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Assenze e radici tra trauma e miele. “Al centro del mondo” di Alessio Torino

«Era la mamma che sperava che il babbo telefonasse, e lei lo sapeva come se il cuore della mamma fosse nel proprio petto», pensa a un certo punto Tina, di fronte alla sofferenza della madre, che aveva visto il marito innamorarsi di una ventenne e nulla aveva potuto fare per saldare la grande crepa che si era aperta in quello che per Tina era tutto il mondo, cioè la sua famiglia, compresa la dispettosa sorellina Bea (Tina, Minimum fax 2016). Damiano, invece, ha perso il padre da bambino e il suo cuore ora batte all’unisono solo con quello di sua nonna, non certo con quello di suo zio Vince, che dice esserci ma intanto progetta di vendere Villa la Croce, le cui terre rappresentano gli unici confini sicuri del mondo e il miele che producono, l’afrodisiaca manna, il suo unico motore (Al centro del mondo, Mondadori 2020).

Tina e Damiano sono i protagonisti degli ultimi due romanzi di Alessio Torino: il primo porta il nome della protagonista e il secondo, uscito nei mesi scorsi, s’intitola Al centro del mondo e arriva in libreria quattro anni dopo il fortunato volume edito minimum fax. Torino, che insegna letteratura latina all’università di Urbino, ha esordito nel 2010 con Undici decimi (Italic) e ha proseguito la sua attività di scrittore negli anni Dieci con Tetano (2011), Urbino, Nebraska (2013) e appunto Tina, dramma borghese che Goffredo Fofi ha ricondotto all’Agostino moraviano. Ancora una volta una famiglia in rovina, una narrazione che insegue quella crepa che, come nei parabrezza delle automobili, da un punto d’origine — il luogo dell’impatto tra l’oggetto esterno e il vetro — si espande drammaticamente per tutta la superficie, fino a rendere inutile qualsiasi riparazione e necessaria una sostituzione. Ma le similitudini, mi pare, finiscono qua: dopo la bimba che tutti scambiano per un maschio e che deve reagire all’unità violata della sua famiglia, ora lo scrittore marchigiano ha scelto come fulcro primario e gravitazionale della sua narrazione un ragazzino rimasto traumatizzato dopo la morte del padre, morto suicida, appeso con un cappio al collo alla quercia di fronte a casa: l’aveva trovato lui quando aveva otto anni e da quel momento in poi la crescita di Damiano — di Damiano Psyco Bacciardi — sarebbe stata indelebilmente segnata. La sua famiglia è costituita dallo zio Vince, fratello del padre autoelettosi capo famiglia, e i nonni di Damiano (nonché genitori di zio Vince), vale a dire nonna Adele e nonno Lello (nome di battaglia Raffaello). Miruna, la madre, aveva riempito due valige e se n’era andata tempo prima.

Il nonno parla poco, passa molto tempo ai piedi della quercia ai cui rami si è appeso il figlio, e pare poco presente con la testa. Parla poco, si diceva, e quando parla non fa accenni alla guerra, ma se racconta qualcosa risale agli anni in cui faceva il muratore e lo scalpellino, oppure parla del diavolo — «Il Demonio si è preso tuo padre e adesso vorrà qualcun altro», dice spesso a Damiano — e del centro del mondo, che Villa la Croce è il centro del mondo. Come dichiarò lo stesso Torino in un’intervista del 2013 rilasciata in occasione della pubblicazione di Urbino, Nebraska:

È normale che gli scrittori, parlando dei loro luoghi, li trattino come il centro del mondo. È ininfluente che si tratti di New York, di Londra, di un paese dei Caraibi o della provincia americana più sperduta.

Villa la Croce: un posto come un altro per ricordarci quanto sia parziale, faziosa e limitata la nostra visione del mondo, per ricordarci, allo stesso tempo, però, che non abbiamo altro. Perché in fondo ci sono sempre un dentro e un fuori, e in questo caso, il fuori si materializza raramente — il cappellino di Trump, quella rompiscatole di Greta Thunberg, le genti del Nord —, ma quando si materializza lo fa in maniera forte e inesorabile, come quando arrivano gli olandesi disposti a comprare la tenuta, olandesi che per zio Vince sono la salvezza, finalmente l’occasione per raggiungere il mondo vero, la città, e per Damiano, invece, rappresentano il nemico. Damiano è disposto a tutto pur di difendere Villa la Croce dal capitale e dagli investimenti esteri, che tanta gola fanno allo zio Vince, che non chiede altro che vendere tutto e andarsene.

Dovremo fare anche dei laboratori didattici» disse il Demonio. «Non avete idea di quanta gente dal Nord Europa sarebbe disposta a pagare per starsene qua un paio di settimane o anche un mese per imparare a smielare. Lassù queste cose ora vanno tantissimo.

Lo sguardo di Damiano deforma la rappresentazione del reale che viene presentata al lettore, ed è una realtà caricata in senso religioso, dove spadroneggia la figura di Maria e ogni nemico prende le fattezze diaboliche e bestiali. Una visione religiosa radicale e radicalizzata che spinge Damiano a reazioni eccessive. I disturbi psicologici derivati dal trauma gli permettono agevolmente di valicare l’etica comune e combattere a tutto campo la sua crociata per salvare la casa dov’è nato, che rappresenta tutto il suo mondo, il suo centro del mondo: a ogni prezzo, a ogni costo. Perché l’«uomo di casa», anche se lo zio Vince non se n’è ancora accorto, ora è lui, ed è quindi lui che deve proteggere Villa la Croce dagli attacchi esterni.

Il volume è diviso in quattro parti — vale a dire La manna, Pezzi di cometa dall’alto dei cieli, La famiglia è tutto e I porci — che raccontano la vita precaria di una famiglia al collasso, allo stremo, piegata dalla stanchezza e dalla paura che l’ultimo erede dei Bacciardi, Damiano, perda la testa, come quando era piccolo, che l’avevano portato a far controllare e il rischio di internarlo era reale. La maggior parte del romanzo è raccontato attraverso la focalizzazione del ragazzo, il cui mondo è guidato dalla figura di Maria, che era comparsa nel Quattrocento nelle terre marchigiane su cui sarebbe sorta Villa la Croce e la manna, cioè il suo miele, e da quella di nonna Adele, collocata poco più sotto nel suo pantheon, figura materna, unica ad amarlo in maniera incondizionata, a non temere la sua imprevedibilità e non portarlo a vergognarsi delle sue stranezze. Parlare di stranezze, forse, è poco: Damiano, infatti, scoppia di una violenza premeditata, nascosta a dovere fino alla fine, o poco prima. Se solo avessero guardato meglio il suo volto, però, avrebbero scorto quei sommovimenti che fin dall’inizio agitavano il ragazzo. Alla prima pagina, a ben vedere, Damiano era entrato in casa e ne era uscito subito dopo impugnando un’accetta che aveva deciso di scagliare tre volte contro la quercia, come se volesse abbatterla, farla scomparire per sempre. Ma quella quercia, ai cui rami si era appeso suo padre, non si era mossa, mentre l’Anna, che curava l’orto vicino, assistendo alla scena aveva preso a urlare.

La scrittura di Torino, però, è quanto di più lontano da un urlo si possa trovare nella scrittura romanzesca, sempre cristallina e pesata, capace di oscillare tra il cinismo di un narratore che intende limitarsi a descrivere gli eventi, quanto più imparzialmente possibile, e l’idillio che oggi solo la natura e i suoi frutti possono garantire. Solo che questa natura, esemplificata dal miele, la sua purezza e i suoi poteri, sta per essere travolta dall’onda lunga del neocapitalismo, che punta a colonizzare e a far profitto degli ultimi baluardi di una realtà che guarda ad altri valori e segue altri ritmi. Se ne lamentano un po’ tutti, a dire il vero, e anche giustamente, dall’Islanda — si pensi Jón Kalman Stefánsson e alla voce narrante della Storia di Ásta, a quel turismo per il turismo votato all’inautenticità — all’Appennino, che i denari nordeuropei potrebbero trasformare nell’ennesima casa vacanze da vendere su Booking.com, sempre che questo riesca a sopravvivere alla pandemia in corso.

Alle volte la scrittura di Torino dà la sensazione di voler andare oltre i limiti di un periodare ordinato e controllato, come a voler seguire anche formalmente quell’energia che smuove Damiano da dentro e che nessuno pare in grado di prevedere e controllare. Si tratta di una scrittura per molti versi fredda, risultato della voce di un narratore che tende a non lasciarsi coinvolgere. L’effetto straniante, a ben vedere, è dato dalla scelta di questo tono in fondo imparziale, così essenziale e asciutto che, a proposito del quale, viene quasi voglia di fare il nome di Hemingway, ma non lo farò. La narrazione è così regolare, priva di accenni, che le cose quando capitano non danno sicurezza e il dubbio di aver visto bene stenta ad andarsene. È successo veramente? Ci si chiede, mentre ci si rende conto che Al centro del mondo unisce i tratti del romanzo di (anti?)formazione, la narrativa del trauma, l’ecologia e le narrazioni di provincia: nei piccoli centri periferici gli eventi del mondo risuonano come un’eco lontana, mentre il sopravanzare indiscriminato del progresso finanziario e tecnologico li travolge, costringendo le famiglie come quella dei Bacciardi a fare i conti con la propria debolezza.


Alessio Torino, Al centro del mondo, Mondadori, Milano 2020, 264 pp. 18,50€