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#Mappe – Lucania, 14 stazioni

Viaggio in Lucania

I. Lagopesole

Mi trovavo, preda di una certa ilarità, stesa immobile tra venti persone in attesa che prima una poiana e poi un gufo mi passassero sopra in volo.

Non sapevo che mentre la ragazza del centro di falconeria spiegava la relazione tra la conformazione delle piume degli uccelli e il loro impatto sonoro sull’aria, i rapaci si stavano preparando silenziosamente ad allontanare il malocchio.

Ero in un sud magico, ma non quello di De Martino,[1] quanto piuttosto in uno weird, in una terra stesa apparentemente placida ai raggi del sole, silenziosa, lenta e accogliente, continuamente attraversata da brevi e inaspettate invasioni del metafisico. Una terra dove, costantemente, dal primo mattino alla notte inoltrata, dietro ai fili d’erba bruciati dal caldo e nel cielo illuminato dalla luna, si celava un mondo parallelo, popolato di creature le cui vite sono al limite dell’epica. Una terra sotto la cui crosta pulsavano le stesse forze e contraddizioni che scorrevano nel mio sangue.

 

II. Gallicchio (1)

Claudia mi aspettava a Gallicchio. Avendo istinto, ma non senso dell’orientamento, aveva preferito scrivere un libro[2] per spiegare come arrivarci.

bisogna passare [accanto] a una diga naturale, una distesa di acqua verde tra i boschi su cui raramente splende il sole e da cui salgono fumi biancastri al mattino. Ed è solo dopo essersi inoltrati tra le curve che seguono la diga, in mezzo ai tornanti in cui l’acqua riappare e scompare con la complicità degli alberi sottili e scuri, che a un certo punto il paesaggio si apre e diventa quasi deserto, e l’ambra bruciata del sole si trasforma in una sostanza molto più rarefatta e ipnotica.
C’è una strada statale sorvegliata tra due speroni di roccia, ed è lì che sono cresciuta io.

Le indicazioni, oltre a condurmi al luogo dell’incontro, mi avevano procurato un inspiegabile stordimento che sembrava valicarei limiti della comprensione. Pareva infatti che quella sostanza rarefatta e ipnotica di cui parlava fosse davvero tangibile. Non sapevo se per l’attrazione magnetica dell’acqua o per quella dello sperone di roccia che si profilava controluce all’orizzonte come una Madonna in preghiera, ma ero preda di una sorta di  fascinazione. Ero agìta da una “forza potente quanto occulta”[3] che mi lasciava senza margine di autonomia e capacità di decisione. Non sapevo se fermarmi o se affrettarmi, se cedere alla seduzione o respingerla.

 

III. San Martino d’Agri

Eravamo giunte a San Martino per il primo di una serie di eventi letterari che ci avrebbero portate a percorrere oltre mille chilometri in cinque giorni.

Concluso l’incontro, mi ero ritrovata a passare da una casa all’altra ad ascoltare racconti di epiche amorose che nascevano tra la connivenza di amiche e la finta omertà del paese. In poche ore ero diventata parte viva di una rete di passione che si muoveva sospinta dal richiamo del desiderio.

Navigando quelle storie avevo capito che quell’angolo di terra era una specie di Gran Mare dei Sargassi che aveva regolarmente chiamato a sé delle donne-anguilla per deporre le uova di una prole che si sarebbe poi dispersa nei colli circostanti. Tra queste c’erano Giulia Venere, che aveva avuto “tra parti normali e aborti, diciassette gravidanze, da quindici padri diversi”;[4] M., che dei sette figli avuti da sette padri diversi non ne aveva fatto riconoscere alcuno, forse per autodeterminazione femminista o perché vittima del raggiro maschile. E G. che di figli ne aveva avuti invece nove, sempre da padri differenti, ma – nel suo caso – per garantirsi uno stoccaggio di forza umana per sopravvivere i tempi della fame.

Mentre risalivo i rami ingarbugliati di quegli alberi genealogici, la terrazza di San Martino dominava la valle dell’Agri e in lontananza si percepiva il canto silenzioso delle acque.

Che fossi in fondo anche io una donna-anguilla?

 

IV. Lavello

Lavello era un paese ingannevole. Con le serrande dei bar abbassate e senza ragazzini per le strade sembrava fosse addormentato nella calura tardo pomeridiana. Eppure a poca distanza tutto era un brusio: gli operai della FIAT lavoravano senza pausa, muratori e giardinieri disegnavano i green del resort che avrebbe aperto presto, braccianti immigrati lavoravano la terra sotto il sole, il prete allineava le sedie nel cortile per l’evento della sera.

Fu Rocco[5] a raccontarmi, durante la cena in un albergo diffuso, una storia che avrei dovuto sapere. L’11 Maggio 1975 un certo giornale di destra aveva gridato allo scandalo perché una coppia di giornalisti si era presentata sotto mentite spoglie a un prete del paese perché ne celebrasse il matrimonio. Un matrimonio di coscienza, naturalmente. Il prete, noto alla chiesa per le sue simpatie comuniste e l’anticonformismo, nel farlo si era preso la scomunica a divinis.

E dire che la prima cosa che avevo pensato parcheggiando a Lavello, era che l’architettura fosse decisamente fascista e che quelle sezioni –  femminile e maschile – che si innalzavano violente ai lati della scuola elementare fossero per me un po’ troppo binarie. Chi avrebbe immaginato che Lavello fosse in realtà la culla di un prete dissidente? E che addirittura proprio quel prete avesse costituito la prima sezione gay di un’associazione ricreativa comunista.

La politica non pareva intrecciarsi all’amore solo nell’azione di don Marco Biseglia. In quella stessa serata di confidenze sulle nostre passioni politiche, sorseggiando vino mentre le luci si spegnevano nella notte, avevo scoperto che proprio a Lavello esisteva l’unica corrente romantica del Partito Democratico. All’inizio avevo sorriso convinta fosse solo retorica da bar, ma poi fu chiaro che mi sbagliavo. Proprio come sulla storia dell’Arci Gay.

 

V. Venosa

La mattina in cui arrivai a Venosa mi trovavo in uno stato d’animo di naturale inclinazione verso le passioni amorose. Non fu quindi strano, perduta tra le tortuose viuzze del paese, ritrovarmi d’un tratto di fronte alla trascrizione su vecchi balconi scrostati di alcune poesie di Franco Arminio. Qualche amante della poesia che abitava in quei vicoli doveva aver scelto di donare frammenti d’amore ai passeggiatori solitari. Si trovavano infatti sparsi tra porte e balconi estratti di Scotellaro, Lesbo e Orazio. Di Arminio non conoscevo che gli scritti sui paesi abbandonati e il pensiero paesologico. Ero quindi commossa nello scoprire che aveva composto anche versi e che questi versi non parlavano solo della terra, ma anche del corpo e che il corpo che vi trovava posto era caldo proprio come la terra sotto ai miei piedi. Ero giunta a Venosa per ritrovare un idillio oraziano ed ecco che invece mi trovavo a sostare inebetita di fronte al pulsare dell’eros.

Sentire che l’altro
è un aratro
e spacca in due la zolla del fegato
e non si ferma, prende lo stomaco,
avanza verso il cuore.[6]

L’atmosfera sembrava farsi sempre più calda. Insopportabilmente calda. Fu allora che si parò di fronte a noi a portarci un indesiderato refrigerio l’indiscutibile memento mori: “Fermati qui vivente e pensa che tu polvere altro no sei ed in polvere tu ritornerai. Io un tempo fui come tu sei e tu col tempo come me sarai”.

 

VI. Craco

Craco era franata per il sussulto infastidito della terra che aveva violato, era morta e si era sgretolata proprio come il suolo su cui si era innervata.

Entrarci fu come accedere all’Area X.[7] Era impossibile determinare dove si trovasse il limite tra il paese e le terre brulle circostanti, sembrava che le pareti delle case abbandonate si fossero incistate nella terra e che il suolo di cemento si fosse fatto terriccio, tanto che, spiando tra le porte della chiesa chiuse da un catenaccio, si poteva vedere una pianta cresciuta rigogliosa dal pavimento. Craco era un paese dove nessuna nostra scienza o fede potevano spiegare quello che era accaduto (o forse avrebbero potuto, ma ormai era troppo tardi), dove il disastro era bellezza e dove suo malgrado questa bellezza aveva finito per essere messa alla mercé di un’industria cinematografica e un turismo affamati, dimentichi di pagare tributo allo spirito del paese che ancora aleggiava silenzioso tra le vie abbandonate.

Salivo gli scalini che dovevano portare ad un punto panoramico e il mio umore cambiava, accordandosi progressivamente alla desolazione che spirava dalle poche pareti rimaste in equilibrio precario. Mi sentivo a quel punto tanto nello spirito sincero e desolato di Carlo Levi quanto in quello suicida e determinato della biologa della Southern Reach. Craco, proprio come l’Area X, mi stava pian piano mutando, aveva assorbito tutto l’amore sterminato ed eccitante con cui ero arrivata al suo ingresso e mi aveva lasciata con un senso di inadeguatezza e sospensione del giudizio.

 

VII. Matera

Cosa si poteva dire di Matera, bocca dell’Ade per condizioni abitative nel passato e per temperatura quel giorno? Cosa si poteva dire del “miracolo Matera” senza risultare inadeguati o inopportunamente decadenti? Come si potevano apprezzare quelle enoteche di lusso e terrazze panoramiche in edifici bio dai prezzi stellari senza pensare al prezzo che invece avevano dovuto pagare le anime che prima vi abitavano? Mi trovavo al centro di quel turbocapitalismo senza freni che è condanna e assoluzione di ogni luogo che cerchi emancipazione.

Il silenzio sembrava la scelta migliore di fronte a quella performance ostentata del lusso che estetizzava la povertà. Certo quello di Matera era un miracolo, la cultura aveva prodotto il miracolo, ma aveva passato il testimone al turismo e tutto era andato in malora. Si vedevano tuttavia emergere di tanto in tanto silenziosi e innocui tra i selfie acrobatici dei turisti gli scatti e i fotogrammi di antichi visitatori: Bresson, Pasolini, Lattuada, Rossellini, Rosi.

Era tutto uno sbatacchiare della coscienza: vergogna e orgoglio, cultura e turismo, sacro e profano, salvataggio e sconfitta. Non era possibile avere un’opinione che sussistesse senza il suo opposto, era come se non esistesse la possibilità di sintesi, l’orgoglio esisteva per via del riscatto della vergogna, il turismo per via della cultura, la cultura grazie al turismo.

 

VIII. Calanchi di Aliano

«Non è il posto più bello che tu abbia mai visto?»
«Si.»
«Allora domani ci torniamo al tramonto con un libro.»

 

IX. Corleto

Corleto era più sincera di Matera, o così pensavo fino a quando non scoprii di essere stata vittima di un nuovo inganno: le luminarie verdi e viola che illuminavano le strade in cui avevo passeggiato quella sera d’Agosto erano quelle natalizie, non quelle estive.

O ero stata beffata per la mia inesperienza nel giudicare le luminarie, o a mia insaputa doveva avermi fatto visita lo spirito del Natale, anche se non era chiaro se del Passato, del Presente o del Futuro.

Sembrava che in quella Zona tempo e spazio fossero empatici e mutassero imprevedibilmente in base ai miei desideri. Sembrava di essere in un film di Tarkovskij, dove Agosto diventava Natale e un’anonima scalinata si faceva sala da concerto.

 

X. Guardia Perticara

Guardia sembrava un manuale di teoria del postmoderno: contaminazione, simulacra, transmediazione, annullamento della distinzione tra finzione e realtà, spettacolarizzazione, giocosità. Era tutto lì, in pochi metri quadri.

Innanzi tutto le luminarie erano quelle estive, e questo era rassicurante. O se non altro mi metteva nella disposizione d’animo adatta per convincermi che tutto quello che mi circondava era vero, anche se ricostruito. Vero e ricostruito? Ritornava il dubbio su finzione e realtà; un dubbio che nemmeno l’odore dei cornetti che sarebbero stati sfornati a mezzanotte riusciva a distogliere.

Mentre sedevo su un muretto attendendo che si facesse l’ora, mi ero accorta che nella piazzetta antistante trionfava, illuminato da una luce irreale, un immenso murales. Rappresentava, disposti come una grande famiglia, i personaggi di Cristo si è fermato a Eboli, ma non quelli reali del libro di Levi, che per complicare le cose aveva ambientato a Gagliano una storia avvenuta ad Aliano, bensì quelli del film di Francesco Rosi. C’era anche la didascalia con le silouettes, per chi avesse avuto dubbi. Quindi, ricapitolando: mi trovavo dove era stato parzialmente ambientato il Cristo di Levi, ma Levi era Volonté, e Gagliano che era Aliano era in realtà Guardia. E il murales non rappresentava un fotogramma del film, ma era una mise en scène inventata a scopo ornamentale, troppo alterate e surreali le proporzioni tra i personaggi.

Non restava che abbandonare ogni speranza di comprensione, camminare sotto le luminarie, raggiungere la piazza principale e unirsi al pubblico che applaudiva felice e spensierato un gruppo di tenori che qualcuno disse erano Il volo e qualcuno no.

Che differenza faceva in fondo?

 

XI. Maratea

«Guardaaa» gridò la madre dal sedile posteriore dell’auto puntando il dito sulla cima di una montagna “la Madonna di Maratea!”
«Comunque era un traliccio» chiarì la figlia quando parcheggiai.

 

XII. Montemurro

L’entrata a Montemurro per poco non bruciò la frizione. Pur cercando di non dare nell’occhio, al nostro arrivo il paese sapeva già che ero quell’amica giunta da lontano per scarrozzare una scrittrice tra i paesi della Lucania. La notizia era apparsa persino sul giornale locale.

Accettato di buon grado il ruolo di chaperone di una diva locale, ero stata invitata a visitare la Fondazione Sinisgalli che aveva organizzato l’evento quella sera.

Non avevo mai letto Leonardo Sinisgalli  – e in effetti non sarebbe stato facile dato che era fuori pubblicazione da oltre cinquant’anni. È facile immaginare dunque il mio stupore quando, prendendo tra le mani un libro dal titolo vagamente fantascientifico – Furor mathematicus –, mi ritrovai di fronte a poche righe che sovvertirono il mio animo.

L’inverno ci stringe d’assedio nella nostra solitudine. Il corpo è aspro e pulito: l’aria di certi giorni più tersa della falce. Nelle nostre stanze il fuoco ha questo crepitio continuo, questo attizzarsi, questo mangiarsi il proprio cuore insaziabilmente.[8]

Cominciai a percepire un leggero calore sulle guance, quasi dalle pagine si levassero le lingue di quel fuoco crepitante che si mangiava il cuore insaziabilmente.

Chi era Sinisgalli? Chi era quell’uomo che in tre frasi mi aveva mangiato il cuore? Iniziai ad aggirarmi per le stanze della fondazione in preda a un furor tutto mio: poesie, saggi di geometria e matematica, riviste di design e ingegneria, storie di bambini incisori nel basso veronese. C’era una quantità di materiale da rimanere incantati e frastornati.

Ritornai al Furor. Sembrava che tutta l’esperienza accumulata nei giorni precedenti trovasse finalmente nelle pagine di quel libro un suo ordine naturale. Non c’era più frattura tra esperienze della mente ed esperienze fisiche, tra il mutare costante delle mie emozioni e quello della composizione del suolo su cui avevo camminato, tra città viva e morta, finzione e realtà, scienza e immaginazione.

La prima proprietà del fuoco libero e la più generale e costante del nostro pensiero è quella di dilatare la forma di tutti i corpi e il confine delle parole.

 

XIII. Gallicchio (2)

La luna splendeva immensa nel cielo, alcuni ragazzini giocavano a calcio nel campetto. Al paese c’era subbuglio perché Mimì aveva ceduto la licenza del bar dopo decenni di nobile servizio. Le faide interne per l’assegnazione di un premio letterario locale si erano placate e in piazza rimanevano solo le sedie bianche di plastica abbandonate sotto le luminarie spente.

Si respirava la malinconia che mi portavo addosso per la partenza imminente. C’erano nel cielo nero di quella notte l’alba con la rugiada, il fuoco dei calanchi, le ombre taglienti della luna, l’odore dell’erba tagliata, la luce intermittente dei lampioni. C’eravamo noi, sedute ad un tavolo a ridere, preparandoci intimamente a nuove battaglie. In lontananza si sentivano il richiamo delle donne-anguilla, il lamento di Craco, il fuoco crepitante di Sinisgalli e quello passionale di Arminio. Si avvertivano i mormorii sommessi di Carlo Levi, Marco Biseglia e Rocco Scotellaro. Sulle creste delle colline si vedevano le luminarie natalizie delle piattaforme petrolifere mentre nel fondovalle le sagome di alberghi abbandonati sollevavano lo sguardo al cielo. Qualcuno preparava un rave in una cantina del paese, altri in una piazza applaudivano la voce di tenori stanchi.

Erano passati solo cinque giorni dal mio ingresso a Gallicchio.

«Mi manca solo la caccia ai cinghiali.»

Chissà se quella sera andammo a caccia di cinghiali. Parte di me ricorda di essere salita sul cassone del furgone indossando un gilet militare, di aver tenuto stretta una torcia tra le mani e di averla puntata all’improvviso a un lato della strada dopo aver visto qualcosa muoversi rapido tra i cespugli. Qualcuno doveva aver sparato, ma senza centrare l’animale che era fuggito velocemente, grugnendo spaventato. Parte di me ricorda che qualcuno ha sparato centrando la bestia, di essere corsa a recuperarla e di essermi sentita il cuore in gola per l’angoscia, l’adrenalina e la disperazione di quella sofferenza. Parte di me ricorda che quella del cinghiale era invece solo una promessa. La promessa di tornare. Ci eravamo dati un appuntamento in primavera. Sarei tornata. Proprio come i capovaccai.

 

XIV

Mi guardai attorno e mi sentii d’un tratto felice. Felice nonostante. Immergendomi nelle contraddizioni di una terra, avevo affrontato le mie. Avevo compreso che nulla esiste in assoluto, che non avrei potuto essere veramente felice senza sentire una profonda malinconia, né sentirmi a casa se non fossi stata straniera. Nulla avrebbe potuto essere così reale se non me lo fossi immaginato, o così divertente se non fosse stato anche profondamente triste.

Nello straniamento avevo trovato l’euforia.

 


 

[1] Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959
[2] Claudia Durastanti, La Straniera, La Nave di Teseo, 2019
[3] Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959
[4] Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945
[5] Rocco Pezzano, Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di don Marco Bisceglia, Edigrafema, 2013
[6] Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani, 2018
[7] Jeff Vandermeer, Trilogia dell’Area X, Einaudi, 2018.
[8] Leonardo Sinisgalli, Furor Mathematicus, Mondadori, 1950