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#Mappe – Leggere Tirana

Non è facile trovare una copia della Letteratura albanese di Schirò (Nuova Accademia, 1959).

È più facile acquistare un copripiumino rosa con un pattern vaporwave decorato dai piccoli bunker in cemento armato che Enver Hoxha ha disseminato sul territorio della Repubblica nel secolo scorso.

Già una decina d’anni fa, Marjola Rukaj alludeva agli scrittori albanesi contemporanei che «in albanese non riesc[ono] più a scrivere» e tuttavia, sfogliando la versione inglese di Fluturim/Flight di Kleitia Vaso (Edizioni Albas, Tirana 2017), sfuma del tutto l’impressione ancora latino-centrica di un’Albania costiera nelle cui  «acque fuggì Cleopatra nella trireme bianca» (Ugo Ojetti, L’Albania, Roux & Viarengo 1902).

La collezione di saggi autobiografici di Kleitia Vaso non accenna ai bunker convertiti in paninoteche, né all’immigrazione italiana verso la capitale balcanica in espansione, ma ritrae la vita a Tirana come un beffardo beccheggio tra desiderio e frustrazione. Senza tentare l’affondo storico della Strada del nord di Anila Wilms (Keller 2016), Fluturim/Flight  prova a leggere Tirana attraverso l’occhio di Nabokov o i vasti blu di Aciman, riorganizzando in volume i testi apparsi sul blog dell’autrice in seguito al ritorno in Europa dopo i lunghi anni trascorsi negli Stati Uniti.

Sebbene i saggi di Kleitia Vaso siano stati stampati con testo albanese a fronte, mi sono dovuto limitare a leggere la sola metà in inglese (Flight) non essendo in grado di intendere la prima sezione (Fluturim, appunto). E benché l’autrice affermi che le due parti siano del tutto equivalenti, continuo a nutrire il sospetto che Kleitia Vaso abbia nascosto tra le pieghe del testo paragrafi non inclusi nel travaso in inglese, come già fece Milorad Pavić, mettendo in commercio due versioni differenti del Dizionario dei Kazari per uomini e donne, o Matvejević nei suoi Druga Venecija (in croato) e Venezia invisibile (in italiano). I narratori balcanici sono sempre stati considerati impareggiabili tricksters, a partire dal racconto di Odisseo nel nono libro del poema omerico. E, in effetti, il sovrano greco che afferma di chiamarsi Nessuno non è poi molto distante dalla cantante di padre albanese che confessa a Sanremo di firmare di volta in volta col nome che le viene (È tutto un attimo, 1986). Per una incresciosa falla editoriale, infatti, Anna Oxa (per altro nata a Bari) è una delle poche voci di origine albanese alle quali possa facilmente accostarsi il pubblico italiano, oltre agli scarsi titoli di Ismail Kadaré reperibile in biblioteca. Sugli scaffali delle nostre librerie, i titoli del romanziere albanese non devono sentirsi poi molto meglio di come si sentiva il loro autore – deluso e assopito – all’Istituto Gorki di Mosca (Il crepuscolo degli dei della steppa, Fandango 2009), o il poeta Gëzim Hajdari, scoprendo che, il giorno della sua nascita, il padre si augurava: «Meglio se fosse morto mio figlio, che [Stalin]» (Gëzim Hajdari, Poesie scelte, Edizioni Controluce 2008).

Pertanto leggere Fluturim/Flight di Kleitia Vaso, sessantacinque anni dopo la morte di Iosif Vissarionovič Džugašvili e ventotto dopo l’introduzione del multipartitismo in Albania, non è stato solo divertente ma anche piuttosto sorprendente per chi, come me, di Tirana conosce solo le facciate socialiste ridipinte per volere del premier Edi Rama come piscine di Sarah Morris. Con la differenza che i dipinti di Sarah Morris sono battuti da Christie’s per centomila dollari e le opere di Rama, no, non sono battute da Christie’s.

Kleitia Vaso riserva alcuni cenni esilaranti alla vita culturale di Tirana: l’arroganza del trucco sfacciato, la giostra dei vernissages, il presenzialista di turno che parla dell’«architecture of a glass», con la stessa mancanza di riserbo di cui la sua stessa lingua sembra essere carente, se è vero che «la parola umiltà manca al lessico albanese», come recita l’esergo di Ornela Vorpsi (Il paese dove non si muore mai, Einaudi 2005).

Il volume di Vaso si apre sull’incanto di un generoso albero di magnolia in un giardino sfatto di Tirana e imbocca subito la pista lussureggiate dei parchi di Istanbul, secondo una mitologia ancora vagamente ottomana eppure tutt’altro che morbosa, poiché stemperata tanto dalla morsa del sarcasmo quanto dalla morsa del gelo. I freddi inverni di Kleita Vaso sono infatti tormentati dallo schiocco dei caloriferi albanesi, che salgono rapidamente a una temperatura di trenta gradi e, dopo una manciata scarsa di minuti, si spengono con l’illusione di aver infuso calore sufficiente all’abitazione per le restanti otto ore. Una Tirana edificata su micro-illusioni e disinganni prende quindi corpo attorno alla convinzione che la città alimenti almeno lo stesso spirito pratico e canzonatorio che anima i versi di Dritëro Agolli:

Di cosa possiamo lamentarci?

[…]

La cena ha un buon profumo,

non moriremo certo di fame!

Se avremo sete,

berremo un bicchiere

e se ci cresceranno le unghie,

potremo ben tagliarcele!

(Mesditë, Naim Frashëri, Tirana 1969)

Quando, nel centro commerciale più vicino al posto di lavoro di Kleitia Vaso, viene installato un «mini-train with panda-shaped wagons which takes the children around while playing festive music, reminding of communist festivals», la sfida quotidiana diviene allora una corsa attraverso l’edificio con l’obiettivo di non incappare in questo «veritable aesthetic and ethical crime». Una Tirana di fughe e rincorse.

Vaso, lettrice attenta di Pamuk, aveva percorso Istanbul in cerca della metropoli ritratta dal Premio Nobel come epicentro della malinconia e scopre, invece, a Tirana il ritratto di una città votata al desiderio frustrato.

«L’espansione continua della città ha causato la coesistenza di numerose identità nel tessuto urbano e uno sviluppo caotico e frammentario […] nelle strutture più piccole, come quartieri e blocchi» (Etleva Dobjani, La qualità dello spazio residenziale a Tirana, tesi di dottorato, Università La Sapienza, Roma 2016), al punto che l’esibita frammentarietà della capitale sembra riflettere la «fragmentary nature of desire» di Kleitia Vaso, poiché, a ben vedere,

a relationship with a city is similar to that with another being. Perhaps, this kinship is not so strange given that the city is made of people. […] The city holds you captive because its elements are one and the same with those of your body. The amount of light outside, as much as you can stand within, its temperature, the one of your blood.  Your eyes, shaped by its sights, ears from its noises, nose from its smells.

(Kleitia Vaso, Tirana, the tyrant, mindtriggers.org)

Sicché non è tanto né esclusivamente l’architettura di Tirana a generare l’ambiente più idoneo alla perpetua frustrazione dei desideri, quanto il paesaggio sociale in cui torna Kleitia dopo gli anni in America. Tirana le appare adesso come una città tutt’altro che grigia e monocroma, una città ormai diversa dalla splendida e brutale Piramide eretta da suo padre, Pirro Vaso, come mausoleo di Enver Hoxha nel quartiere più in vista della città: quel Blloku descritto minuziosamente nel romanzo di Vera Bekteshi La villa con due porte (Besa Editore 2014). La capitale albanese si è malauguratamente e goffamente svestita delle fontane e dei villini ottomani nel secolo scorso, perdendo l’allure dei delicati scampoli della Sublime Porta, che ancora recentemente informavano l’immmaginario di Anilda Ibrahimi in Rosso come una sposa (Einaudi 2008). Ma, per un altro tipico tiro da narratore e trickster balcanico, il romanzo italiano di Ibrahimi non è stato tradotto in albanese, giacché, nella parole dell’autrice, «in Albania tuttora non esiste una rete di distribuzione di libri, ci sono grandi città che non hanno nemmeno una libreria, e la cultura è diventata una cosa di nicchia riservata ai clan letterari di Tirana».

L’Albania narrata da Kleitia Vaso – l’Albania dei vernissages e degli ulivi sintetici nei ristoranti – appare «un’Albania tutto sommato costruita dai migranti, quelli che hanno vissuto in esilio» (Marjola Rukaj, Gëzim Hajdari), quelli che hanno studiato letteratura negli States come Kleitia Vaso, ma anche quelli che Darien Levani ha ritratto come uno sciame sommerso e tuttavia infaticabile nel suo Solo andata, grazie. I popoli degli abissi (Besa Editrice 2017).

Questa Tirana del desiderio che muta in una Tirana del disinganno ha i tratti di una città-vetrina dove «we’re still at the stage of bright colors and bling, a still unrefined phase which possesses an intersting kind of ugliness»: un clima estetico che registrerà forse presto il Tirana Art Lab, mentre Kleitia Vaso indaga il movente dietro la rimozione del colore beige dagli armadi delle donne di Tirana.

Fluturim/Flight non traccia, insomma, solo una mappa del desiderio e della frustrazione, ma dosa sarcasmo e smania di meritare qualcosa di meglio, qualsiasi cosa, fosse anche un cinturino decente per sostituire il vecchio Breil che viene dalla «faraway Italy», la Canaan agognata nel Sogno italiano di Ylljet Aliçka (Rubbettino Editore 2016). L’attesa del prodotto italiano – benché legittima e apparentemente facile da soddisfare – sarà ovviamente delusa, come sembra essere destinata alla delusione l’attesa –ugualmente legittima e presumibilmente facile da soddisfare­ – di rendere più facilmente reperibili autori albanesi tradotti in lingua italiana. Nonostante il numero di cittadini balcanici residenti nello Stivale e la prossimità geografica, l’interesse editoriale per il paese ionio-adriatico sembra ancora scarso e i lettori italiani aspettano come

 Aspettano i taxi, sotto i pini della stazione,
in silenzio, nella notte piovosa.

Domani andranno nuovamente per la città
come gocce di pioggia sul mio cappotto marrone.

(Xhevahir Spahiu, Vdekje perëndive, Naim Frashëri, Tirana 1977)


Tutte le foto sono di Jora Vaso.