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Cambiare scambiando. Che cosa porta un artista italiano a cantare in inglese nel 2020? /1

( in copertina: Lollipop, 2001. La prima e unica girlband italiana, definita “la risposta italiana alle Spice Girls”. Il loro primo e maggior singolo di successo è “Down down down” del 2001)


 

Premessa

Cara lettrice e caro lettore,

ho scritto questo testo i primi giorni del nuovo decennio, lo scorso gennaio 2020. Ma le riflessioni, e soprattutto le domande, che vi ho racchiuso hanno radici in una lunga storia decisamente sfaccettata, cominciata più di dieci anni fa quando con i miei fraterni amici Pippo (Filippo Brugnoli) e Ambro (Francesco Ambrosini) fondammo a Verona un collettivo musicale chiamato C+C=Maxigross. Grazie a questo progetto, appena ventenni, cominciammo a girare l’Italia e poi il Mondo, conoscendo persone, pensieri e culture che ci hanno donato molteplici visioni di altrettante realtà, decisamente diverse da quelle che potevamo trovare nella nostra difficile città, nota purtroppo, ma a ragione, come bigotta, razzista e neofascista.

Artisticamente parlando dall’inizio del nostro percorso, nel 2008, abbiamo scritto e cantato le nostre canzoni in inglese, con grande convinzione. Da tre anni a questa parte invece cantiamo nella nostra madrelingua, con altrettanta, se non più solida, convinzione. Perché mai? Negli ultimi mesi nelle interviste che ci sono state inviate dai giornalisti dopo la pubblicazione del nostro primo disco in italiano “Deserto” (Trovarobato/Audioglobe, 2019) la domanda “Perché ora cantate in italiano” è stata onnipresente. E così, proprio perché in poche righe ci era impossibile spiegarne i motivi in maniera soddisfacente, ho provato a mettere per iscritto questi ragionamenti. Ne è nato una specie di “articolo” che spero possa essere d’interesse per chi si è posto le mie stesse domande, o che stimoli nuovi interrogativi. La risposta di ognuno, naturalmente, sarà diversa, personale, legittima. Qualcuno dice che si trova nel vento, di certo io non l’ho ancora trovata.

Grazie di cuore a Chiara Poltronieri per i preziosi consigli e le revisioni, a Giulia Satta e Filippo Brugnoli per il confronto e la Balena Bianca tutta per la fiducia e lo spazio gentilmente concessomi.

27 marzo 2020, Veronetta


 

Prologo

Nel gennaio del 2017, durante una cena nella nostra casa-studio C+C=Maxigross di Veronetta (il quartiere multietnico di Verona) in cui erano presenti tra i vari Miles (Cooper Seaton, da Los Angeles, coinquilino, collaboratore artistico e membro del gruppo musicale statunitense Akron/Family) e Pippo (bassista del nostro collettivo C+C=Maxigross), ci ritrovammo senza sapere come a parlare di colonialismo. Dopo aver spiegato a Miles che la storia coloniale italiana era decisamente meno epica e clamorosa rispetto a quella delle altre grandi potenze europee, o più recentemente dei suoi U.S.A. (quanto meno in termini di numeri, perché per barbarie commesse purtroppo anche noi ci siamo macchiati di crimini atroci), dissi con sincera ingenuità che non potevo immaginare come ci si potesse sentire a essere colonizzati. L’amico californiano allora prese la parola, e, in pochi minuti, ci fece notare quanto l’intera nostra cultura, l’ambiente che ci circondava, dalle influenze artistiche che subivamo sin da piccoli fino ai prodotti al supermercato sotto casa, erano completamente assoggettati alla cultura anglo-americana.

Fino a qui nulla di strano, giusto? Non per noi, assolutamente non per me. Coi C+C=Maxigross nel giro di qualche settimana ci saremmo apprestati a concludere un tour lungo un anno e mezzo, a supporto di un disco che non sapevamo di certo sarebbe stato l’ultimo in inglese e che ci aveva portato in giro per l’Europa con non poche soddisfazioni. Io invece stavo per partire per il mio primo tour solista e, dopo gli imminenti quaranta concerti in due mesi (che avevo già fissato), avrei dovuto registrare il mio primo album da solo. Nella mia testa risuonava ancora il sincero e inconfutabile commento che fece mia nonna Bice, ultraottantenne, dopo che le feci vedere il video di uno dei miei primi concerti da solo, avvenuto a Londra pochi mesi prima: “Bello. Ma non capisco cosa dici”.

Le canzoni a cui avevo lavorato fino a quel giorno naturalmente erano in inglese, come le avevo sempre scritte, senza tanti pensieri. Sempre senza tanti pensieri gettai nel camino quei fogli a cui lavoravo da anni, cestinai i demo che stavo preparando da mesi con il mio produttore (il caro Juju), e la settimana prima di partire per quell’avventura solitaria ultimai i nuovi testi di quelle canzoni. Nella mia lingua. Finalmente.

Prisencolinensinainciusol

Come si potrà immaginare, nonostante la reazione avuta dopo quella cena sia stata decisamente drastica e a dir poco istantanea, il processo per cui sono ritornato alla mia lingua madre è stato lungo, sfaccettato e decisamente personale. Non è però di questo che voglio parlare. Ma è dalla mia storia personale che prenderò lo spunto per iniziare il seguente ragionamento.

Per quanto tre anni fa fossi già in qualche maniera cosciente di essermi formato prevalentemente sulla cultura musicale anglo-americana piuttosto che su quella italiana, vivevo questa condizione assolutamente come un valore, un pregio, un vanto rispetto a chi invece era più legato alla cultura italiana. Banalmente ritenevo più validi i progetti musicali italiani che tentavano di essere “internazionali”, secondo la concezione che avevo allora di “internazionale”. Per me essere “internazionale” significava scappare dal provincialismo, ed effettivamente la percezione che avevo degli artisti italiani che cantavano in italiano che ascoltavo allora nell’ambito del rock – pop alternativo (quello che dieci anni fa ancora consideravamo parte di una “scena indipendente”) era di artisti decisamente provinciali, che un ascoltatore “estero” non avrebbe mai ritenuto abbastanza interessanti quanto chi cantava in inglese.

Ed è in questa concezione che ritrovo uno dei punti cardine che ho faticato molto a scovare in mezzo a quel mare di vecchie convinzioni, le convinzioni che mi hanno formato come individuo. Non solo sono cresciuto come molti italiani con il mito americano (film, serie tv, cartoni animati, giocattoli, etc…), ma quando da adolescente iniziai a sviluppare un gusto e un’estetica musicale in cui mi riconoscevo con entusiasmo (nel mio caso folk-rock e psichedelia anni sessanta anglo-americana), se dal punto di vista artistico-creativo emulavo quello stile (ma questo è un altro discorso ancora), dal punto di vista progettuale, immaginando eventuali interlocutori per la mia musica ossia pubblico (parlo di circa dieci anni fa, quando iniziai a preparare il disco d’esordio del mio gruppo C+C=Maxigross, che uscì nel 2011), e vedendo gli italiani che si muovevano nella direzione che ritenevo più interessante rivolgersi al pubblico europeo e americano cantando in inglese, ho scelto la lingua che credevo più efficace per raggiungere il “mondo” come lo concepivo allora.

I Jennifer Gentle dell’amico padovano Marco Fasolo, che nel 2004 avevano firmato per l’etichetta simbolo della musica alternativa degli anni 90, Sub Pop, come prima band europea, ne erano un perfetto esempio: erano riusciti a parlare al “mondo”, si erano fatti largo tra la folla e finalmente si erano seduti al tavolo dei miei miti. Per almeno dieci anni, lo ricordo dai primi anni duemila, ossia da quando ho memoria cosciente, ho sentito dire (e poi ho detto con convinzione anch’io) che una band si poteva definire “internazionale” solamente quando riusciva a raggiungere il pubblico anglo-americano, alla pari dei musicisti anglo-americani, nostri miti, che invece di partenza si rivolgevano principalmente al loro pubblico connazionale.

In poche parole una band rock di origine britannica puntava a sfondare principalmente nel mercato anglo-americano, e poi eventualmente in giro per l’Europa. Di certo non partiva con l’obiettivo dell’Italia o della Germania, per esempio. Viceversa per una band italiana (o tedesca o danese o…) che voleva farsi conoscere in giro per U.S.A. ed Europa era assolutamente impensabile presentarsi fuori dalla propria nazione con brani nella propria lingua madre, pena l’inclusione immediata nel circuito del non-genere “world-music” (termine decisamente occidentale-centrico e ancora una volta colonialista), o peggio nel calderone della tarantella o qualunque altro luogo comune, in questo caso italiano. Senza nulla togliere alla lunga e complessissima tradizione della Tarantella originale. Io mi riferisco alla percezione esterna del fenomeno, che inevitabilmente tende a generalizzare e limitare ogni discorso nonostante la profondità originaria.

Questa è la convinzione con cui sono cresciuto come musicista di un gruppo “pop-rock” (da intendere non come genere specifico ma piuttosto come circuito musicale, visto che il jazz, la musica classica, l’opera o la contemporanea seguono dinamiche che non conosco e che quindi non affronterò in questo testo), e che ho portato avanti per anni. Con questa convinzione, dopo i primi due dischi che mischiavano varie lingue (prevalentemente inglese assieme a italiano, spagnolo, portoghese e anche cimbro, un’antica lingua di origine germanica quasi estinta che sopravvive sui monti veronesi) col mio gruppo siamo arrivati a comporre un album interamente in inglese.

Abbiamo vinto un importante (almeno allora) festival italiano (Arezzo Wave 2012) che ci ha permesso di suonare negli U.S.A., abbiamo suonato in tutta Europa finendo come prima band italiana nella line up ufficiale del Primavera Sound (Barcelona, 2016), uno dei festival più importanti del mondo pop-rock alternativo (che spazia dal pop più commerciale, vedi Miley Cyrus, fino al jazz d’avanguardia, vedi l’Art Ensemble of Chicago). Abbiamo collaborato con il sopracitato Marco Fasolo, con lo statunitense Miles Cooper Seaton degli Akron/Family (chi è andato a concerti dell’ambiente alternativo italiano tra il 2005 e il 2012 è difficile che non li conosca, visto il successo che hanno avuto nel nostro paese), con Håkon Gebhardt dei Motorpsycho, band norvegese (che però canta in inglese) che da più di vent’anni vanta un vasto seguito in Italia che non accenna ad assottigliarsi, nonostante il genere di nicchia (hard-rock psichedelico), e molti altri musicisti italiani e non.

Segnalo queste informazioni non per redigere il nostro curriculum, ma per spiegare con i fatti che percorso rivolto al mondo “internazionale” abbiamo svolto. Abbiamo distribuito i nostri dischi in Europa e di conseguenza abbiamo investito in uffici stampa esteri. Abbiamo iniziato a utilizzare i nostri social esprimendoci solo in inglese. Abbiamo assunto un’estetica decisamente “internazionale”, sia nella musica che nell’immaginario che trasmettevamo con foto, poster, grafiche e artwork (i crediti dei dischi? Naturalmente in inglese).

Forse a fine 2016 abbiamo raggiunto il nostro picco di “internazionalità”. Avevamo suonato al Primavera Sound, stavamo preparando la conclusione del tour del nostro disco in inglese “Fluttarn” con Miles (una decina di date speciali in Italia con formazione allargata in sestetto con due batterie), eppure qualcosa non mi tornava. Solo che nella foga di quegli anni così pieni, sempre di corsa per cercare di rilanciare con una nuova idea o un progetto che azzardava di più del precedente, era difficile fermarsi. Non c’era letteralmente il tempo fisico. Bisognava seguire il flusso, il cosiddetto “flow”, senza perdere un colpo.

Ed ecco che Miles ci chiede di preparare qualche cover per quelle date speciali. Lui porta al tavolo due classici della canzone americana, il traditional “I Know You Rider” nella celebre versione dei Grateful Dead e “I’m On Fire” del Boss Bruce Springsteen, dal leggendario “Born In the U.S.A.”. Poi vorrebbe anche qualche classico della canzone italiana. Propone “Amarsi un po’”, di Lucio Battisti. Non può cantarla lui, non riesce, e non vi è motivo, al di fuori di voler ricreare l’effetto “americano in vacanza”. La canto io allora. Adoro quel brano. Adoro Battisti, naturalmente. Fa parte di quella schiera di musicisti e artisti italiani che non mi è mai passato per la testa di definire “provinciali”, anzi. Credo che essi abbiano salvato la nostra cultura tutta. Lui, Dalla, Battiato, Conte… Insomma, ci siamo capiti.

Ed ecco che, pian pianino, alcune cose iniziano a cambiare. Impossibile accorgersene subito, ma qualcosa è nell’aria. Il set che prepariamo è ancora basato tutto su canzoni in inglese, nostre e di Miles. Ma assieme al brano di Battisti si aggiunge un nuovo brano in italiano di Cru (Niccolò, batterista e chitarrista) che, dopo una prima stesura in inglese che non ci convinceva molto, lo ha riscritto nella nostra lingua madre. Si chiama “Nuova Speranza”. I concerti vanno bene, forse la migliore serie di date nei club che abbiamo mai fatto, tutta in locali bellissimi, noi come artisti principali e con numeri decenti di pubblico che rendono i promoter contenti e ci permettono di scambiare una buona dose di energia con la gente. Ed è proprio qui che avviene un’altra grande spaccatura nel nostro immaginario: gli ultimi concerti passano da Roma e Napoli. Ormai la scaletta è rodata, l’atmosfera tra di noi è quella giusta, e avviene la Magia.

A Roma quando chiudiamo con il bis di “Amarsi un po’”, sentiamo cantare il pubblico, vediamo gente piangere. Non era mai successo prima. Davanti ai nostri occhi, letteralmente faccia a faccia. Per tutto il tour abbiamo suonato a terra, giù dal palco, per sentirci allo stesso livello del pubblico. A Napoli, sempre durante “Amarsi un po’”, non solo cantano con noi, ma un’amica irrompe tra gli strumenti e si mette con me al microfono a cantare. Certo, la magia rimane di Lucio, in primis. Ma ormai la spaccatura è avvenuta, la radice si è insediata. Torniamo a casa col cuore colmo di emozioni preziosissime per tutte le esperienze vissute, ma soprattutto con tanti nuovi spunti di riflessione. È l’inizio di una nuova consapevolezza.

Il mondo è uno solo o tanti mondi assieme?

Spero che ora sia un po’ più comprensibile perché il percorso che ho compiuto con il mio progetto musicale fino ai fatti qui sopra narrati, assieme agli stimoli che ho ricevuto principalmente da Miles, osservatore esterno alla mia cultura ma senz’altro parte della questione in quanto americano (se non vogliamo definirlo parte del problema), mi abbiano spinto a cambiare prospettiva pian piano, e la cena in cui si parlò di colonialismo come la gente che piangeva cantando Battisti con noi siano state solamente le ultime gocce che hanno fatto traboccare un vaso che riempivo inconsapevolmente da anni.

Fatti e dati alla mano, dopo otto anni di attività musicale portati avanti con la convinzione di doversi esprimere in inglese per potersi rivolgere a un pubblico al di fuori dell’Italia, per noi semplicemente non hanno più giustificato questo percorso. Dal punto di vista numerico i concerti si sono sempre svolti prevalentemente in Italia, nonostante fossimo arrivati ad avere una comunicazione e una promozione completamente anglofona. Quindi, quando ora mi viene chiesto se cantare in inglese aiuta a farti conoscere meglio fuori dai confini nazionali, direi “non per forza”, anzi.

La sensazione che ho provato durante i vari festival che ho girato suonando per l’Europa sinceramente è stata l’esatto contrario. Ricordo benissimo l’emozione che provai durante il concerto all’alba delle argentine Perotà Chingò al gigantesco Fusion Fest di Larz (Germania) nel 2014. Allora erano già famose, non tanto come ora, e la naturalezza con cui incantarono tutti, compreso me, cantando in una lingua che non parlo, fu meravigliosa. Rimase un’esperienza speciale, ma allora non riuscii a comprendere davvero perché. Per me rimaneva la scelta giusta che io, col mio gruppo italiano, cantassi in inglese in un festival assieme a centinaia di altri artisti di madre lingua inglese (o provenienti da nazioni dove la lingua inglese è veramente parte della società, vedi in Norvegia), non solo confondendomi nella massa e nascondendo la particolarità che mi avrebbe reso unico lasciandomi emergere come successe con le Perotà Chingò, ma addirittura facendomi sfigurare rispetto a chi l’inglese lo vive ogni giorno e lo canta decisamente meglio di me.

In poche parole noi eravamo la brutta copia di quel mondo anglo-americano che stavamo imitando con grande convinzione. E il motivo per cui mi ero emozionato per gli unici artisti che avevano espresso qualcosa di diverso rispetto agli altri non mi era parso lampante come avviene ora: le Perotà Chingò non emozionavano solo perché suonavano qualcosa di unico e diverso dal resto che le circondava (il che è comunque un meraviglioso merito), ma riuscivano a trasmettere le emozioni cantate nei loro testi proprio perché le vivevano direttamente, senza filtri di lingue non loro, senza impoverire in difetto le innumerevoli sfumature che si possono usare sia con la vastissima scelta delle parole di cui si può disporre con la propria lingua madre sia con l’espressività della voce che consegue a questa consapevolezza.

Sfido qualunque musicista italiano a provare a giocare a questo gioco: chi solitamente canta in inglese e non ha mai provato a cantare in italiano, provi a buttare giù qualche riga di suo pugno e a cantarla, ritroverà subito non poche difficoltà a non ingarbugliarsi con le parole, a rispettare una metrica decente per evitare l’effetto canto di chiesa, a essere credibile in ciò che dice (sia che canti “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte…” sia che canti “ho capito che ti amo…”), banalmente a non imbarazzarsi. Immediatamente la barriera, la corazza, che cantare in una lingua-non-nostra ci crea tra la nostra vulnerabilità e l’ascoltatore viene abbattuta.

Sta a noi scegliere che direzione prendere. Ricordo benissimo che appena provai a cantare sul serio “Amarsi un po’” dovetti lavorare molto sulla metrica, e di conseguenza sul respiro, per evitare di spezzare frasi o parole con pause che avrebbero cambiato non poco il senso di quello che stavo esprimendo: non potevo più cantare simulando i suoni che ricordavano i cantanti anglo-americani, emulando accenti e pronunce di cui non conoscevo l’esatta provenienza, come se l’inglese fosse una lingua costruita a tavolino come l’esperanto, e avesse un’unica pronuncia possibile. In questo l’incredibile brano di Celentano che si inventa una lingua che suona come l’americano è un ottimo esempio. Ora dovevo veramente stare attento a molti più fattori che mi riguardavano direttamente e personalmente, da quando avevo coscienza del dono della parola, e proprio perché c’erano più fattori in gioco la faccenda si faceva più delicata, più sfumata, più espressiva e potenzialmente più emozionante, sia per me che per l’eventuale ascoltatore.

Dopo “Amarsi un po’”, che è stata una specie di test pratico per il canto in italiano, con la composizione dei miei primi brani in lingua madre mi sono addirittura ritrovato a mettere in discussione il timbro e l’ottava di quella che si stava rivelando la mia vera voce. Per anni avevo cantato senza saperlo con il registro alto della mia voce, per l’appunto emulando il suono di certi artisti americani. E lo avevo fatto prima di capire veramente quale fosse l’ottava che valorizzava al meglio la mia estensione e la ricchezza del mio timbro, assurdo! Se non avessi iniziato a cantare in italiano notando che la mia voce a quella ottava era ridicola, chissà per quanto tempo sarei andato avanti in quella maniera.

Come gioco di segno opposto, invece, sfido chi da italiano ha sempre cantato in italiano a cantare in inglese: non serve che mi dilunghi troppo sul risultato, basta scomodare sempre il nostro caro Lucio e il suo piccolo grande fallimento “Images” (1977), raccolta di successi ricantati in inglese (e risuonati) per il mercato anglofono, senza bissare minimamente il successo degli originali.

Lo stesso Battisti poi riconobbe che non vi era motivo che quelle canzoni ottenessero all’estero il successo che sperava inizialmente (nello specifico, in questa famosa intervista del 1979, l’ultima, confessa che l’unico motivo per cui provò quella strada fu la curiosità di vedere fin dove si poteva spingere la sua carriera, visto che in Italia era arrivato al culmine delle possibilità che il mercato offriva).