Site icon La Balena Bianca

Ritorno al futuro: prospettive postumane in ‘Proletkult’ dei Wu Ming

«Proletari di tutti i pianeti, unitevi!»

Così recita la fascetta che accompagna l’ultimo romanzo del collettivo bolognese Wu Ming, uscito in libreria lo scorso ottobre. Proletkult, questo il titolo, è un romanzo proteiforme, un “oggetto narrativo non-identificato,” nella terminologia wuminghiana, un libro che mescola la Storia della rivoluzione comunista nella Russia d’inizio Novecento con la storia di Denni, una ragazza aliena proveniente dal pianeta Nacun.

Denni fa la sua comparsa all’inizio del romanzo nelle vicinanze di un villaggio russo. Siamo nel 1927, sono passati dieci anni dalla rivoluzione d’ottobre e la giovane nacuniana è alla ricerca del padre, Leonid Voloch, un vecchio rivoluzionario di cui si sono perse le tracce. Nella sua ricerca, Denni scoprirà la passione del padre per i libri di fantascienza e, in particolare, il romanzo Stella rossa di Aleksandr Aleksandrovich Malinovsky, detto Bogdanov, autore che la ragazza cercherà di incontrare per chiedergli informazioni sul padre.

Bogdanov, secondo protagonista di Proletkult, è un personaggio storicamente esistito, intellettuale bolscevico che prese parte alla rivoluzione russa. Attraverso i ricordi di Bogdanov il racconto wuminghiano ripercorre le tappe storiche più importanti del processo rivoluzionario, dalla rivolta anti-zarista del 1905 ai dissidi con Lenin e la fondazione del movimento culturale Proletkult nel 1917, da cui il romanzo prende il suo titolo. Il Proletkult, il cui progetto prevedeva la creazione di una nuova cultura proletaria, rimase inizialmente autonomo rispetto al partito ma fu poi inglobato nell’apparato burocratico dell’Unione Sovietica. Il Proletkult si basava su principi organizzativi “tectologici”, vale a dire, nella formulazione teorica di Bogdanov, secondo un modello di sviluppo sociale cooperativo, collettivo e a-gerarchico. In particolare, Bogdanov non credeva che una rivoluzione proletaria potesse essere veramente efficace se non si fosse fondata sulla capacità delle classi lavoratrici di produrre una loro cultura e un differente sistema di relazioni sociali. Tale approccio fu osteggiato dalla fazione leninista del partito, proiettata verso la centralizzazione del potere negli apparati statali. Questi contrasti allontanarono Bogdanov dal partito stesso, il quale gli affidò la direzione di un centro trasfusionale nella città di Mosca. Come medico, Bogdanov proseguì i suoi studi “tectologici” e continuò a sviluppare forme di cooperazione e sviluppo collettivo attraverso le pratiche trasfusionali, il cosiddetto “collettivismo fisiologico” o “comunismo del sangue”.

È proprio presso questo centro trasfusionale che la ragazza nacuniana Denni incontra il medico russo, vecchio sodale di Leonid. Quando la ragazza rivela al dottore la sua provenienza e lo scopo del suo viaggio, Bogdanov s’incuriosisce e la interroga. La giovane racconta che sul suo pianeta la rivoluzione è in corso da molto più tempo, ma che, nonostante il socialismo nacuniano sia ormai realizzato, le risorse naturali scarseggiano e i nacuniani sono alla ricerca di un pianeta alternativo. La Terra è uno di questi e il dibattito intorno a come sfruttarne le risorse, se conquistando il pianeta o collaborando con gli umani, è ancora in corso. Denni non è semplicemente atterrata sulla Terra per ristabilire il suo legame affettivo col padre. Denni ha una missione ben precisa, vale a dire trovare Leonid, l’unico testimone che ha conosciuto la civiltà umana e quella nacuniana, per riportarlo su Nacun e convincere i nacuniani che la collaborazione con gli umani è possibile. Come lei spiega a Bogdanov in uno dei loro primi dialoghi, su Nacun

non tutti pensano che sia giusto imporre il nostro modello. Alcuni ritengono sia meglio fratellizzare con le società più progredite degli altri mondi.” Denni stessa, figlia della nacuniana Netti e di Leonid, è il personaggio che incarna questa possibilità, “la prova vivente che un legame tra i due mondi è possibile.

In seguito ad un malore, Denni viene ricoverata per delle analisi che faranno emergere una particolare forma non infettiva di tubercolosi, probabilmente ereditata dal padre. Convinto dal potenziale scientifico di questa scoperta, Bogdanov deciderà di aiutare Denni nella sua missione. Seguendo tale ricerca soprattutto dal punto di vista di Bogdanov, il romanzo investiga l’interiorità e le relazioni personali del filosofo-scrittore-medico russo, senza mai sfociare però in un’analisi introspettiva fine a se stessa, intimistica o slegata dalle vicende storiche, politiche e sociali in cui Bogdanov è coinvolto. Come per i protagonisti multi-nome di Q (1999) e Altai (2009), Joseph Brant in Manituana (2007) e i quattro personaggi principali de L’armata dei sonnambuli (2014), Wu Ming ribadisce il proprio distacco da una forma letteraria esistenzialista, densamente iperfocalizzata sull’io e le sue turbe interiori. Al tempo stesso però Bogdanov sembra divenire un personaggio funzionale a portare avanti una riflessione critica e filosofica sui principi tectologici ed “empiriomonisti” che in certi passaggi può sembrare eccessiva – come quando il dottore ha un momento d’intimità con la moglie. Tali inserzioni filosofeggianti sono controbilanciate dal capitolo in cui Bogdanov rivive il trauma e la sofferenza causati dai drammatici eventi del primo conflitto mondiale – capitolo costellato di frasi nominali, periodi brevi e brevissimi che ne fanno un unicum pregevole ma di difficile collocazione nel romanzo. Oltre ai momenti filosofici e traumatici, l’interiorità del protagonista si manifesta sotto forma di memorie del passato e degli ideali che lo animavano, come nei capitoli dedicati alle scuole proletarie di Capri e Bologna; o di immaginazione, la quale durante le conversazioni con Denni sposta di continuo il confine tra possibile e impossibile, reale e fittizio. Tutte queste intrusioni nell’interiorità del protagonista costituiscono momenti di profonda riflessione sociale e politica che vengono prevalentemente riportati in monologo interiore o discorso indiretto libero, senza però mai sfociare in forme incontrollate.

Il fulcro di tali riflessioni è il processo rivoluzionario, un tema a cui i Wu Ming sono interessati fin dai romanzi storici Q, Manituana, Altai e L’armata dei sonnambuli, tutti in modi diversi dediti a raccontare rivolte o rivoluzioni. Nel caso di Proletkult, il tema ruota intorno ad una domanda fondamentale: la rivoluzione socialista è riuscita a produrre un diverso modo di pensare, non più plasmato da un controllo centralizzato e “dall’alto” della politica e dell’economia, bensì informato da forme di collaborazione “dal basso” e collettivistiche? La vicinanza tra il romanzo russo e L’armata è molto forte. Nel secondo, i Wu Ming mettevano sotto esame la rivoluzione francese, restituendone la complessità e il suo tramutarsi in restaurazione nel periodo del Termidoro attraverso quattro filoni narrativi principali. Così come nel romanzo ambientato alla fine del ‘700, Proletkult mira ad aprire gli occhi al lettore, mostrando come il mantenimento di certi meccanismi sociali – evidenti nella scelta leninista di accentrare tutto il potere nel partito – mortifichi il potenziale emancipatore di qualsiasi processo politico che si dica rivoluzionario. Ma perché dunque tornare su un interrogativo già affrontato? Il classico fan wuminghiano potrebbe conoscere il ritornello e stancarsi della classica storiella sul fallimento della rivoluzione. In fondo, Bogdanov non è la solita figura marginale dalla cui posizione si guarda agli eventi rivoluzionari, come il dottor D’Amblanc o Marie Nozière ne L’armata? Non esattamente. Il rapporto tra Bogdanov e il processo rivoluzionario è più complesso. Bogdanov è una delle menti che ha pensato e immaginato la rivoluzione. In altre parole, Bogdanov era parte di quel processo di confronto tra soggettività differenti che avrebbe dovuto dare vita al cambiamento politico. Inoltre, la struttura cambia rispetto a L’armata. Se in quest’ultimo il contesto storico è raccontato da un narratore collettivo che incarna la collettività di un “foborgo” parigino (o ancora, se in 54 (2002) questi eventi erano riportati citando titoli di quotidiani), in Proletkult è attraverso l’interiorità di Bogdanov o i suoi dialoghi con altri membri del partito che il lettore incontra la Storia. Quindi, non più quattro filoni narrativi che si intrecciano verso la fine del romanzo come ne L’armata, ma due – corrispondenti ai personaggi di Bogdanov e Denni – che si incontrano fin da subito e trasformano la ricerca di Leonid in un’esperienza di riflessione e confronto. L’analisi del processo rivoluzionario è quindi più sofferta e riportata ad una dimensione anche individuale, che spinge all’auto-analisi, all’esame di coscienza, ma al tempo stesso cerca il confronto con l’altro. La critica dell’individualismo, su cui anche il pensiero di Bogdanov si fonda, rimane un pilastro dell’attivismo wuminghiano, ma al tempo stesso gli autori sembrano particolarmente interessati ad indagare il modo in cui il singolo metabolizza l’incontro con l’altro nel processo di costruzione collettiva di un’alternativa futura.

Il romanzo si proietta in avanti, sul futuro e sul “Che fare?” attraverso il confronto tra due rivoluzioni – il socialismo in salsa russa e il socialismo realizzato del pianeta Nacun – in modo del tutto innovativo rispetto alla precedente produzione wuminghiana. Più nello specifico, è l’interazione tra il punto di vista di Bogdanov e quello ibrido di Denni ad animare questo confronto. La ragazza spiazza il filosofo russo in diverse occasioni, come quando i due si trovano davanti al manifesto pubblicitario del profumo Notti bianche. Se Bogdanov difende la logica commerciale del manifesto perché «rendere i poveri di oggi sani, eleganti e profumati come principi» può essere considerata una vittoria del socialismo se la ditta che produce il profumo «è statale, vende i propri prodotti a prezzi popolari», Denni ne svela la carica d’indottrinamento inconscia. Come la giovane replica alla spiegazione di Bogdanov, riferendosi al manifesto, «a me pare che venda un modello di bellezza… quello dei parassiti del vecchio mondo».

Il punto di vista della ragazza fa emergere le contraddizioni tra il pensiero teorico del filosofo e il suo comportamento ordinario. Poco dopo nel racconto, tornati al centro trasfusionale, Bogdanov parla con un collega di alcuni conigli da usare come cavie per dei test. Nella conversazione tra i due medici, gli animali sono distinti per codici e trattati come merce, numericamente, in modo quantitativo. Denni si ribella a tale uso del linguaggio che riduce gli animali ad oggetti e attiva in Bogdanov una riflessione sul potere performativo del linguaggio e la sua capacità di modellare il nostro operare (il linguaggio «organizza le esperienze… Se parli sempre della vita come se fosse una cosa, molto a fatica potrai rispettarla»). Un uso acritico del linguaggio può quindi far parte di quei meccanismi sociali che compromettono il risultato della rivoluzione? Il confronto tra Denni e Bogdanov sembra indicare un rischio nell’affidarsi al linguaggio senza assumere una posizione critica ed eticamente aperta all’altro – umano, animale o ambientale. Come Bogdanov riconosce alla fine del primo dei due passaggi appena citati, «la frase di Denni sembra presa da uno dei suoi articoli sulla cultura proletaria. Avrebbe potuto dirla lui, e invece gli viene sbattuta in faccia da una ragazza psichicamente labile che è più Bogdanov di Bogdanov». Dove è finito il Bogdanov creativo, il fondatore del Proletkult?

Wu Ming usa la vita di questo personaggio, il classico intellettuale maschile con modi di esprimersi discutibili – si veda la frase appena citata – per avvertirci dei rischi che corriamo quando il tempo e l’abitudine ci spingono ad abbandonarci passivamente alla parola. Il linguaggio può incidere sulla realtà in senso critico o affettivo, ne può riorganizzare la percezione, ma può anche essere interiorizzato a tal punto da riprodurre schemi ideologici di cui non ci rendiamo più conto. Come nel caso del manifesto pubblicitario, riferendosi agli animali in termini esclusivamente quantitativi Bogdanov replica una certa forma di sfruttamento biopolitico della vita promossa dalla scienza quantitativa capitalista e, diremmo oggi, neoliberista. Ma la spinta verso il futuro del romanzo, e la sua carica critica, non scaturiscono da questa figura maschile, bensì dalla sua interazione con il punto di vista “femminile” di Denni. L’aggettivo è qui virgolettato per una ragione valida: Denni è una figura dalla sessualità poco chiara che genera confusione negli sguardi umani e si traduce in incertezza grammaticale negli attributi che la/lo riguardano. Soprattutto nella prima parte del romanzo, Denni è “ragazzo” e “ragazza” anche per il narratore, che si rivela esterno alla storia ma vicino ai personaggi, capace di entrare e uscire dalle loro menti (in particolare quella di Bogdanov), ma non onnisciente. La scelta di un tale narratore distaccato ma mobile è vincente. Chi legge non è guidato dagli interventi intrusivi di un narratore che sa tutto e non è nemmeno costretto ad identificarsi con una posizione ideologica o con un idiosincratico racconto in prima persona. La voce narrante lascia spazio al confronto tra i punti di vista ed è da questo confronto che la storia emerge.

La sessualità di Denni è un aspetto importante del romanzo perché rivela il proseguimento dello sforzo da parte del collettivo bolognese di rappresentare delle figure femminili di spessore. Tale sforzo continua quindi quella risposta alle critiche (anche auto-critiche) rivolte contro la piattezza delle protagoniste dei primi romanzi. Il personaggio di Denni è però un’entità narrativa che supera le sue precedenti – in particolare Molly Brant in Manituana e Marie Nozière ne L’armata – in due modi: da un lato essendo la prima in grado di mettere in discussione la figura maschile, protagonista dal punto di vista creativo, intellettuale e pratico (Denni ha molta più dimestichezza con la tecnologia rispetto a Bogdanov) e dall’altro spostando la problematica del genere e del trattamento delle differenze su un altro livello, vale a dire quello della specie. È proprio Denni la figura portatrice di una prospettiva che scardina gli automatismi percettivi di Bogdanov, il quale, nel 1927, sembra lontano dalla creatività con cui formulava i principi del Proletkult. Soprattutto nel confronto riguardante i conigli, è Denni ad arricchire la “tectologia” di Bogdanov di un punto di vista non-antropocentrico.

Ma in fondo non è questo che i lettori si aspettano da un alieno? Anche le più contemporanee teorie del postumano, che postulano la necessità di spostare la figura umana dal centro del nostro pensiero per privilegiare la vita in tutte le sue manifestazioni, vedono nelle figure ibride e cyborg la chiave per scardinare l’antropocentrismo (si vedano i libri di Bruce Clarke e Donna Haraway). Eppure, c’è alieno e alieno, cyborg e cyborg. La costruzione del personaggio wuminghiano complica le aspettative di chi è influenzato dai cliché alieni prodotti dal mainstream. Denni non è la classica figura salvatrice che viene dallo spazio per donare ai confusi – ma tutto sommato buoni – esseri umani la soluzione per evitare l’ennesima catastrofe; né rappresenta l’alieno splatter il cui obiettivo è sterminare il genere umano (che verrà puntualmente salvato dal soldato pseudo-pilota a stelle e strisce). No. Denni è una figura complessa che rivela come un sistema economico e sociale più sostenibile dello sfruttamento capitalista – il socialismo – ha altre tipologie di problemi. Questi problemi consistono nell’avere un modello di sviluppo in ogni caso basato sullo sfruttamento dell’ambiente, un modello che le teorie di Bogdanov adottano. Il superamento di tali problemi richiede uno sforzo comune, “interplanetario,” il confronto tra punti di vista alieni l’uno all’altro. La presenza della ragazza, ciò che lei incarna e le storie che racconta, che rielaborano creativamente i contenuti delle opere bogdanoviane, interferiscono con la visione antropocentrica di Bogdanov e lo portano a ripercorrere il passato o le sensazioni del presente con nuovi dubbi, ripensamenti, forme linguistiche alternative che organizzano l’esperienza in modo diverso.

Scrivendo di postumano e della necessità di assumere una prospettiva altra, non antropocentrica, per guardare al reale e alle sue manifestazioni materiali, non si può fare a meno di pensare alle pagine del saggio New Italian Epic (2009), dove Wu Ming 1 sottolineava questa necessità, condivisa da molte delle repliche apparse su Carmilla o in altre sedi. In quel saggio, il raggiungimento di questo obiettivo si sarebbe ottenuto attraverso la tecnica dello “sguardo obliquo”, vale a dire un decentramento del punto di vista, una narrazione da prospettive marginali, insolite, che avrebbero portato a sviluppare una riflessione etica. In questo senso, l’esperimento più estremo dei Wu Ming erano stati i capitoli di 54 dove la storia è raccontata dal punto di vista di un televisore, di un piccione o addirittura di un luogo, il bar Aurora. Sebbene nei romanzi successivi le prospettive ai margini della Storia rimangono al centro della narrazione, queste appartengono prevalentemente ad esseri umani. Il punto di vista di Denni quindi segna un ritorno marcato allo sguardo obliquo non antropocentrico, ibrido, e al suo incontro con l’umano. Il punto di vista di Denni spiazza perché non sa chiamare la fame o una certa bevanda o un oggetto con il nome comunemente usato dalle figure umane. La prospettiva aliena costringe Bogdanov e chi legge a mettersi in discussione, a spostarsi, a fare i conti non con il verosimile, come in un romanzo storico, ma con l’immaginario, il possibile e le sue potenzialità. Il romanzo incarna formalmente il senso del Proletkult, il movimento culturale che «era il divenire, lo spostamento del punto di vista, il movimento che cambia il modo di organizzare l’esperienza del mondo».

Ma questo è un Proletkult wuminghiano.
Proletkult è un libro inedito per i Wu Ming, che dopo aver ripetuto molte volte e in varie occasioni che L’armata dei sonnambuli sarebbe stato il loro ultimo romanzo storico, mescolano per la prima volta la Storia con la fantascienza. La commistione tra storia documentaria e fiction accomuna Proletkult e i precedenti prodotti dell’officina Wu Ming (anche se non troverete i famosi “Titoli di coda” bibliografici nel romanzo, bensì sul blog Giap), ma rispetto all’ultimo libro scritto collettivamente – L’invisibile ovunque del 2015 – Wu Ming sceglie di costruire il mondo fittizio con sfondi alieni ed extra-terrestri. Perché?

Il punto di vista di Denni, come spesso accade per i personaggi marginali che popolano i romanzi wuminghiani, è straniante non solo in senso spaziale, ma anche in senso temporale. Tuttavia, differentemente dai loro romanzi storici, l’orizzonte temporale di riferimento non è più solo il passato, bensì è anche il futuro. Nei primi romanzi wuminghiani, le prospettive marginali o inusuali sono usate per costruire una genealogia alternativa del presente. Il what if è allegorico, e quindi parla anche dell’oggi, ma rimane comunque ancorato al passato. Per fare un esempio – e riducendo ai minimi termini – in Manituana i Wu Ming si domandano che cosa sarebbe successo se la guerra d’indipendenza americana fosse stata vinta dall’alleanza di inglesi e Mohawk. Il racconto di una possibilità passata, vale a dire l’esistenza di una cultura frutto della convivenza pacifica tra nativi nordamericani e coloni occidentali, doveva avere un effetto retroattivo sul presente, mostrando cioè le possibilità insite nei modi in cui noi ci raccontiamo l’oggi. E tuttavia, i primi romanzi costruivano sempre e comunque dei periodi ipotetici dell’irrealtà. Proletkult opera in questo senso un cambiamento profondo, poiché intreccia ad un what if dell’irrealtà un’altra tipologia di periodo ipotetico, della possibilità. Proletkult, infatti, può anche essere letto come un romanzo “storico” che si interroga su che cosa sarebbe successo se il progetto culturale del Proletkult, e non la centralizzazione burocratica, avesse guidato la rivoluzione russa. Ma il punto di vista di Denni appartiene ad una società “del futuro”, più avanzata sia rispetto a quella russa del 1927 sia alla nostra. Questo spostamento in avanti attiva un altro livello di ipoteticità potenziale, un livello che spinge ad immaginare concretamente anche le conseguenze delle nostre azioni nel futuro. La prospettiva dell’esaurimento delle risorse nacuniane appartiene ad un futuro che è il nostro futuro, il futuro del nostro modello di sviluppo dominante. La cooperazione tra Denni e Bogdanov è la cooperazione postumana a cui dobbiamo eticamente aprirci noi, oggi. Il what if di Proletkult articola periodi ipotetici diversi, che lasciano all’evoluzione degli eventi una forte dose d’imprevedibilità: che cosa succederà se non lavoriamo insieme per trovare forme di sviluppo più sostenibili?

La commistione di Storia e fantascienza diviene perciò un meccanismo che spinge la società odierna ad immaginare non solo genealogie alternative, bensì anche forme di sviluppo alternative. Si giustifica in questo modo la scelta wuminghiana di proseguire il proprio percorso narrativo non abbandonando completamente la memoria alternativa e la Storia, ma facendole reagire con la fantascienza e l’immaginazione futuristica. Nelle cronache di ogni giorno, il lettore e la lettrice contemporanei devono fare i conti con un futuro catastrofico spiegato in termini statistici, probabilistici e numerici. L’arte e la letteratura possono dare sostanza a queste visioni, possono far incontrare prospettive umane e aliene, generando soggettività ibride, “cyborg” come direbbe la Haraway, umano-nacuniane come la Denni di Proletkult, che agiscano per costruire uno sviluppo cooperativo e condiviso.


 

Wu Ming, Proletkult, Einaudi Stile Libero, Torino 2018, 333 pp. 18,50€