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#POP21 – “Ciò che nel silenzio non tace” di Martina Merletti

Si conclude con una rassegna di recensioni il progetto di collaborazione fra la rivista “La Balena Bianca” e il Master in Editoria promosso dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e dall’Università degli Studi di Milano nel contesto della sesta edizione del Premio POP – Opera Prima, coordinato da Andrea Tarabbia. A coronare mesi di discussione e lavoro in classe intorno ai libri in lizza per il premio, le studentesse e gli studenti del Master si sono cimentati nel recensire a gruppi i titoli giunti nella cinquina finale.

Questa recensione è a cura delle studentesse e degli studenti Beatrice Cattaneo, Lucia Fontemaggi, Chiara Negri, Tommaso Pirovano, Giuseppe Rizzi.


Nel 1944, all’interno del carcere Le Nuove di Torino, Elda dà alla luce un bambino. La assistono due suore, Giuseppina ed Emma, che prontamente addormentano il neonato e lo mettono in salvo fuori dal carcere. Dopo qualche giorno, Elda viene fatta salire su un treno diretto a un campo di concentramento in Germania. Il padre del bambino viene fucilato. Per entrambi il capo d’accusa è di essere gappisti. 

Nel 1999, alla morte di Elda, Aila viene a sapere che sua madre aveva un segreto: non le ha mai rivelato di aver avuto un altro figlio. Aila sa solo che il fratellastro è nato prima di lei e che sua madre lo ha partorito in un carcere. Inizia allora a cercare notizie sul passato della madre, fatto di silenzi e di segreti, fino ad arrivare al piccolo paese di Montevicino, dove abita suor Emma. È a lei che Aila si rivolge per scoprire la verità e trovare suo fratello. 

Ha inizio così un’indagine nella piccola storia di una famiglia e insieme nella grande Storia di una nazione, dal fascismo alla guerra, dalla Resistenza alla deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. È questo il fulcro del romanzo di esordio di Martina MerlettiCiò che nel silenzio non tace (Einaudi – Coralli). I capitoli si avvicendano in un continuo andirivieni tra il passato e il presente: il lettore segue ora le vicende avvenute negli anni ‘40 –– ora quelle che avvengono sul finire del secolo, in cui seguiamo Aila alla ricerca della verità e di suo fratello, nonché un ricco carosello di personaggi messi in scena nella loro quotidianità. 

Merletti, nel suo esordio, decide di non evidenziare quasi mai la collocazione temporale all’inizio di un capitolo – dai titoli sempre molto evocativi – come per chiamare in causa lettrici e lettori affinché partecipino attivamente alla stessa indagine della protagonista. Chi legge sembra invitato dall’autrice a una lettura attiva e non passiva: a collezionare elementi, a mettere da sé in ordine i tasselli del racconto, a disporre eventi e personaggi lungo la linea del tempo senza suggerimento o assistenza alcuni. 

Tuttavia, questa scelta non permette un immediato orientamento: i personaggi sono tanti, forse alcuni di troppo, non introdotti dal narratore, direttamente posti sulla scena secondo la classica regola dello show, don’t tell molto promossa nelle scuole di scrittura, dove Merletti s’è formata come narratrice. Lo stesso stile si mantiene semplice, ma curato e mai banale, per lasciare che l’attenzione sia tutta rivolta alla storia, come se l’autrice non volesse imporre la propria voce a svantaggio dei fatti e dei documenti. Seguiamo dunque i personaggi agire, talvolta alle prese con azioni decisamente ordinarie, senza però che risulti sempre evidente il motivo per cui veniamo messi a conoscenza di questi eventi. Da principio, e per lungo tempo, non sappiamo neanche quale nesso collega gli attori, e almeno per le prime ottanta pagine non è facile e immediato farsi un quadro comprensivo e organico del racconto. È necessario specificare che sono tre i tempi cronologici della narrazione: un passato remoto (gli anni ’40), un passato prossimo (gli anni ’90) il presente narrativo in cui Aila compie la sua ricerca (il 1999). I nessi iniziano a diventare chiari poco prima della metà del romanzo, quando già i lettori più accorti cominciano a intuire anche quel che succederà di lì in avanti. 

Da apprezzare è l’abilità di Merletti nel caratterizzare i personaggi principali e soprattutto nell’esumare una vicenda storica ancora mai raccontata. Come scopriamo nell’appendice Fonti e fondamenta, in cui viene esplicitato il notevole studio che ha dato origine al romanzo – che pure resta di fantasia –, il personaggio di suor Emma trae ispirazione da quello di Giuseppina De Muro (1903-1965), una suora del carcere Le Nuove di Torino che durante la guerra ha per davvero salvato un bambino. Ma tanti altri ancora sono gli elementi, i personaggi e i fatti del romanzo attinti da documenti e testimonianze storiche, che l’autrice ha modo di esplicitare in questa appendice. 

L’obiettivo dichiarato di Merletti è lodevole e testimoniato già in esergo da una citazione di Saramago: l’interesse di raccontare «le piccole storie che sono derivate come conseguenza di questa Storia dal formato grande».1 Un’idea di romanzo storico che a ben vedere ci riporta indietro nei secoli e nella letteratura sino a Manzoni, il quale identificava come missione del genere proprio quella di raccontare «i desidèri, i timori, i patimenti, lo stato generale dell’immenso numero d’uomini che non ebbero parte attiva in quell’avvenimento, ma che ne provaron gli effetti»2

Non solo: Ciò che nel silenzio non tace sembra dialogare anche con diverse opere contemporanee. Una fra tutte è Il ghetto interiore3 di Santiago H. Amigorena, un altro romanzo che racconta l’incomunicabilità della tragedia dell’Olocausto attraverso l’esperienza di chi è sopravvissuto e in particolare, indirettamente, dei suoi figli. Elda vive, all’interno del testo di Merletti, lo stesso “ghetto interiore” di cui scrive lo scrittore argentino: un campo silenzioso e doloroso in cui rinchiudersi, creato dalla consapevolezza di aver vissuto qualcosa di inenarrabile e incomprensibile

Prima di concludere, non si può non fare accenno ai paratesti, che sono molto interessanti nell’analisi dell’opera e della sua presentazione editoriale. 

È particolarmente curiosa la scelta che riguarda la doppia nota biografica dell’autrice, una collocata nel secondo risvolto, l’altra in quarta di copertina: in entrambe, brevissime, non si menzionano gli studi svolti da Merletti alla Scuola Holden, preferendo piuttosto far riferimento alla laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie. La decisione lascia pensare che il diploma in una famosa scuola di scrittura, da sempre usato come un bollino di qualità per gli esordienti, possa confliggere con la volontà di dare un preciso profilo autoriale alla scrittrice.  

Interessante è anche la copertina. La foto raffigurante un bambino sembra voluta sulla scorta di un altro romanzo storico di Einaudi, pubblicato con grande successo nel 2019: Il treno dei bambini di Viola Ardone, che parimenti racconta uno spaccato inedito della storia italiana di metà Novecento. Il grande apprezzamento da parte del pubblico per il romanzo di Ardone ha probabilmente determinato non solo la parte grafica; la scelta da parte di Einaudi di pubblicare l’opera prima di Merletti può essere dovuta proprio alla volontà di intercettare lo stesso pubblico attraverso un’altra voce femminile emergente e promettente, che rivolge il suo sguardo alla storia. 

Infine, sempre in copertina, uno strillo anticipa la chiave di lettura del romanzo: «Puoi fuggire alla Storia quando ti accorgi di farne parte?». 

Di fatti, il legame che unisce il passato e il presente, vuol dirci Merletti col suo romanzo d’esordio, può essere invisibile, ma i suoi effetti sono sempre concreti e determinanti, al di là di quel che possiamo cogliere. Quel che è stato prima di noi, quandanche sconosciuto, interviene sulla nostra identità e sul nostro destino. 

La Storia è dentro di noi e ciascuno di noi è la Storia, e da essa non possiamo fuggire. 


M. MerlettiCiò che nel silenzio non tace, Torino, Einaudi, pp. 271, € 18.  


[1] J. Saramago, Quaderni di Lanzarote, trad. di R. Desti, Feltrinelli, 2017.

[2] A. Manzoni, Discorso su alcuni punti della storia longobarda in Italia, in appendice all’Adelchi nell’edizione del 1822.

[3] S.H. Amigorena, Il ghetto interiore, trad. di M. Botto, Neri Pozza, 2019.