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“L’architettrice” di Melania G. Mazzucco: romanzo dell’artista lontano dalle mode

Dopo più di dieci anni, con L’architettrice Melania G. Mazzucco torna al romanzo autobiografico sulla vita di un artista. Al centro di quest’opera è la vita di Plautilla Bricci, che narra in prima persona la sua vicenda di pittrice e architettrice vissuta a Roma tra il 1616 e l’inizio del Settecento. Diversamente dalla Lunga attesa dell’angelo (Rizzoli 2008), dedicato a Tintoretto, Mazzucco sceglie qui un’artista sconosciuta al grande pubblico ma dal profilo eccezionale, che offre all’elaborazione narrativa spunti che permettono all’Architettrice di essere un “romanzo dell’artista”, ma anche una parabola di emancipazione femminile. La precaria fama della “Briccia” è infatti legata a due opere che segnano la sua primazia: la decorazione della cappella di S. Luigi nella chiesa di S. Luigi dei Francesi e la realizzazione di Villa Benedetta, vera e propria fantasia architettonica sul Monte Gianicolo, a lungo nota come “il Vascello”. Per la prima volta in ambito religioso e laico, veniva affidato a una donna l’incarico del progetto architettonico e dell’esecuzione di un lavoro materialmente eseguito da uomini.

E di uomini è costellata la vita di Plautilla: dal padre Giovanni, pittore e commediografo misconosciuto, maestro di quell’arte tutta umanistica che è la curiosità intellettuale che nella Roma di inizio Seicento non sembra più riconosciuta, al fratello Basilio, che con lei lavorò a lungo; dai tanti esponenti dell’alta società romana dell’epoca (i papi e i cardinali ai cui intrighi sono dedicate tante pagine, ma soprattutto gli artisti, di ogni genere e rango) all’amore di una vita, Elpidio Benedetti, abate e agente del cardinale Mazzarino. Sono figure che favoriscono o ostacolano il percorso di Plautilla, che tuttavia rimane sempre, ostinatamente fedele a una sua vocazione originaria, perseguita nonostante i pregiudizi del secolo («Per quanto m’insegna la storia, non ne è esistita una che possa stare alla pari con i maestri», 210).

Per ricostruire questa affascinante vita Mazzucco si cimenta in una lunga e dettagliatissima indagine documentaria, che le permette di recuperare anche particolari minimi dell’esistenza della Bricci: l’importanza di questo scavo è tale da meritare di essere incluso nella cornice del romanzo, nella forma di un explicit che traccia una linea tra il passato dell’artista e il presente della scrittrice. Una linea che corre nel segno dell’inventio: come la realizzazione artistica della Bricci è consistita nell’essere riuscita ad apporre la sigla INVENITa fianco del proprio nome, come facevano i veri maestri (a differenza del PINXIT dei semplici “mestieranti”), così la specificità dell’Architettrice consiste nell’efficacia inventiva con cui restituisce narrativamente questa vita. E per fare ciò Mazzucco utilizza tutte le strategie del romanzesco, come le epifanie che rivelano a poco a poco la vera propensione dell’artista verso l’architettura, o un’improbabile profezia: «Tu avrai tutto quello che vuoi, tranne la cosa più importante, ha aggiunto la zingara. Ma se vorrai la cosa più importante, perderai tutto» (60).

Si tratta di un bivio narrativo ed esistenziale, la y di fronte alla quale ciascuno deve scegliere la propria strada: «una è stretta e scomoda da percorrersi, richiede fatica e sacrificio, travaglio, ma poi spiana; l’altra è larga, comoda e facile, ma poi s’incurva e conduce a niente» (208 – la y è anche un richiamo intertestuale al Dono di saper vivere, romanzo di Tommaso Pincio su Caravaggio). Da una parte l’avventura dell’arte, con i suoi incerti, dall’altra la sicurezza della tradizione: il matrimonio, i figli. Plautilla sceglierà la prima, ma a ogni passo lungo questa strada corrisponderà una rinuncia sul piano famigliare e affettivo. E lo rende manifesto la vicenda dell’amore mai ufficializzato con Elpidio Benedetti, che è anche colui che la aiuta a entrare nel circuito delle committenze pittoriche romane. Di Elpidio è poi l’idea di costruire Villa Benedetta, capolavoro di Plautilla Bricci e vero epicentro del romanzo.

Villa Benedetta, detta “il Vascello”, ai tempi della Repubblica Romana

Il Vascello si erge progressivamente come monumento a un amore segreto e unico, confessione cifrata che solo i posteri riusciranno svelare. D’altra parte, l’architettura è arte che per sua natura si affida alla durata, a un tempo che potrà anche attribuire significati nuovi a quel messaggio nella bottiglia. Sembra rimandare a questo l’Intermezzo del romanzo, che racconta gli ultimi giorni della Repubblica Romana (1849), quando i garibaldini organizzarono la disperata resistenza agli assedi francesi proprio dalla villa. A quell’epoca, infatti, risalgono le ultime testimonianze della sua originaria forma, come le calotipie di Stefano Lecchi e un dipinto di Leone Paladini (riprodotte nel romanzo), protagonisti di queste pagine.

Racconto erudito, romanzo di passioni, biografia d’artista, L’architettrice è un libro che sembra non soffrire le moderne sirene dell’ibridazione (è tutt’altro che una biofiction) e che si affida invece a una lezione classica del romanzo dell’artista: celebrare l’opera d’arte come specchio del suo artefice e utilizzare il racconto per restituire vigore a una vicenda esistenziale, facendone riverberare i significati fino all’oggi.


Melania G. Mazzucco, L’architettrice, Einaudi, Torino 2019, 568 pp. 22,00€