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Quaderno XIV – Su “Questioni naturali” di Maddalena Lotter

Questioni naturali – dalle Naturales Quaestiones di Seneca, ricorda Villalta nei suoi righi prefatori (e in fondo, la formazione dell’autrice è pur sempre da classicista) – è la raccolta di Maddalena Lotter nel XIV Quaderno di poesia contemporanea, quattro anni dopo Verticale (Lietocolle, 2015). Questioni naturali procede, con variazioni lievi ma significative, nel solco tracciato dal libro precedente, continuando a elaborare una serie di stilemi e temi senza cadere tuttavia nella ripetizione e nella maniera.

Quella di Lotter, lo si può dire da subito, è una poesia serenamente lirica, che non si interroga esplicitamente sulle premesse del proprio enunciare o sulla possibilità della poesia oggi, ma che, più sanamente, enuncia, dice, canta; una poesia formalmente nitida e contenuta, lineare a livello di immagini e di sintassi, di una semplicità che ha tutto il valore di un discorso che riesce ad esaurire con ordine quello che intende dire. È una poesia, in altre parole, che non si vergogna di se stessa, che ha piena fiducia nella propria capacità di nominare le cose del mondo e di valutarle, senza esibizione ma anche senza risparmio dei mezzi formali della tradizione lirica novecentesca e contemporanea (penso ad Anedda e a Carpi). Mentre molta poesia sente il bisogno di giustificare, anche all’interno del testo, prima ancora che le proprie scelte formali, la propria stessa esistenza, come a dover chiedere il permesso di essere scritta, Lotter inanella una serie di testi che, liberi da questo questionare sterile, interrogano con malinconica serenità il mondo intorno a noi e dentro di noi.

Perché “questioni naturali”? Da un lato perché, come ha notato Davide Castiglione, in queste liriche di Lotter si affollano elementi naturali – benché, va rilevato, resi non attraverso una nomenclatura puntuale, ma tramite le suggestioni del nome generico, collettivo (troviamo le alghe, i cetacei, i vulcani, gli alberi, come figure del pensiero più che della natura). Una delle due epigrafi al libro, da Genesi 1, 20 («Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo»), tradisce sin dal principio questa tensione verso un linguaggio onnicomprensivo, che possa accogliere tutti i fenomeni mettendone in evidenza l’appartenenza a un medesimo campo di forze.

Dall’altro, perché una tendenza della poesia di Lotter è proprio quella di partire dal dettaglio aneddotico per risalire a un piano metafisico, generale. Lo stesso titolo Questioni naturali, in effetti, denuncia la non modesta ambizione (benché “questioni” sia decisamente più lassista di un trattato, di un saggio) di affrontare e, verosimilmente, risolvere, alcuni fatti dell’esistenza non nel dettaglio, ma in generale. E dunque, troviamo a concludere buona parte delle poesie una chiusa sentenziosa, che tira le fila del singolo episodio e lo riconduce a un significato più ampio:

La nostra presenza sulla terra
è per ascoltare questi segni.
Nessun incontro è casuale e il nostro
che rimanda sempre al resto

il resto che si spalanca sopra la casa
sopra le nostre vite è un caro vento perfetto.

(da Sedute a tavola fra gli altri, noi)

Sono conclusioni che talvolta assumono una certa perentorietà («solo questo vale: amare la famiglia / nel grande mosaico della dissoluzione», da Pranzo di Natale. Su con la vita) – e una certa genericità, che produce peraltro testi francamente dimenticabili nel loro qualunquismo come Chiesa di campagna e Après-midi veneto. Ma a prescindere da questi scivoloni, che non contagiano altre liriche né il tono del libro, ci si trova davanti a testi che sono tra loro profondamente coesi, e in cui traspare un grande rigore formale e personale; queste di Lotter, cioè, non sono scorciatoie retoriche, ma sono il frutto di una visione del mondo precisa, che ha forse i suoi limiti, ma tra i quali non c’è l’incoerenza. Peraltro, questa perentorietà sa anche, a tratti, riconoscere sardonicamente i rischi del proprio eccesso, come dimostra la prosa A seguire le istruzioni per una vita sana.

Castiglione rilevava, circa Verticale, che «il tema del radicamento, dell’origine, si coniuga a un territorialismo degli affetti e dell’esperienza, a qualcosa di circostanziato (…). Il “noi” è chiaramente collettivo, o meglio comunitario». Mi sembra che questo sia ancora vero per Questioni naturali, nella misura in cui i testi sono sovente legati a ricordi personali e a spunti aneddotici o geolocalizzati (Stelle di San Lorenzo; e aggiungiamo che Lotter dà prova di ottime capacità narrative e bozzettistiche in poesie come Ricordo d’infanzia o Sono venuti tutti o quasi); ma è vero anche che questi tendono sempre più a scolorire (o a colorirsi) nel fantastico, e i luoghi consueti sfumano in paesaggi di fiaba, di sogno (e infatti il sonno e il sogno tornano a più riprese nel libro):

La notte quando nessuno guarda
dal cuore della laguna arrivano le luci
piccole piccole fanno due o tre
bolle nell’acqua, dicono di un contatto
fra noi e loro che nessuno ascolta,
vengono su dallo scheletro
fatiscente di una realtà migliore
che resta sommersa.

Il sonno, il sogno, la notte: in effetti, è evidente il valore dato in Questioni naturali (ben più che in Verticale, dove comunque si rilevava una certa insistenza sulla flânerie fisica ed esistenziale) ai margini, alle esperienze liminali. «Una buona vita è accarezzare i margini fino alla fine», conclude la poesia incipitale. È un vecchio topos che le cose si rivelino tanto più vere quanto più ci si avvicina al punto in cui trascorrono e diventano qualcos’altro («anche le case se osservate | riflesse sull’acqua sono più vicine al vero | al vacillante») – ma la sua lunga durata testimonia semmai la sua esattezza. Una simile idea è sviluppata anche attraverso il ricorso a piccole parabole immaginifiche, in cui il sonno diventa lo spazio dove si rende possibile la comunicazione con un aldilà:

Chi siano è ancora un mistero
ma tornano sempre, di notte,
al tormento poco prima del sogno
con la pretesa di parlare, ma io
ho sonno, gli dico, un ampio sonno
da letargo e loro così fiscali
si sistemano in cerchio.
Mi sono sempre chiesta come
diavolo fanno a starci tutti sul letto.

In questi ultimi testi si trova la conferma di quello che si diceva pocanzi, e cioè il valore metafisico degli elementi naturali, che compaiono (come in effetti nel Genesi) in piccolo numero e con specificazioni generiche, ma diffusamente. La poesia di Questioni naturali è giocata sull’equilibrio di pochi elementi naturali (le acque, soprattutto; ed è biografismo sterile ma non inutile rilevare che Lotter è veneziana) che, nell’assenza di denominazioni precise, mira a ridurre il caos del mondo a pochi tratti essenziali entro i quali si possono svolgere (e che possono fare da figura per) le vicende dell’interiorità, come accade nella splendida Ognuno dovrebbe vivere un’infanzia sul mare.

Villalta, nella sua prefazione, identifica piuttosto felicemente la cifra stilistica della poesia di Lotter – «un costante impulso al canto scientemente trattenuto nei limiti del parlato». Fanno da parziale eccezione (e da novità principale) quelle che Villalta chiama «finte prose», in cui «se pure la prosodia non è evidenziata dalle usuali interruzioni della linea di scrittura, non viene meno la gestione della sintassi, dell’aspetto grafico e di quello sonoro della parola». La lingua di Lotter è nitida, felicemente imprecisa, come si è visto, quando deve nominare le cose del mondo, e precisissima quando deve descrivere i moti del cuore; la sintassi delle poesie è sempre piana, regolata da una tendenza alla paratassi che rende l’incedere calmo, contenuto, sicuro di sé; e mentre non si notano né strutture chiuse né il martellamento insistito sui metri tradizionali, i versi di Lotter possiedono un ritmo pacato, discreto e convincente.

Questi, comunque, sono rilievi contenutistici e stilistici, buoni a suggerire che cosa c’è nel libro, e molto meno a dare la misura della sua qualità. Tanto vale, dunque, concludere sbilanciandosi: quello di Lotter è un ottimo libro, che appartiene a una vena (quella della poesia lirica) che si vorrebbe a torto estinta o in estinzione, e la sua autrice ha trovato un linguaggio che le permette, con sicurezza, intelligenza e piena originalità, di affrontare la realtà intorno a sé. È chiaro che saranno versi indigesti per chi è convinto che la poesia debba offrire una mimesi critica del reale, o tematizzare una critica del presente; ma proprio perché Lotter non perde tempo in questioni ideologiche o di poetica, e crea col proprio linguaggio uno spazio che si apre su un aldilà del mondo, Questioni naturali è un libro su cui si può tornare a più riprese senza stancarsi.