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Premio POP 2019: note sulla cinquina

Il Premio POP (Premio Opera Prima), indetto da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e coordinato da Benedetta Centovalli, è arrivato alla sua quarta edizione. Ogni anno la giuria, composta dai ventisei studenti del Master in editoria organizzato dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con FAAM e AIE e da otto librai indipendenti, seleziona dieci esordi considerati significativi usciti nei dodici mesi precedenti, con l’obiettivo di valorizzarne la portata di novità sul panorama librario.

Il concorso prevede la riduzione dei titoli candidati a una cinquina finalista, entro la quale viene eletto il vincitore. Quest’anno la selezione finale comprende: Benevolenza cosmica di Fabio Bacà (Adelphi), Lux di Eleonora Marangoni (Neri Pozza), Hamburg di Marco Lupo (IlSaggiatore), Il libro dei vulcani d’Islanda di Leonardo Piccione (Iperborea) e Il giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi (Tunué). I cinque titoli che andavano a completare la decina, ora fuori concorso, sono: Luce rubata al giorno di Emanuele Altissimo (Bompiani), Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli (Einaudi), Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN), Città irreale di Cristina Marconi (Ponte alle Grazie) e L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli (Mondadori).

La cerimonia di premiazione è prevista per il 19 giugno presso il Laboratorio Formentini per l’editoria (h. 18, via M. Formentini, 10). Un ulteriore premio sarà conferito a uno dei cinque titoli finalisti per la cura editoriale.

Non ci sono solo romanzi tra i cinque esordi arrivati in finale, che riflettono una certa eterogeneità di generi e scritture della recente narrativa italiana. Ma facciamo ora la conoscenza diretta di questi cinque libri, affrontandoli uno per uno.

 

Fabio Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi 2019

Il mondo è uno strano posto, e formalizzarne con una cerimonia la presa d’atto è il primo dei rituali d’ingresso a cui sottoporrei ogni nuovo arrivato. Non c’è aspersione di acque battesimali che possa eguagliare l’impatto salvifico di questa certezza: la vita è una faccenda incomprensibile e nessuna religione, superstizione o legge fisica è in grado di spiegarne il significato.

 

Quando una persona finisce per trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato – o, al contrario, nel posto giusto al momento giusto – si parla spesso di destino. Il destino è capriccioso, si dice, «evoca un caos imperscrutabile da cui erompono accidentali premi o punizioni». Se si fa riferimento invece al karma s’intende tutt’altro: ci si riferisce a un’idea d’ordine, alla convinzione che il futuro sia deciso dalla «somma dei comportamenti di un essere umano e dei crediti (o debiti) spirituali che ne derivano, contabilizzati con scrupolo certosino da una presunta assise di divinità».

Kurt O’ Reilly, dirigente di un istituto di statistica, è certo dell’importanza del destino e della vanità del karma. Il continuo contatto con numeri e statistiche lo ha portato a diventare un quieto osservatore delle disgrazie umane, e giocoforza un nichilista convinto. A suo dire, la maggior parte delle persone conduce una vita “normale”, a cavallo tra momenti buoni e cattivi; c’è poi chi altera la media, ma i casi sono rari e il più delle volte legati a una serie di eventi spiegabili, scientificamente comprensibili. La sua visione del mondo finisce però per vacillare nel corso di trentasei ore congestionate, costellate di incredibili e rocamboleschi colpi di fortuna. Sono trentasei ore di benevolenza cosmica: non c’è un solo tassista londinese che voglia fargli pagare la corsa, i suoi titoli bancari schizzano alle stelle, persino il coinvolgimento in una sparatoria finisce per costargli un lauto, insperato rimborso. Allertato dalla sua grande esperienza in fatto di statistiche e raccolta dati, Kurt si rende conto d’aver vissuto un periodo che sembra quasi ricalcare un qualche bislacco racconto fantastico, e realizza di essere in pericolo: se l’unica spiegazione possibile è implausibile, forse questa serie di fortunati eventi finirà per capovolgersi e lo porterà alla disgrazia. Ancora, forse alle spalle d’un fenomeno tanto sorprendente c’è una qualche macchinazione d’un dio maligno. Inizia così la sua avventura alla disperata ricerca d’una spiegazione che possa reggere, ma soprattutto d’una possibilità di salvezza.

Benevolenza cosmica affronta il tema del caos e dell’imperscrutabilità della sorte, e lo fa con un senso dell’ironia sottile e arguto, a tratti leggero. Lo svolgimento della trama è travolgente, gli eventi si susseguono con velocità ed estrema scorrevolezza in una Londra che l’autore ha ricostruito attraverso Google Maps, senza sentire il bisogno di visitare la città. È a ben vedere una Londra generalizzata quella di Bacà, semplicemente una grande città dove tutto accade in fretta e nel pieno d’una congestione di persone e informazioni insostenibile. L’imprevedibilità del racconto, che in qualche modo riesce così a rappresentare la caoticità della city, è bilanciata dal ritmo della sintassi – incalzante, ben orchestrata ma subordinata – e dal frequente richiamo alla statistica e alla mole di dati e numeri che giustificano un evento, particolari che permettono al romanzo di aprire il respiro e mantenere un ottimo equilibrio, di stupire così per eleganza e armonia della forma.

 

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

Dimenticano i sogni, come tutti. Corrono o si muovono furtivi verso un punto della città e iniziano conversazioni che non potranno terminare. Stringono mani e si siedono in ufficio. Si tolgono la giacca e servono un cliente. C’è un momento in cui si fermano, prima di ricominciare. Hanno tutti la stessa sensazione. Come se avessero lasciato andare qualcosa. Come se la notte avesse costruito muri intorno a un luogo familiare. Si sforzano di ricordare. Ma non serve a niente.

 

Il nome d’un autore è stato smarrito tra le pieghe del tempo. L’unica esile traccia rimasta sono le iniziali, M. D., con cui usava firmare i suoi manoscritti. Quando Roberto rinviene per caso un suo manoscritto, Uomini cavi, decide di acquistarlo, ma incontra delle difficoltà: nome e titolo dell’opera non risultano inseriti in alcun registro o sistema di ricerca, sono irrintracciabili. «È come se qualcuno o qualcosa avesse deciso di cancellare quelle informazioni», sostiene il libraio. Roberto riesce comunque ad aggiudicarsi il libro e se ne appassiona, tanto che riesce a trovare insieme ad alcuni amici altre pubblicazioni dell’autore. Così una piccola squadra di ricercatori antiquari ricostruisce parte della storia d’un fantasma: Hamburg è l’unico libro completo, ma sotto forma di fogli sparsi e capitoli dalla carta ingiallita sono ritrovati anche, oltre al summenzionato Uomini cavi, Treno di notte e Bahadir. Quanto basta per organizzare una serata in onore dell’evanescente M. D., forse deceduto o nascosto chissà dove, cosicché le sue storie siano strappate al baratro della dimenticanza.

Marco Lupo architetta un complesso gioco letterario, interrompendo la narrazione e inserendo, tra le pagine del suo Hamburg, una serie di frontespizi e narrazioni ulteriori; sono le pagine rimaste di M.D., pubblicate presso l’editore Bruddock, di Amburgo. Il romanzo si fa collettore di romanzi, la maggior parte dei quali incompleti: a farsi protagonista, nel continuo affastellarsi di diverse vicende umane, è il dramma della seconda guerra mondiale, filo rosso che riunisce i protagonisti dei libri di M. D. Ancora meglio, a orientare il lettore è la voce del marionettista che tira i fili, del narratore “principale”, che ordisce una serie di storie di disperazione.

Non è un libro semplice, Hamburg: strutturalmente complicato (per via del metanarrativo incastro di romanzi; per il rapporto che s’instaura tra testo e immagini di repertorio, che Lupo inserisce tra le pagine di M. D.; per lo stile di narrazione, che ricorda per fluidità del dettato Bolaño), s’impone però come piccolo gioiello d’esordio. A saltare in primo piano è il valore della letteratura come strumento di memoria: le parole dell’autore immaginario – e dimenticato – raccontano di famiglie costrette a nascondersi sottoterra nel corso dei bombardamenti, ne alimentano il ricordo, ridanno carne a uomini dimenticati. Questa «letteratura delle macerie» restituisce al lettore una porzione di storia altrimenti perduta – esattamente come i manoscritti di M. D., tanto appartenenti al dominio della finzione quanto fondamentali per svegliare il ricordo d’una disumana carneficina.

 

Eleonora Marangoni, Lux, Neri Pozza 2018

Il mondo non sapeva cosa farsene, ma isole e dettagli esistevano ogni giorno, e chi li scopriva non poteva fare a meno di portarseli dietro sempre, e di crederli tutto sommato più veri di qualunque altra cosa.

 

Thomas, light designer italoinglese sui trentacinque anni, riceve inaspettatamente la bizzarra eredità d’un semisconosciuto zio giramondo. Si trova così a possedere di punto in bianco una serie di proprietà situate in un’isola del Sud Italia: un hotel scalcinato – lo “Zelda” –, una fonte d’acqua sorgiva, una piantagione di baobab nani. Quando Thomas raggiunge l’isola per incontrare un possibile acquirente dello strano lotto, sospeso tra l’indifferenza più totale e il ricordo (vago) dello zio e (vivido) della madre, una delle prime operazioni compiute dal burbero custode Gero è quella di accatastare in una stanza tutti gli oggetti di media e piccola dimensione disseminati nell’albergo. Qui il nuovo proprietario si rende conto, cercando di mettere mano all’enorme pila, che quelle cianfrusaglie non possono essere spostate. Avverte la presenza di «un ordine estraneo e indecifrabile»: l’accumulo di oggetti che custodiscono frammenti di molteplici esistenze ha generato un groviglio inestricabile, e la particolare luce dell’isola, «immacolata» nel mattino e «arrogante» nel mezzogiorno, sembra esaltarne l’insieme.

Lux è un romanzo sul ricordo e sulle piccole cose: attraverso la descrizione minuta dei particolari di oggetti dimenticati Marangoni ricostruisce il vissuto dei suoi personaggi e mostra come ognuno di loro, a ben vedere ognuno di noi, abbia lasciato nel corso dell’esistenza delle tracce. Così Thomas, che a causa di una misteriosa inondazione dell’albergo non riesce a vendere le proprietà dello zio, arriva a concepire il progetto di un hotel – mausoleo delle piccole cose, dove chiunque può lasciare le scorie del passato senza soffrire. È lo stesso protagonista a farsi primo cliente del “Nuovo Zelda”: tra le sue mura riesce ad abbandonare gli oggetti di Sophie Selwood, amore della vita perduto irrimediabilmente, ponendo le basi di una nuova vita.

La poetica di Lux tradisce – e positivamente – gli studi proustiani dell’autrice: il discorso elegante e compatto sul tema del ricordo si snoda tra le maglie di un romanzo di impianto classico e di ampio respiro, diviso in tre sezioni e orchestrato con intelligenza. I suoi personaggi sono complessi, finemente caratterizzati e si muovono con coerenza nello spazio del racconto. Lux è insomma un libro che stupisce per maturità della voce narrante e sfoggia, come lo “Zelda”, «il gusto educato delle cose di una volta».

 

Leonardo Piccione, Il libro dei vulcani d’Islanda, Iperborea 2019

Così è l’Islanda: un tentativo di convivenza forzata. Gli uomini non hanno intenzione di andarsene; i vulcani, che abitano l’isola da molto più tempo, non si astengono per nessun motivo dal rivendicarne il legittimo possesso.

 

Leonardo Piccione racconta la storia dei vulcani d’Islanda e lo fa con un libro che, viene detto in sede di prologo, non è un diario di viaggio e non ha la «ambizione» di essere un saggio geologico o una guida turistica; si spiega piuttosto come collettore di storie, come raccolta di miti, leggende, parole strappate a persone e vulcani – che parlano sbuffi sereni ed eruzioni tutt’altro che placide. L’impianto generale quasi manualistico, ordinato e diviso in quattro sezioni, è impreziosito e vivacizzato dall’importanza conferita al «desiderio di raccontare per il gusto di farlo». A far risaltare il valore del libro è in questo senso il sottotitolo, Storie di uomini, fuoco e caducità: proprio a partire dalle storie, eterogenee per argomento e sviluppo, nasce il fascino dell’operazione di Piccione. Tra le maglie di una disposizione ferrea e ben fissata sulla pagina (in tutti i sensi: le schede riepilogative che aprono la storia d’ogni vulcano sono esaustive e di piacevole lettura) s’anima difatti l’espressione della «malattia» islandese, ossia del sentimento di profondo amore e attaccamento che l’isola, antica e bellissima donna, può suscitare.

I vulcani si fanno personaggi: alcuni sonnecchiano, altri mostrano ancora i muscoli, ricordano la forza distruttiva di eruzioni non troppo lontane, ma tutti portano tra forme meravigliose e uniche il segno d’un tempo che supera il metro umano – il tempo ancestrale della natura, che nella terra del ghiaccio e del fuoco non si cura dei fastidi provocati dal debole, piccolo uomo. Pure Il libro dei vulcani d’Islanda è zeppo di persone e personaggi: avventurieri, abitanti dell’isola, turisti dell’ultima ora. Non mancano alcuni nomi celebri: si parla, per esempio, dello scacchista Bobby Fischer e dello scrittore William Morris. Tutti sono chiamati, senza distinzione, a misurarsi con entità dai nomi inusuali ed evocativi (tra i tanti, a titolo d’esempio: “Helgrindur”, “recinto dell’inferno”; “Herdubreid”, “spalle larghe”; “Ljόsufjöll”, “montagne di luce”), con divinità e leggende del posto, consci della loro piccolezza.

Sono quarantasette i vulcani d’Islanda, quarantasette sono i racconti, tutti orchestrati dalla viva passione di Piccione e da una scrittura semplice e pulita, capace di esaltare una naturale propensione all’aneddotica che trova proprio nella continua sorpresa del lettore il suo punto di forza.

 

Andrea Zandomeneghi, Il giorno della nutria, Tunué 2019

Mi immobilizzai, chiusi gli occhi, provai a mappare la situazione, a darle forma, a prenderne atto. Grande stronzata strategica: tutto era istericamente metamorfico, turbine d’ideazione mercuriale, la mente, che in vero non era più mente, non poteva più definirsi mente, s’era frammentata sotto il segno dell’incoerenza, divenendo bufera di formazioni mentali.

 

Il giorno della nutria, sorta di giallo postmoderno ambientato in una desolata e periferica Capalbio, racconta la stralunata storia di Davide Aloisi, trentenne nevrotico affetto da cefalgia cronica, e del rinvenimento del cadavere spellato e congelato di una nutria. Il protagonista, che ha rinvenuto il cadavere sulle scale di casa, si ritrova a doversi occupare del “caso”, ma si rende fin da subito conto che tutte le persone con cui interagisce quotidianamente potrebbero avere un movente. Finisce per sospettare di chiunque: della badante della madre Dorota e del figlio Esteban, del prete di paese, persino della madre Eufemia e del cugino Giulio, con cui condivide le mura di casa. La soluzione del cervellotico rompicapo giunge solo in seguito alla ricostruzione dell’ultima nottata del protagonista, ostacolata da accadimenti tragici e quasi sommersa dall’intrusione dei pensieri di Davide, che in ventiquattro ore riepiloga a strappi gli eventi salienti della sua vita.

Si tratta d’un libro di cui è pressoché impossibile fornire una classificazione di genere: si situa al confine tra il romanzo breve e il racconto lungo, ma a ben vedere potrebbe essere definito come un flusso di coscienza pressoché privo di argini, quasi persino come come un disarticolato e manierato monologo. Piuttosto che concentrarsi sulla fisionomia dei personaggi e sullo spessore della trama, Zandomeneghi punta tutto sulla forza dell’io narrante, smarrendosi nel dedalo della contorta e coltissima mente di Davide. A saldare e impreziosire il racconto è l’attenzione portata alla lingua, esplosiva e schizofrenica nel passaggio tra più registri (filosofico medico scientifico), e alla sintassi, ipotattica e arzigogolata, che permette di esprimere e valorizzare il respiro sfibrante dei pensieri del protagonista. Ad attrarre e allo stesso tempo confondere il lettore è la natura magmatica del libro: la nutria si fa grottesco simbolo dal riferimento instabile, l’argine dei capitoli minaccia di saltare da un momento all’altro; la scoperta del colpevole è sorprendente, ma ancora prima a sorprendere è il gioco di prestigio di Zandomeneghi, che costruisce una narrazione esplosiva nelle forme e nei contenuti, strabiliante e debordante.