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Le guerriere intersezionali di Bernardine Evaristo

Amma, Yass, Dominique; Carole, Bummi, LaTisha; Shirley, Winsome, Penelope; Megan/Morgan; Hattie, Grace. Queste le dodici protagoniste (benché, forse, usare il femminile sia già un torto per chi come Megan/Morgan, non identificandosi in categorizzazioni di genere, chiede di venire appellata con il pronome loro) dell’ultimo romanzo di Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro. L’opera vincitrice del prestigioso Booker Prize 2019 dall’11 novembre è disponibile anche al pubblico italiano nella traduzione a cura di Martina Testa per la casa editrice Sur.

Il romanzo di Evaristo è e vuole essere, programmaticamente, un romanzo sulle donne. Più nello specifico, Ragazza, donna, altro ha l’ambizione di riportare al centro della scena personaggi femminili di ascendenza nera – Afro-Americana, caraibica, variamente africana – la cui assenza è vissuta dall’autrice soprattutto come una falsificazione dell’eterogeneo tessuto sociale e storico che caratterizza, di fatto, l’Inghilterra. Se il ritratto di questa società risulta in qualche misura alternativo, lo è soprattutto perché ciò che manca è un riscontro in letteratura e nel mainstream culturale del peso di questa realtà composita. In altre parole, il progetto narrativo del romanzo non riguarda tanto una minoranza sociale, quanto affronta un problema di sottorappresentazione.

La sfida che si pone Evaristo è dunque quella di restituire il legittimo peso storico, umano e sociale a una serie di esperienze considerate quasi erroneamente minoritarie, evitando però gli stereotipi e cercando di coprire l’arco novecentesco fino al giorno d’oggi. Anziché gettare una luce solo momentanea sulle vite dei suoi personaggi e aprire degli spaccati sincronici d’effetto, ma anche più effimeri nel loro essere disancorati da un contesto, l’autrice sceglie di rispettare l’identità (per quanto fittizia) di queste donne tracciandone le traiettorie biografiche, sebbene raccontate in maniera discontinua non sempre lineare.

Quello di Evaristo, infatti, non vuole essere un manifesto politico, e uno dei pregi maggiori del romanzo è la capacità non comune di raccontare tante vite senza macinarle: spesso presentato come un romanzo corale, in questo coro ogni voce mantiene la propria autonomia e soggettività senza appiattirsi nella rappresentazione – e rappresentanza – di un particolare tipo umano, sociale o psicologico, la cui funzione sia semplicemente quella di arricchire il bouquet e strizzare l’occhio al pubblico di lettori. Lungi dallo spuntare le caselle, Evaristo riesce a costruire un delicato equilibrio tra la restituzione di un affresco sociale variegato e il coinvolgimento narrativo nelle singole storie.

I quattro capitoli centrali del romanzo ruotano ognuno attorno a tre personaggi, uniti tra loro da legami famigliari o di amicizia che il capitolo scioglie e cattura nella loro complessità. La struttura globale del libro è garantita non solo dalle relazioni trasversali tra le protagoniste dei diversi capitoli, ma anche dalla cornice narrativa costituita dalla première della pièce teatrale “L’ultima amazzone del Dahomey”: il romanzo si apre con il debutto dell’opera scritta e prodotta da Amma – la cui esperienza artistica ricalca in parte quella della stessa Evaristo, che negli anni Ottanta fonda a Londra il Theatre of Black Women, la prima compagnia teatrale di donne di colore – mentre il capitolo conclusivo ne racconta l’after-party a cui partecipano, in veste varia, molti dei personaggi.

L’esperienza nera non è quindi l’oggetto esclusivo della narrazione, bensì il filtro attraverso cui guardare alla società, alla situazione femminile, al mondo dell’arte o alla genitorialità. Il razzismo quasi distratto di Penelope (‘well-educated and well-spoken / so hardly Asian at all’, 302) si intreccia alla questione delle disparità sociali ed economiche tra nord e sud dell’Inghilterra (330) e alle visioni contrastanti sull’educazione dei figli, che paiono esacerbate dal sovrapporsi di questioni legate alla rivendicazione della propria identità etnica:

it was Chimango who encouraged Julie to buy black picture books for his kids
Chimango said they had to see children who looked like them in books
when Julie told Hattie about this she felt terrible
had those books existed for her children in the nineteen-forties?
had she been a bad mother? (p. 350)

Il riferimento del titolo all’alterità, infatti, non serve tanto (o solo) a includere ciò che non rientra automaticamente sotto l’etichetta del femminile, ma soprattutto a indicare l’Altro come categoria trasversale e, potenzialmente, onnipresente. Il libro si propone non solo di mettere al centro personaggi che per colore della pelle, estrazione sociale o orientamento sessuale sono tradizionalmente intesi come “altro” nel senso di anticonvenzionali e dunque marginali. Ragazza, donna, altro intesse anche una discussione più sottile e altrettanto interessante su come la percezione dell’alterità sia, in effetti, un fenomeno molto più pervasivo, tale per cui chiunque può trovarsi a vestire i panni dell’Altro a seconda del contesto o delle relazioni entro cui ci si posiziona di volta in volta:

have you heard the expression, check you privilege, babe?
Courtney replied that seeing as Yazz is the daughter of a professor and a very well-known theatre director, she’s hardly underprivileged herself, whereas she, Courtney, comes from a really poor community […]
yes but I’m black, Courts, which makes me more oppressed than anyone who isn’t, except Waris who is the most oppressed of all of them […]
in five categories: black, Muslim, female, poor, hijabed
she’s the only one Yazz can’t tell to check her privilege (p. 65-66)

Evaristo rappresenta con sensibilità e non senza umorismo il processo di maturazione in cui sono impegnati i personaggi del romanzo. Ognuna dal proprio osservatorio unico, le protagoniste riflettono sul proprio trovarsi al centro di molteplici tensioni e su come la propria posizione sia definita da parametri di cui le radici etniche sono solo uno dei tanti, che si combinano creando di volta in volta configurazioni diverse. Cosa vuol dire parlare di emancipazione femminile per una donna bianca e una di colore? O di esperienza nera per un uomo eterosessuale piuttosto che per una donna lesbica? Perseguire il successo economico e dunque ascendere nella scala sociale significa perdere il diritto a combattere contro la discriminazione cui si è soggetti in quanto donne?

A venirci in aiuto nell’affrontare queste complicate questioni è l’idea di intersezionalità, termine coniato nel 1989 dalla giurista e attivista statunitense Kimberlé Crenshaw per superare una visione binaria della realtà ed esprimere invece la sovrapposizione di prospettive che contribuiscono a determinare l’identità sociale dell’individuo e analizzare le dinamiche di oppressione e discriminazione che ne derivano. Il concetto è ben noto a Evaristo, la quale si definisce una convinta promotrice di un femminismo intersezionale che porti avanti la causa femminista in maniera consapevole della diversità e delle specifiche esperienze e circostanze di ognuno, ed è fatto scivolare nel romanzo tramite un Tweet di Megan/Morgan che promuove l’opera di Amma:

Unmissable! A tour de force! Go see, transgirls, transboys, ladyboys & butchies, all the queers & all the queens & the intersectional warriors out there and all my fellow non-binary darlings #africanwomenshistory4everyone (p. 334)

Come sottolineato dalla stessa Evaristo in una recente intervista con Igiaba Scego nella cornice di Bookcity, la difficile negoziazione di privilegi, ostacoli, e desideri è la tematica centrale del libro, drammatizzata, per esempio, dalla coppia Bummi-Carole. Bummi è una donna nigeriana emigrata in Inghilterra (dove, malgrado la laurea in matematica conseguita nel paese natale, trova lavoro unicamente come donna delle pulizie) e che desidera il successo professionale della figlia, ma soffre nel vederla progressivamente rifiutare la propria cultura. L’abilità di Evaristo sta nella capacità di rappresentare la complessità con cui si intersecano le tensioni in gioco – il conflitto generazionale; la differenza tra le esperienze degli immigrati di prima e di seconda generazione; l’aspro conflitto sociale inglese –, producendo intersezioni uniche che i personaggi si trovano a dover gestire al meglio delle proprie forze. Se, dunque, da una parte la madre non si rende conto che è proprio l’integrazione nell’elitario ambiente universitario oxfordiano a richiedere la trasformazione di Carole, dall’altra la stessa Carole fatica a comprendere che non è necessario votarsi irrevocabilmente all’uno o all’altro mondo e che sta a lei imparare a gestire ambienti diversi in circostanze diverse.

Di fronte all’inestricabile intersecarsi di queste spinte contrastanti e combinate, il messaggio complessivo del romanzo è uno sprone a concepire solidarietà e attivismo come pratiche trasversali e al perseguire l’avanzamento della società in maniera inclusiva, piuttosto che concentrandosi su ciò che unisce contro qualcun altro. Come osserva Megan/Morgan in un altro punto del romanzo, tutti siamo allo stesso tempo unità complete e assemblaggi di parti diverse:

Megan was part Ethiopian, part African-American, part Malawian, and part English
which felt weird when you broke it down like that because essentially she was just a complete human being (p. 311)

Riportare oggi la questione dell’intersezionalità al centro del dibattito è particolarmente importante soprattutto alla luce delle numerose cause e questioni sociali che, grazie anche ai social media, stanno vivendo un’inedita fase di visibilità mediatica. Nel rispetto della libertà di ognuno ad investire in determinate battaglie, è cruciale non dimenticare che nessuna identità (etnica, di genere, sociale, di categoria) esiste in forma pura, e che nella realtà quotidiana è necessario saper leggere la specificità – e dunque, l’intersezionalità – di ogni caso per riuscire a gestirlo nella maniera migliore possibile.

La sperimentazione del romanzo è non solo contenutistica, nella sua intenzione programmatica di mettere al centro figure tradizionalmente marginali, ma anche stilistica. Quella di Ragazza, donna, altro è una sorta di prosa poetica, che mira a costruire un flusso narrativo pressoché privo di punti fermi. Non un flusso di coscienza, poiché il punto non è cogliere la coscienza in divenire, ma una forma di racconto che ricorda più la narrazione orale, senza necessariamente riprodurne in maniera esasperata le marche di spontaneità e informalità. E tuttavia questo non deve scoraggiare il lettore meno incline a cimentarsi in sperimentazioni formali: grazie alla intatta punteggiatura debole e all’uso del capoverso per segnalare la fine del periodo, la comprensione, di fatto, non viene assolutamente rallentata. Anzi, l’impressione complessiva è quella di una narrazione sciolta e capace di seguire tanto le riflessioni dei personaggi quanto il muoversi agile della voce narrante dentro e fuori la loro interiorità e lungo l’arco temporale delle loro vite. Evaristo chiama questa nuova soluzione fusion fiction: una modalità più libera rispetto alla convenzionale prosa romanzesca, che favorisca l’immersione nella lettura ma garantisca anche una sorta di coerenza formale tra il fondersi reciproco dei personaggi e lo stile usato per raccontarli.

Se Ragazza, donna, altro non vuole essere un manifesto, ciò non toglie che l’autrice sappia bene che ogni opera d’arte è prodotta all’interno di un contesto politico. Da quando ha cominciato a scrivere il libro nel 2013, Evaristo osserva che si è verificato un cambiamento percettibile nella sensibilità dell’opinione pubblica, un maggiore interesse verso l’esperienza nera e femminile, concretizzata in movimenti attivisti quali #metoo e Black Lives Matter. Prima donna nera britannica a vincere il Booker Prize, Evaristo è profondamente consapevole del peso simbolico ma anche e soprattutto pragmatico di questo traguardo. Da una parte l’assegnazione del premio rappresenta una vittoria letteraria degli outsider – donne di colore, esponenti della working class, individui variamente collocati all’interno dello spettro queer. Dall’altra, il riconoscimento pubblico reca con sé un potenziale economico da cui possono scaturire nuove e concrete possibilità di azione. Ne è esempio lampante il progetto lanciato dalla casa editrice Penguin, Black Britain: Writing Back: un’iniziativa volta alla riedizione di opere di autori neri fuori catalogo dagli anni Novanta e che, selezionati e introdotti da Evaristo, sono offerti nuovamente al pubblico, tutti da riscoprire. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che la letteratura non costituisce necessariamente un mondo a sé stante, e che in maniera più o meno diretta può diventare uno strumento capace non solo di riflettere la realtà ma anche di cambiarla.

Tutte le donne di Ragazza, donna, altro sono ugualmente protagoniste. L’idea di scrivere di dodici donne era per Evaristo anche una questione quantitativa, una scommessa che consisteva nel riuscire a mettere nello stesso romanzo il più alto numero possibile di personaggi femminili senza che la struttura d’insieme ne risultasse appesantita o deformata. Se sarà necessario ammettere che alcuni personaggi sono indubbiamente riusciti meglio di altri, lo è altrettanto riconoscere che nel chiudere il libro di Evaristo non si ha l’impressione di riemergere da un mondo altro e sconosciuto (colpisce come la Londra di Amma ricordi per alcuni aspetti quella impegnata e anticonformista di Doris Lessing), ma anzi si torna a guardare al mondo circostante con un senso di rinnovata energia, di rinnovato sguardo.


Bernardine Evaristo, Girl, Woman, Other (2019) – trad. it. di Martina Testa: Ragazza, donna, altro, Roma, Sur, pp. 520, € 20.