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I finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2020

Ieri sera, alla presenza di un pubblico folto e affezionato e della stampa locale, sono stati rivelati i cinque titoli finalisti della XXXVI edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. La cerimonia si è tenuta nella splendida cornice della Sala Achille Funi di UBI Banca, un luogo storico e particolarmente caro al Premio, poiché aveva già accolto le prime edizioni. Ad aprire i discorsi, sul palco, è stato Vittorio Carrara, Direttore Territoriale di UBI Banca, che ha ricordato l’interesse ormai decennale della banca per le attività di questa manifestazione culturale importante per la città; con lui, il Presidente del premio, Massimo Rocchi, che in poche battute ha sottolineato l’importanza e la continuità del lavoro svolto nel corsi di questi trentasei anni di attività, grazie alla tenacia e all’impegno di chi l’ha iniziato e di chi lo sta proseguendo, e ha percorso le tappe che accompagneranno il pubblico all’appuntamento finale di questa edizione. L’onere e l’onore di svelare i nomi componenti della cinquina è naturalmente spettato ad Andrea Cortellessa, critico e membro del comitato scientifico del Premio, che ha provato – come di consueto – a individuare un filo conduttore tra le cinque opere finaliste.

E bene, se ormai da parecchi anni – diciamo tre decenni – è evidente che la terra della prosa in Italia non è abitata solo dai “romanzi romanzi”, è altrettanto evidente che il Premio Narrativa Bergamo sta cercando ormai con costanza di portare all’attenzione del pubblico cittadino (e non solo) quanto di più interessante viene proposto nel territorio ibrido che sta intorno al genere romanzesco, e che non può esser ridotto all’etichetta vaga di non-fiction. In realtà, almeno a un primo sguardo, si potrebbe dire che più della metà dei titoli che si contenderanno l’edizione 2020 del Premio possono essere attribuiti al campo romanzesco: il discorso vale senz’altro per Marìa di Nadia Fusini (Einaudi Arcipelago 2019), per Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi Stile Libero 2018) e anche per Il grande peccatore di Ferruccio Parazzoli (Bompiani 2019). Meno adeguata, invece, l’attribuzione di genere per Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle grazie 2019) e soprattutto per Le galanti di Filippo Tuena (Il Saggiatore 2019), che riporta come sottotitolo Quasi un’autobiografia.

Ecco, entrambi questi termini, come ha sottolineato Andrea Cortellessa nel suo lungo e affascinante discorso di presentazione, si rivelano utili per individuare i tratti comuni a questa cinquina. L’autobiografia è senz’altro un orizzonte condiviso e a più riprese praticato da questi cinque autori nel corso della loro produzione narrativa. Alcuni l’hanno fatto in maniera più smaccata, trasformandosi in personaggi, divenendo protagonisti – non sempre fedeli al vero – della propria stessa penna; altri l’hanno fatto in maniera indiretta, riflessa si potrebbe dire, dando spessore e profondità a quel “quasi” che vorrebbe individuare uno spazio intermedio tra il racconto di sé e il racconto dell’altro, un “punto cieco” (come l’ha definito Javier Cercas) in cui la scrittura si introduce e va incontro alla realtà.

In questo spazio Nadia Fusini, eminente anglista e traduttrice (si ricordano, tra gli altri, i romanzi di Virginia Woolf e la recente curatela del Meridiano dedicato alle opere di John Keats), ha deciso far affondare le radici della sua “novella”. Marìa si costruisce intorno al dialogo tra un uomo e una donna, una testimonianza resa da una moglie violentata al poliziotto, una confessione che una madre smarrita affida alla penna di un uomo che decide di erigere un piccolo monumento – la novella appunto – alla sua storia. Una storia di violenza, di abusi e di umiliazioni, che porta una donna apparentemente autonoma e volitiva a perdere la propria dignità e anche la forza di riconoscere il proprio annullamento. Colpa di un uomo che si è rivelato diverso dalle prime impressioni, ma anche di un’attrazione feroce e inspiegabile per la sua autorità, per la sua esibita cattiveria. Marìa si denuncia in quanto complice di queste violenze – che sfociano addirittura in un omicidio –, ma la denuncia nasce dall’irruzione di un desiderio, che interrompe il percorso di autoannullamento a cui la donna si era destinata. La maternità, vera esperienza individuante della femminilità (ma qui ci sarebbe molto da dire e da contraddire) fa da pungolo a questa donna, che ritrova il coraggio di farsi artefice della sua vita. Fusini – già militante femminista dagli anni Settanta – decide di costruire il suo racconto lungo intorno al cammino di abiezione e poi di redenzione di Marìa, che trova nell’eccezionalità del suo nome (la i accentata) lo scarto necessario a invertire la direzione della propria strada.

Il momento della confessione è senz’altro un pilastro dell’opera di Fëdor Dostoevskij, a cui Ferruccio Parazzoli – decano e «cuciniere dell’editoria italiana» (Cortellessa dixit) – ha deciso di dedicare il suo romanzo. Ma se la figura incombente su tutti i personaggi dello scrittore russo è quella del Grande Inquisitore, quella su cui Parazzoli costruisce il suo romanzo è invece quella del Grande peccatore. Anche qui il racconto si costruisce su un rapporto dialettico che inverte la logica distintiva tra realtà e finzione: Dostoevskij da autore si fa personaggio romanzesco, mentre a raccontarne le vicende – all’indomani del ritorno dal penitenziario siberiano di Omsk – è un personaggio romanzesco, quel Razmuchin che in Delitto e castigo era amico di Raskolnikov. È chiaro che da questa dinamica non può che generarsi un cortocircuito, volto a proiettare sulla biografia – per lunghi tratti affidabile, per altri un po’ forzata – dello scrittore russo drammi, turbamenti e sentimenti attribuiti dallo stesso ai suoi personaggi romanzeschi. Ma un ulteriore elemento di riflessione è dato dal fatto che lo stesso Razmuchin, voce narrante a cui siamo in definitiva costretti a credere, è a sua volta un aspirante scrittore, pronto quindi a proiettare sul suo ispiratore le proprie ambizioni e speranze. Parazzoli prova così a riprodurre in forma esplicita quella polifonia che Bachtin aveva riconosciuto come asse portante della narrativa di Dostoevkij, una coralità che nel tentativo di restituire la pluralità di voci e anime che animano questa storia finisce per assottigliare i confini tra l’una e l’altra, restituendoci l’impressione che tutti gli attanti siano in definitiva riflessi diversi di una stessa personalità.

Se Razmuchin finisce per plagiare – l’opera e l’anima di – Dostoevskij, il plagio è al centro anche del Dono di saper vivere di Tommaso Pincio. Qui però non si tratta di condizionamenti o persuasioni subliminali, ma di un vero e proprio inganno, una contraffazione che ha origine nell’ambigua somiglianza che unisce l’autore – il cui nom de plume già tradisce l’attitudine al plagio, benché dichiarato – e Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Una somiglianza fisica, che si estende però anche a quella speciale capacità di affrontare la vita che Bernard Berenson aveva definito appunto «il dono di saper vivere». Un dono che effettivamente è mancato a Caravaggio, macchiatosi di un omicidio che, almeno fino alla riscoperta di Longhi (o di Gadda, prima di lui?), ne aveva monopolizzato la fama, oscurandone l’opera artistica; un dono che manca anche al protagonista del romanzo, un alter ego non troppo dissimulato dell’autore (che in gioventù è stato collaboratore di Gian Enzo Sperone – abile e mercante d’arte romano, soprannominato qui l’Inestinto). Il quale finirà per macchiarsi a sua volta di un delitto che lo porterà in prigione, da dove infine si metterà a raccontare la sua storia. Naturalmente Pincio non manca di inserire la propria, “autentica” voce nel romanzo, così da approfondirne la dimensione illusionistica, che spiazza il lettore, immergendolo in quella camera degli specchi che – si dice – Caravaggio ideò per ritrarre i suoi soggetti e donare loro quella luce così caratteristica della sua pittura.

La pittura, ma in generale tutte le arti visive, sono al centro del caleidoscopico nuovo libro di Filippo Tuena, che a sua volta rispolvera – più che in altre opere, verrebbe da dire – la sua precedente vita di antiquario per costruire un’autobiografia per feticci, un autoritratto non nello studio, ma nella Wunderkammer, da cui escono oggetti, sculture, figure che si trasformano rapidamente in ricordi, storie, momenti della vita dell’autore. Le galanti attraversa la storia dell’arte occidentale – dai bassorilievi micenei a Géricault, da Van Gogh ai baldacchini rococò – e ne fa il palinsesto per una scrittura multiforme e continua. Tuena mostra qui tutta la sua abilità di poligrafo: cambia formati, cambia generi, si muove tra prosa e poesia, e intanto gioca con la sua stessa vita, ricostruendola per tasselli e al contempo ricollegandola alla storia – quella che abbiamo imparato ad amare in capolavori come Le variazioni Reinach o Memoriali del caso Schumann. A tenere insieme tutti i frammenti di questo iconotesto di quasi settecento pagine è – come ha provato a suggerire Cortellessa – l’incedere, il ritmo lento della passeggiata. E in particolare l’incedere di una donna che, con volti e personalità diverse di capitolo in capitolo, delinea il percorso di una fuga e quindi, per converso, di un inseguimento amoroso.

L’elemento odeporico è presente, e anzi per nulla dissimulato, anche in Sogni e favole di Emanuele Trevi. Qui il protagonista è l’autore stesso che racconta un periodo eccezionale della sua vita, quando, neanche ventenne (siamo nel 1983), incontrò per caso persone che finirono per segnare la sua stessa vita di scrittore e di uomo. C’è Arturo Patten, fotografo statunitense trapiantato a Roma, uno dei più grandi ritrattisti contemporanei; c’è Cesare Garboli, grande critico e saggista, che spinge Emanuele a fare ricerche su un sonetto di Metastasio («Sogni e favole io fingo»); c’è Amelia Rosselli, poetessa sperimentatrice di lingue e di forme, uccisasi lanciandosi da una finestra che affaccia sulla stessa via in cui abita il fotografo. A unire le vicende di questi individui è infatti Roma, e in particolare un ristretto dedalo di vie del centro. Una Roma grigia e antica, catalizzatrice di storie e di immagini, che fanno da snodi al racconto del narratore, che finisce tuttavia per rassodarsi intorno ai ritratti di questi personaggi, tutti accomunati da un elemento di insoddisfazione e mancanza. L’illusione che i sogni e le favole notturne hanno tratteggiato svanisce alla luce del giorno, lasciando uno strascico di depressione e insensatezza, che Trevi maneggia con cura, avvicinando gli aspetti più struggenti a quelli inaspettatamente comici.

Alla conclusione del discorso di presentazione è seguita la comunicazione da parte del Segretario Generale Flavia Alborghetti riguardo le modalità di consegna delle schede voto e la composizione della Giuria Popolare: 60 gli adulti (45 estratti fra oltre 300 richieste pervenute + 15 giurati storici e onorari), 40 giovani (selezionati su 150 domande), una dozzina di associazioni culturali (fra cui due gruppi del carcere) e 10 scuole. Infine, con sorteggio pubblico, è stata ufficializzata anche la composizione della Giuria Popolare con più di 25 anni (tutti gli elenchi della giuria saranno pubblicati nel sito a breve): le 45 persone estratte da tutta Italia, riceveranno via mail la lettera ufficiale di nomina e i residenti fuori provincia riceveranno per posta i libri finalisti in omaggio.

Infine, le date degli incontri con il pubblico, che si terranno alla Biblioteca Tiraboschi, tutti i giovedì alle 18.00 a partire dal 5 marzo (tranne il 19 marzo, alle 18.30) e che saranno moderati quest’anno dalla scrittrice e docente Maria Tosca Finazzi.

GIOVEDì 5 MARZO – Emanuele Trevi

GIOVEDì 12 MARZO – Filippo Tuena

GIOVEDì 19 MARZO – Ferruccio Parazzoli

GIOVEDì 26 MARZO – Nadia Fusini

GIOVEDì 2 APRILE – Tommaso Pincio

La cerimonia di premiazione, alla presenza di tutti e cinque i finalisti, si terrà sabato 25 aprile alle ore 16.30 presso l’Auditorium di piazza della Libertà, nell’ambito della 61° Fiera dei Librai organizzata da Liber e Promozione Confesercenti. La serata, realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo e con l’Associazione Il Cavaliere Giallo, sarà condotta dal giornalista Max Pavan e le letture saranno dell’attore e doppiatore Niseem Onorato.  Ci sarà inoltre un prestigioso intervento musicale di Matt Loqi che si esibirà in acustico con la sua “astropentola” l’handpam.