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Restando fuori: un focus su “La natura è innocente” di Walter Siti/2

Nel campo letterario italiano, ogni nuovo romanzo di Walter Siti rappresenta un avvenimento significativo, data l’importanza che questo autore ricopre nella produzione letteraria dei nostri tempi. Alcuni giorni fa è uscito per Rizzoli La natura è innocente, che aggiunge un nuovo tassello al coerente mosaico rappresentato dall’ormai ventennale produzione romanzesca dell’autore modenese. Dopo aver sperimentato diverse forme narrative – prima tra tutte l’autofiction, che lo ha consacrato e da cui ha tentato di allontanarsi con i suoi ultimi romanzi – Siti si confronta per la prima volta con uno dei generi più praticati in questi ultimi anni: la biofiction, ossia la narrazione della vita di un personaggio reale diverso dall’autore ibridata, sia sul piano del contenuto che della forma, a elementi finzionali.

Nel romanzo di Siti le vite raccontate sono due e procedono a capitoli alternati: quella del catanese Filippo Addamo, condannato dopo l’omicidio della madre, colpevole di tradimento e di abbandono del tetto coniugale, e quella di Ruggero Freddi, ex pornoattore romano con laurea e dottorato di ricerca, professore universitario a contratto e sposo prima dell’anziano principe Giovanni del Drago, poi del collega pornoattore Gustavo Leguizamon.

Probabilmente a causa della cattiva congiuntura – non solo editoriale – in cui il libro è uscito, molto scarsa è stata la risonanza che la critica e la stampa gli hanno dato. Per questo abbiamo pensato di dedicare al romanzo una sorta di tavola rotonda virtuale. Una riflessione in più puntate in cui di volta in volta ciascun critico darà un proprio punto di vista; uno sguardo plurale e critico su un libro che, apparentemente, parla di cose che ora non ci riguardano, ma forse va più a fondo dei discorsi confusi, retorici e terrorizzanti che in questo momento occupano gran parte del nostro orizzonte.

Dopo l’intervento di Silvia Cucchi, prosegue la rassegna Valentina Sturli.


 

Sin da quando ho sentito parlare per la prima volta del progetto di questo libro (La natura è innocente, Rizzoli 2020), durante un’intervista che Walter Siti mi ha concesso nel giugno del 2017, il soggetto mi è sembrato promettente sia dal punto di vista strettamente tematico (le biografie quasi-vere di Filippo, proletario siciliano matricida, e di Ruggero, culturista, ricercatore di matematica e marito di un nobile da almanacco di Gotha) che dell’architettura narrativa. Il romanzo è concepito sul modello plutarchiano delle biografie parallele, ma a capitoli alterni, con un intermezzo centrale dove si parla di Lanzarote e della potenza deflagrante dei vulcani in mezzo a una Natura innocente, tanto nel creare che nel distruggere. Quando è con la enne maiuscola la Natura piace a Walter Siti, che ama descriverla nei suoi aspetti più scabri: «È un’isola […] spazzata da un vento in bilico tra benedizione e fastidio […]. In primavera un muschio verdolino e fiorellini bianchi o rosa rasoterra rivestono le coltri di lava, mentre le strade esibiscono ai bordi i fiori a spada dell’aloe e i cortili sono presidiati da yucche pachidermiche o da agavi succulente e cactus solenni come militari in pensione». Come non ricordare le bellissime pagine sul deserto nel Canto del diavolo? C’è del resto molto di leopardiano nella Natura così come Siti la concepisce, ovvero come controfigura di un materno perturbante e implacabile.

La natura è innocente nel suo complesso ha molto dei romanzi che lo precedono, di cui a tratti sembra un compendio e una ripresa – e intendiamoci, questo per me non costituisce un difetto: il ritorno su temi e moduli formali già precedentemente esplorati, la straordinaria capacità di variazione sull’identico sono fra le caratteristiche che trovo più intelligenti e sorprendenti nell’opera romanzesca di Siti. L’ascesa sociale di Ruggero, la sua determinazione non esente da un buon tasso di fragilità ricordano quelle di Tommaso Aricò in Resistere non serve a niente; nella parte su Filippo c’è una versione catanese della borgata, Il Librino, che richiama da vicino le lunghe escursioni socio-antropologiche del Contagio; c’è – nel finale del romanzo – un cammeo con la diretta da un talk show televisivo, mondo assai ben rappresentato in Troppi paradisi. Se c’è una caratteristica veramente nuova in questo romanzo è che Siti tenta una sintesi tra il versante girardiano e glamour del desiderio, che ha saputo raccontare tanto bene parlando di Massimo/Marcello e delle sue controfigure, e quello più oscuro, introvertito e distruttivo così come si presenta nel suo romanzo più cupo: Autopsia dell’ossessione. Sulla carta il progetto mi sembrava sfiorare la perfezione (tendo a essere una persona entusiasta delle sue proprie passioni) e ho molto atteso il libro; leggendolo, però, non mi ha convinta del tutto, soprattutto per quel che riguarda la narrazione della biografia di Filippo. Altrove Siti ci ha abituati (ancora una volta riferimento obbligato al Contagio e a Resistere non serve a niente) a una rappresentazione calibrata di certi ambienti antropologici e sociali – la borgata, la malavita, il mondo della TV e della finanza –, in grado di cogliere tratti e tic, di esasperare splendori e miserie, senza mai scadere nel pittoresco. Questo anche grazie a una straordinaria capacità di mimesi non solo del linguaggio parlato, ma ancora prima delle forme di pensiero e percezione che, svelate per lampi ed accenni, danno corpo all’esperienza di chi in quegli ambienti ci vive e si muove da sempre.

In questo caso invece la Sicilia di Filippo, la Catania malavitosa e arcaica dei primi anni Duemila, mi sembrano uscite forzate, un po’ troppo artificiose e meccaniche nella loro esibita e contradditoria ferocia. Forse neanche troppo comprese al loro fondo, che resta in qualche modo irraggiungibile, come se Siti non fosse riuscito a penetrare il mistero che aveva davanti agli occhi. C’è poi, in certe situazioni (penso uno per tutti al primo incontro al mercato di Filippo e della sua fidanzata), come un candore ricercato del degrado che ricorda un po’ Pasolini. Ne sono traccia sia un particolare uso dell’indiretto libero, sia un pittoresco vitalistico e primitivo non riscattato dalla torsione che Siti è fin qui sempre riuscito ad imprimere alla materia narrativa quando sfiora gli stessi argomenti dell’odiato-amato maestro: «Filippo come un cane da punta le osserva sfilare […]. Quella notte a sant’Agatuzza ci fa una promessa, che non ruberà e non si minerà la minchia fino a che non avrà potuto parlare con la morettina dal culetto celestiale e non avrà saputo il suo nome. Poi viene meno alla promessa quanto al minarsela, ma Aituzza (come la chiama lui) è tanto buona e capisce». La storia procede lo stesso, perché Siti è un eccellente scrittore anche quando è un narratore non del tutto in forma, ma i personaggi – anche quello della madre di Filippo, bellissima, sfuggente e adultera – faticano a staccarsi dalla pagina per acquisire un contorno, sembrano muoversi alla ricerca di un telos che alla fine non trovano.

Un figlio innamorato della madre e suo assassino: nel finale la voce narrante ci spiega (forse con troppa volontà di chiarire quel che già chiaro risultava) che questo è proprio il motivo per cui la vicenda è stata prescelta, perché Filippo – come Ruggero, che vedremo tra un attimo – ha avuto il coraggio di fare quello che Walter ha sempre solo sognato. Ma allora viene da chiedersi: non sarà che (almeno se vogliamo dare credito a quel che afferma il narratore, se ci azzardiamo a fidarci di lui – il che con Siti è sempre operazione almeno in parte imprudente) più il movente è scoperto e dichiarato, più la tensione della pagina è destinata a calare? Non è un caso se Siti lavora al suo meglio nella menzogna romanzesca e nell’(auto)finzione: quando le carte si fanno scoperte la narrazione non decolla – quasi ci fosse in questa parte del libro un po’ troppa Franca Leosini, dai cui archivi del resto proviene la vicenda, e un po’ troppo poco di uno dei migliori scrittori italiani viventi.

Mi ha convinto assai di più, nonostante l’inizio un po’ incerto e nebuloso, la parte su Ruggero – culturista, matematico e sposo di un Principe dell’alta nobiltà romana. Nella sua vicenda davvero ci sono delle pagine splendide – mi si perdonerà il mio amore per le descrizioni, ma in quelle del palazzo di famiglia sull’Isola Bisentina Siti dà ancora una volta il meglio di sé; per non parlare della ricognizione della vita del Principe, con i suoi amori e le sue follie: tra tutte proprio la relazione con Ruggero, che si intuisce complessa e vitale ben al di là degli stereotipi sotto cui si potrebbe esser tentati di rubricarla. Qui Siti coglie una realtà profondissima: che certi amori si reggono su un fondo di grottesco che non li rende meno potenti, ma più grandi. E che la discesa prima nella malattia e poi nella morte (si vedano le pagine sugli ultimi giorni del Principe) è sempre, per chi la vive e per chi la accompagna, anche un guastarsi della relazione: a dispetto di ogni idealizzazione possibile, nessuno muore conservando il carattere che ha illuminato i suoi giorni migliori: «Si accarezzava i polsi e le ginocchia, i soli punti del suo corpo ancora riconoscibili; sorrideva invidioso alla madonnina robbiesca, sogghignava alle fatiche d’Ercole e alle enigmatiche bambine di Balthus. Le sfingi alla darsena accolgono impassibili la barca delle anime in transito… né il bene né il male possono possono più toccarmi perché ho raggiunto il Padre nell’arazzo fiorito degli antenati». Qui torna il grande Siti, quello che non fa sconti a nessuno, e che è capace di sintetizzare in pochi tratti verità dolorose e essenziali. Anche quando, come in questo libro, non centra in pieno il bersaglio lascia comunque in regalo al lettore la traccia intelligente del suo passaggio, alcuni momenti di perfetta e ferocissima conoscenza dell’umano; in più, molte pagine che per nitore stilistico riscattano qualche lungaggine e debolezza d’impianto.


Walter Siti, La natura è innocente. Due storie quasi vere, Rizzoli, Milano 2020, 352 pp. 20,00€