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Il canto del cigno nero: ‘Negro Swan’ di Blood Orange

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Ascoltando per la prima volta Negro Swan di Blood Orange, nome d’arte di Dev Hynes, si è colti da uno strano senso di frammentarietà al punto che, a tratti, si ha come l’impressione che le canzoni s’interrompano improvvisamente, troncate da una connessione internet inaffidabile o da uno Spotify che fa i capricci e salta da una canzone all’altra in modo imprevedibile. Negro Swan è in effetti un album sfuggente, difficilmente inquadrabile, che, malgrado il suo carattere frammentario, a un primo ascolto, scorre via senza scossoni, in una sorta di riflessiva malinconia autunnale.

Alcune canzoni sono introdotte dalla voce calda di Janet Mock, scrittrice americana transgender, che, nel suo affrontare temi come la famiglia e la necessità di vivere allo scoperto e senza costrizioni di ogni genere la propria identità razziale e sessuale, conferisce all’album di Blood Orange una non trascurabile dimensione politica, reperibile esplicitamente nelle parole di pezzi come Jewelry o Charcoal Baby.

«No one wants to be the odd one out at times / No one wants to be the negro swan / Can you break sometimes?» Così recita il ritornello di uno dei pezzi più riusciti dell’album, Charcoal Baby appunto, portato da una seducente chitarra funky e da un tappeto di sintetizzatori degni del Prince migliore (quello di Scandalous per intenderci). Le differenti linee vocali si accavallano perfettamente e si adagiano dolcemente sul fondo sonoro, dando vita a un pezzo che alterna un procedere groovy e fiducioso a momenti di più pacata e riflessiva mestizia, e che si chiude con un breve assolo notturno di sax, dal gusto deliziosamente eighties.

L’album si compone di sedici tracce per una durata complessiva di quarantanove minuti. Accanto a vere e proprie canzoni, nel senso tradizionale del termine, vi si trovano brevi spoken words o composizioni appena accennate che si interrompono bruscamente, proprio nel momento in cui avrebbero potuto dispiegarsi.

Dopo qualche suono da strada attutito, Orlando, il titolo di apertura, con dei toni sostanzialmente funky su un ritmo mid tempo, evoca in modo ellittico e poetico la vicenda di un sedicenne vittima di bullismo. Il resto dell’album si snoda intorno a questi due nuclei essenziali: da una parte, un progetto musicale che, con molta finezza e padronanza, ruota intorno al funky, all’hip-hop indie, all’elettronica, al R&B arrivando fino al pop e al rock downtempo senza alcuna forzatura; dall’altra, un universo poetico nel quale Dev Heynes abborda le diverse modalità con le quali le persone di colore e queer fanno i conti con una società razzista ed eteronormata. Del resto, Heynes ha dichiarato esplicitamente che l’album affrontava la depressione e la sua problematica infanzia in Inghilterra.

Il musicista, al suo terzo album con il nome di Blood Orange, ha al suo attivo numerose collaborazioni con artisti del calibro di Solange Knowles, Florence and the Machine, The Chemical Brothers e Philip Glass. Per Negro Swan, si avvale della collaborazione di rapper come Diddy, A$AP Rock o Project Pat, di voci femminili come Thei Shi o Georgia Anne Muldrow.

Il risultato, come dicevamo, è spiazzante. Dev Haynes attenua la frontiera tra il compiuto e l’incompiuto. L’album sembra, allo stesso tempo, studiato nei minimi dettagli e quasi improvvisato. La voce di Haynes appare sottoutilizzata, ma quando la si ascolta con attenzione, ci si accorge di tutte le sue sfumature e delle sue composite tonalità. Negro Swan è un’opera che coniuga perfettamente sperimentalismo indie e pop mainstream, che va oltre i tradizionali confini delle categorie prestabilite. Il bianco coesiste con il nero, l’omosessualità con l’eterosessualità, il transgender con il cisgender, la melancolia con la contestazione. In questi tempi bui, costruire un’idea artistica sul potere della comunità, della famiglia, della fratellanza, sulla capacità della musica, in tutta la sua libertà creativa, di guarire le ferite, è un senza dubbio un bellissimo atto politico.