”. Certo, neutralizzare forme, stili, linguaggi – fatto tanto più insopportabile se il contrappunto è di denuncia – non può che favorirne la vendetta. E ha allora ragione e torto insieme, Siti: consapevole merce tra le merci, la sua critica reagisce a buon diritto alle scritture neo-impegnate, ma reimponendo una continuità impressionante di autori, testi, valori, criteri. Au sujet de la littérature, dites qu’elle est de la littérature

Oggi come ieri, in effetti, ogni contrapposizione netta tra autonomia ed eteronomia dell’arte non può che destare sospetti. Ieri, perché dietro la purezza si celavano ben noti “termini e condizioni” di creazione e di fruizione; oggi, perché di fronte al “nuovo” nouvel engagement – esito ultimo di un habitus marxista (di un’istituzione, in altre parole) fattosi araldo del liberismo esistenziale –, anche barricarsi con il proprio tesoretto dentro il tempio di un’élite significa parteggiare per la “rimozione”; e forse molto più efficacemente. Anche i “fondamentali temi umani” al centro dell’“antica alleanza” letteraria rimpianta da Siti, voglio dire, sanno spacciare il contingente per l’eterno. 

Un corollario alla risposta precedente (e a questa) dovrebbe precisarsi in un’altra massima: “l’arma della critica non può sostituire la critica delle armi”. Ma quante persone, prima ancora di pronunciarle, definirebbero “terroristiche” queste parole?

3. Pur non essendo il principale oggetto delle riflessioni di Siti, più interessato a stigmatizzare la funzione terapeutica che oggi viene attribuita alla letteratura (la letteratura come «conforto per gli esseri fragili che siamo diventati di fronte alle crisi», 37), è evidente che la questione della costituzione di un canone permane all’orizzonte del discorso. Mentre ovunque nel mondo si rileggono i classici anche alla luce delle nuove istanze sociali e culturali, Siti fa sua la nozione di “lettore implicito” (Iser), che restituisce l’opera al suo contesto storico, ne giustifica eventuali carenze rispetto alle attese del pubblico contemporaneo e soprattutto consente di concentrarsi sugli aspetti formali, a suo avviso oggi trascurati. Come giudichi la posizione di Siti rispetto a tali questioni? Pensi che ci siano altri modi di affrontare, da un punto di vista specificamente letterario, la questione del canone e della sua “durata”? 

LDC: Anche su questo punto mi trovo d’accordo con la posizione di Walter Siti. Benedetto Croce, in questo, ha chiaramente esposto, nei termini della storiografia, il problema dell’interpretazione e, a mio avviso, si pone come un punto di riferimento. La questione nodale mi pare riguardi quindi primariamente il contesto storico-sociale-politico dell’osservatore. L’idea centrale non credo sia la questione letteraria ma quella socio-culturale – e implicitamente, anche, economica. La letteratura si fa riflesso di un atteggiamento molto più ampio e che dovrebbe considerare, in questo senso, movimenti e situazioni più estesi. Di contro, limitare la propria interpretazione a posizioni eccessivamente rigide, renderebbe lo sguardo sull’opera ideologicamente deviato. Prima di comprendere è forse necessario guardare.

Allo stesso tempo, credo che la visione della contemporaneità sia distorta dalla nostra ‘presa diretta’ delle vicende. Se si pensa, per esempio, alla storia editoriale dei vicini secoli passati, ci si accorge senza fatica che la situazione non era molto diversa da quella che viviamo: seppur incarnata in modalità e mezzi differenti, la proliferazione di quella che oggi chiamiamo «bassa letteratura» non è certo un fenomeno nuovo.

Per tornare alla questione del valore terapeutico della letteratura, credo che questa incarni una possibilità solamente in quanto specifico mezzo non esclusivo: se socialmente, mi pare, ci sia la necessità diffusa di trovare stabilità e certezze in un ambiente confusionario e liquido, non suona una stranezza che la letteratura, da un punto di vista medio e commerciale, cerchi di rispondere a questa necessità, nelle modalità e nei linguaggi che la risolvono. Il che non significa, di contro, che personalmente ne apprezzi il valore e lo spessore e che auspichi in una sua prosecuzione. Anzi, credo che la letteratura – e l’arte in generale – possano configurarsi come strumento di resistenza contro una deriva moralista e curativa, proprio attraverso l’uso dello stile, come espresso da Siti.

CM: La questione del canone è tra le più complesse, ed è Siti stesso a notarlo in conclusione del suo pamphlet quando scrive che forse il canone dei suoi classici «dovrebbe risciacquare i panni nel fiume di una nuova letteratura mondiale e multimediale». Per riprendere una domanda che l’autore pone a se stesso e al lettore quando si chiede se il canone sia da considerarsi come qualcosa di rigido, penso che il canone sia, al contrario, qualcosa di estremamente mutevole nel tempo e al variare del contesto di riferimento (ogni paese, ma se proviamo a ragionare più in piccolo persino ogni singola comunità accademica costruisce per sé un canone di riferimento che si tramanda o subisce lievi variazioni negli anni). La vera questione sembra essere cosa sia lecito, oggi, considerare parte del canone, e in quali termini il canone vada ridiscusso, partendo dal presupposto che i  classici di cui Siti parla (Dante, Cervantes, Flaubert, Tolstoj) stanno perdendo il loro grado di attrazione anche a causa di una più generale tendenza alla brevità e alla frammentazione. In questo senso occorrerebbe una duplice operazione di educazione alla complessità e uno strenuo lavoro di ricerca e di lettura per non limitare il canone, ma estenderlo, considerarlo aperto, espandibile e soprattutto non vincolato a limitazioni temporali (dopo quanto tempo un testo può dirsi parte di un canone?). 

Oltre a questo, il canone tradizionalmente inteso è stato duramente criticato perché costituito in buona percentuale da autori maschi bianchi occidentali e qualcuno ha provato a suggerire il meccanismo delle “quote” per renderlo più equo. La proposta, di per sé, non ha ovviamente i presupposti per funzionare, perché un canone, seppur costruito, deve poi trovare un riscontro nella comunità di riferimento. Quando il meccanismo si blocca, come sta accadendo ora, ecco che allora tutto va rimesso in discussione. 

MC: Non c’è nulla di strano nel fare periodicamente ritorno sugli oggetti di un passato per capire cos’altro se ne può fare. Basterebbe nominare l’esempio assunto canonicamente da Siti (Dante: e la sua s-fortuna sino al De Sanctis) per farsene un’idea. Dovremmo peraltro ormai sapere che una siffatta idea di “progresso” nella cultura è destinata a dare frutti marci o semimarci se svolta nei termini di un’assoluta e scriteriata rivendicazione del tesoro delle culture borghese e preborghese, senza distinzione, depurazione e controllo. È un’operazione che oggi nasce, diciamo così, “democratica” – con il preciso intento, cioè, di generare attorno a sé un gioco infinito di specchi (vedi alla voce cancel culture: qualsiasi cosa, purché si continui a replicare e a controreplicare. Tutto questo per non vedere l’essenziale del mondo, diceva qualcuno).

È il privilegio offerto comunque e preventivamente alla continuità rispetto a una rottura a motivare la “vendetta” dello stile praticata e subita da Siti. Più che proporre nuove interpretazioni dello stesso canone (o nuovi canoni tout court), si tratta forse di fare i conti con quello che ancora non siamo stati o voluti essere; il che vuol dire soprattutto chiedersi chi sia questo “noi”. Sicuramente non quello «d’arme, di lingua, d’altare»… 

4. Il lettore implicito di Iser, la funzione poetica di Jakobson, il ritorno del rimosso e la critica psicanalitica à la Orlando: Siti stesso definisce «un po’ arrugginiti» (67) gli strumenti d’indagine con cui intende asserire l’importanza della “forma come contenuto” e quindi la possibilità dell’opera di prescindere dagli impulsi eteronomi («Nel pendolo incessante tra autonomia ed eteronomia dell’arte, l’ora presente batte dalla parte dell’eteronomia», 32). Tuttavia la validità e possibile attualità di questi strumenti è rivendicata anche alla luce (e a scapito) delle correnti critiche che l’autore considera più in voga nell’attuale panorama degli studi letterari (biocritica, cognitivismo, darwinismo letterario…). A questi strumenti, infine, affida il compito di sostenere quella che appare come la “proposta critica”, la pars construens del pamphlet, ovvero l’idea della letteratura come «avventura conoscitiva», rilanciata fin dalla quarta di copertina e variamente ribadita nel testo. Trovi che la posizione espressa da Siti sia condivisibile? Quali sono a tuo avviso gli strumenti critici attraverso cui si può valorizzare oggi lo specifico della letteratura (anche in relazione alle richieste di cura, di testimonianza, di verità che vengono avanzate nei confronti dei romanzi)?

LDC: Anche in questo caso mi trovo d’accordo con Walter Siti. Credo che un’analisi critica non possa prescindere né dalla forma come aspetto significativo né, di contro, dagli aspetti extratestuali, dagli impulsi eteronomi. Mi trovo d’accordo anche con la proposta critica avanzata da Siti sul valore conoscitivo della letteratura.

Gli strumenti critici per avvalorare lo specifico letterario che intendo validi sono prima di tutto l’analisi testuale, che però non credo possa – e debba – prescindere dal contesto, dagli aspetti, per l’appunto, eteronomi: quello che andrebbe ricercato è un continuo bilanciamento tra i due aspetti, calibrato e adattato di volta in volta rispetto alla specificità dell’oggetto analizzato.

CM: Il saggio di Cometa (Perché le storie ci aiutano a vivere), la biologia della letteratura di Casadei, l’idea di riparazione del mondo presa a prestito da Alexandre Gefen, mi sembra siano tutti espedienti che Siti utilizza per arrivare a criticare non tanto agli strumenti utilizzati dai singoli autori, quanto l’idea sottesa di una letteratura che serve. Questo credo sia uno dei nodi concettuali più importanti del saggio di Siti: la letteratura deve sempre più assolvere a un ruolo sociale e consolotario, e in questa prospettiva il compito del neo-impegno è quello di fungere da «arma e appoggio», da rimedio alla sofferenza, quasi fosse rimasto tra i pochi strumenti ancora in grado di risanare il mondo. Il lettore cerca allora conferme continue — dalle “autopatografie” alle echo chambers che regolano le news sui social il meccanismo di fondo sembra essere lo stesso, cioè andiamo rafforzando ciò che già sapevamo o credevamo di sapere  — precludendosi così il piacere di andare oltre la lettura, cioè quell’«avventura conoscitiva» di cui parla Siti e che trovo tra i passaggi più importanti del suo testo. Nelle battute finali di Contro l’impegno Siti scrive di avere maturato l’impressione che oggi si scriva per essere chiamati scrittori «e non per la passione di esporsi a un trauma» e che molti esaltano la letteratura «pur di non prenderla sul serio». Al di là degli strumenti critici che ci sono stati forniti e che anche in futuro potremo utilizzare, allora, forse dovremmo tornare a confrontarci con la letteratura prendendola sul serio, cercando di coglierne l’urgenza e tenere vivo il dialogo. Anzi, per dirla con Siti, «discuterne un poco, magari sì». 

MC: Che la letteratura e l’arte in generale fossero un’avventura conoscitiva, temo non servisse il pamphlet di Siti a sostenerlo:

Anche per l’idealismo l’arte è una delle forme del conoscere: ma è un conoscere che crea esso stesso l’oggetto della propria conoscenza. […] Per dirla con Lenin, si va dal pensiero all’esistenza, dalla sensazione alla materia: mentre il marxismo, il materialismo dialettico, va dall’esistenza al pensiero, dalla materia alla sensazione.

Sono parole di Carlo Salinari, apparse su «Rinascita» nel 1953 come recensione a Il marxismo e la critica letteraria di Lukács. Quasi settant’anni da questo pamphlet. Certo, recuperare la parola laddove la lingua si sia fatta di catene e d’armi è un intento certamente nobile. Eppure, nonostante l’“ambiguità” disseminata nei testi, si comprende bene come nell’ora auspicata da Siti la cerchia che deve accoglierli sia data da sempre. Non sarei così sorpreso però se, a un’analisi microstilistica, una lettura “letteraria” del suo saggismo tradisse la tesi contraria; a cominciare da quella mise en abyme che rende Contro l’impegno tanto simile, per composizione autoriale, al disprezzatissimo Réparer le monde di Alexandre Gefen. Sarebbe anzi, in qualche modo, il suo trionfo. 


Walter SitiContro l’impegnoRiflessioni sul Bene in letteratura, Milano, Rizzoli, 2021, 272 pp., € 14.