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Al maremoto che viene. Per “Liaisons – In nome del popolo”

Dopo l’apparizione transalpina e statunitense nel 2018, giunge anche in Italia In nome del popolo (Agenzia X, 2020), prima uscita della rivista Liaisons. Ricerca partigiana transoceanica dedicata interamente all’emersione dei populismi su scala globale. È dunque una nuova rivista di argomento (geo)politico? No: è piuttosto il tentativo di assumere criticamente entro un discorso politico l’intero spettro del discorso culturale militante.

Cosa intendiamo per «cultura militante»? La Balena risponde: quei discorsi che fanno dell’unione di serio atteggiamento critico e linguaggio chiaro e comprensibile il loro punto di forza. Che cioè oppongono a un culturalismo fatto di citazioni e allusioni comunicate da superiore a inferiore l’idea di una cultura inclusiva, popolata di discorsi destinati alla persuasione e al sapere ma in tensione verso un fare praticoinformativo più o meno mediatamente politico.

Preambolo forse noioso, ma molto importante quando si parla di progetti editoriali come Liaisons: ci dà infatti modo di tenere a mente perché e come determinate testimonianze, posizioni e impostazioni dovrebbero entrare a far parte di un dibattito più ampio rispetto a quello in cui sono state finora recepite.

Che cos’è quindi Liaisons? Concretamente, è una rivista in forma di libro nata nel 2017 a cavallo dell’Oceano Atlantico – tra Canada, Stati Uniti e Francia – e ora tradotta da un collettivo italiano. Raccoglie annualmente contributi da ogni dove, con i due soli vincoli della tematica e dell’obiettivo: portare sulle vicende che coinvolgono popolazioni e territori una testimonianza diretta ed estranea a un tipo di discorso «geopolitico». Ossia lontana da un’idea di evento come teatro di ossessivi pronostici sul futuro, nei quali spesso si risolve integralmente lo sforzo del pensiero «di sinistra», sia esso riformista o rivoluzionario.

La struttura della rivista, che annovera tra i suoi antesignani alcune pietre miliari del pensiero avanguardista e libertario – dall’Internazionale situazionista a Black Mask e Tiqqun – è la seguente: una serie di saggi, pubblicati anonimamente, propone al lettore di avventurarsi alla scoperta di situazioni spesso trascurate dalla narrazione mainstream. Come si sopravvive in Giappone dopo la catastrofe di Fukushima? Esiste un modo di guardare all’Islamismo come fucina di comunità e radicalità libertarie? Quali lotte hanno affrontato i movimenti sociali sudcoreani dagli anni ’90 a oggi? In nome del popolo testimonia di questo e di altro, con i suoi 10 saggi provenienti da Québec, Russia-Ucraina, Messico, Giappone, Libano, Stati Uniti, Corea del Sud, Francia, Catalogna, Italia. A dimostrazione di una predilezione per l’«ipotesi locale» e quella che potremmo chiamare una «tradizione dei vinti», ovvero di ciò che non è ancora divenuto propriamente storia.

Queste innumerevoli voci si appellano al lettore facendo leva su una condizione comune. Non l’oppressione, l’alienazione o lo sfruttamento (secondo un modello di analisi strettamente marxista), quanto piuttosto ciò che ne permette l’esercizio: la nostra comune frammentazione o, per dirla con il Guido Mazzoni dei Destini generali, la «crisi dei legami» contemporanea. Quei legami che Liaisons porta fin dentro il nome.

Liaisons però cerca di andare oltre l’esperienza redazionale e di definire uno «spazio condiviso» per «affinità sotterranee», una «cassa di risonanza» per quell’«umile internazionale» che sorge ovunque all’orizzonte nell’ora in cui il mondo «si presenta, attraverso la sua dissoluzione, sotto forma di una drammatica unità» (p. 15). Quindi non solo espressione o analisi, ma anche pretesto per un incontro e una condivisione, nonché per un ampliamento dei termini del dibattito sulle condizioni del mondo.

Ma la tensione che anima Liaisons cerca in realtà di oltrepassare la dimensione del puro «dibattito politico», alludendo piuttosto a modi della prassi che non esiteremmo a definire rivoluzionari, con un’enfasi su sperimentazioni collettive, forme di vita in comune, condivisione di esperienze politicizzate – dalle lotte locali ai riot fino al microdosing…

Lo fa attraverso uno stile che riflette sulla scrittura come momento che segue e precede queste sperimentazioni, programmaticamente lontana da ogni specialismo ma attenta alle più disparate forme del sapere, tentativo di sguardo d’insieme operativo.

È per questo che vale la pena di avventurarsi nella lettura di questi saggi apparsi «già» due anni fa – un’eternità, per la narrazione politica. E non solo per questo sguardo gettato oltre il loro tempo, e che contribuisce alla loro «attualità», ma per la testimonianza che portano su una discontinuità. Liaisons segnala infatti la permanenza di nodi irrisolti nella struttura dell’epoca, di bivi possibili nell’andamento dei fatti, di una storia parallela sotterranea di cui si fa storiografia, contro l’idea di uno «sviluppo storico del mondo» che procede inesorabile lungo il suo solco. Ogni evento è descritto attraverso la sua contingenza, libero da quelle briglie della necessità (storica, appunto) che ci impediscono di dire l’alterità radicale, e quindi anche la lotta contro il penoso stato di questo mondo.

Tre interventi su tutti paiono esprimere al meglio questa intensità: Trittico americano (U.S.A.), Il popolo dell’apocalisse (Francia) e Decomporre il Giappone. Quest’ultimo ci mostra in presa diretta cosa voglia dire abitare letteralmente la fine del mondo dopo la catastrofe nucleare di Fukushima; i primi due, invece – composti giocoforza prima dell’esplosione dei Gilets Jaunes e delle rivolte partite da Minneapolis lo scorso maggio –, recano le tracce di altre «fini del mondo». Ma anche i prodromi di questi movimenti, sotto forma di tensione inespressa.

Una tensione che si esplicita in tre momenti: la rimodulazione del conflitto tra popolo e società, questione centrale della politica moderna; la sensibilità per il tema dell’apocalisse permanente, che porta gli estensori degli articoli a scorgere dentro ciò che si muove contro i governi un’occasione per riparare il mondo, e non una forma di distruzione delegittimante; e, infine, la speculare questione dell’inizio, quindi della genesi di un mondo altro, di cosa sia e di come possa avere luogo.

Se l’Occidente resta tuttora una direzione generalizzata del mondo più che un luogo concreto, è perché la sua è una mitologia della reinvenzione, ossia dell’incontro tra i suoi pionieri e un luogo, una temporalità o una prospettiva all’interno dei quali «poter immaginare da capo chi essere e cosa diventare» (p. 136). Il Nuovo Mondo, la Rivoluzione Francese, l’Energia Nucleare sono alcuni di questi contraddittori paradigmi, archetipi della liberazione e della governamentalità. Utopia e distopia, genesi e apocalisse si tangono, permettendo di comprendere un fatto essenziale: ciò che va combattuto non è tanto un ordine sociale o statale, ma ciò che quest’ordine ha ancora di rivoluzionario.

Lo stesso discorso vale per la parola popolo, che vede contrapposte una nozione restauratrice, che riattiva la facoltà di includere ed escludere dalla cittadinanza, e una tendenza che i curatori del libro definiscono destituente. Il termine, troppo trascurato dal dibattito politico contemporaneo, è un’altra chiave di lettura del volume: si riferisce alla necessità di deporre tutto ciò che nel presente organizza i nostri modi relazionali, le nostre parole, lo spazio di ciò che riteniamo possibile. Destituire significa pensare strategicamente la propria fine come soggetti di questo tempo, attaccare la propria complicità con le strutture oppressive. Qualcuno ricorderà forse l’anatema scagliato contro questa corrente di pensiero da Ventura sulle pagine di «Esprit» prima e ne La guerra di tutti poi, proponendone una trafila genealogica tutta accademia anni Zero e tacciandola di «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». Ma il concetto di destituzione serpeggia già tra  Sorel e di Benjamin, e trova il suo primo effettivo impiego nelle lotte che seguirono il default argentino nel 2001 – in particolare negli scritti del Colectivo Situaciones –, per poi giungere tra le pagine di Agamben e Vinale.

Se il ciclo di conflitti iniziato con le primavere arabe aveva visto affermarsi in Europa un’ipotesi istituente, centrata su Podemos e Syriza in particolare, dal fallimento di Tsipras in poi una serie di conflitti comincia a debordare il campo delle rivendicazioni «classiche». Il movimento francese contro la riforma del lavoro, con i suoi cortei scenografici e aggressivi, è il campo entro cui si giocano altre prospettive, altre amicizie e altre temporalità. È anche da qui che prende forma Liaisons, che si inserisce tra le fila di chi vede nel «movimento istituente» una sostanziale continuità storica.

Rompere senza ricomporre, allora, e affrontare radicalmente la propria alterità: un «altro mondo» non è possibile o da immaginare (pensiero che avalla per contrasto i più cupi scenari senza alternativa di fisheriana memoria), ma va rintracciato e sviluppato nella risonanza dei mondi che già popolano il reale: fare, insomma, con ciò che già c’è. Diceva Sartre settant’anni fa che possiamo sempre fare qualcosa di ciò che è stato fatto di noi. Fosse anche ricercare un orizzonte comune, o una perdita dell’orizzonte. Non è un caso che il secondo numero, da poco apparso in Francia per Éditions Divergences, si intitoli proprio Des horizons brisés – Degli orizzonti infranti.

Radunando attorno a sé pensatrici e pensatori di ogni epoca entro un autentico Gotha (come il programma, non come l’annuario!), In nome del popolo permette di avvicinare il grande errore e la grande verità di chi prova disagio di fronte allo stato di cose: e cioè che la ricerca ossessiva di un soggetto politico, di una rappresentanza, in breve di una novità nella quale riconoscersi non è un obiettivo, ma piuttosto ciò che impedisce di raggiungerlo. Transoceanismo, quindi, come «maremoto che viene», nuovo modo di intendere l’internazionalismo capace di rompere con una forma mentis fatta di soggetti nazionali da ricomporre verso un’indagine di esperienze locali, che permetta di rintracciare costanti globali di lunga, media e breve durata. Fino a quell’istante in cui si finisce di scrivere e si comincia a vivere.


Liaisons. Ricerca partigiana transoceanica. Vol. 1: In nome del popolo, Agenzia X, Milano 2020, 248 pp. 15€