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Giustizie minuscole: su Deneuve, violenza di genere e altro

Conosco un tale che colleziona incipit. Li studia, anche, li classifica. Alcuni, dice, mi piacciono e basta. Il giorno del mio trasloco a Genova, entro nella biblioteca comunale. Come un’inaugurazione, un duplice ricomincio. Ci sono gli scatoloni da disfare, mia madre è al mare. Non leggo mai, camminando, quella volta apro un libro con una mano sola, mentre torno con la spesa. Il collezionista di esordi ci punteggia le conversazioni, ha un attacco per ogni discussione. Capisci dal tono, che cita, ed è una sfida, l’individuazione. Dopo qualche riga mi sono seduta su un gradino, le ho rilette quattro volte, da capo, senza disinnescarle. È il mio incipit per il dibattito attuale, fa così:

I chiodi. Tutto cominciava da lì. Ogni giorno, andando al lavoro oppure uscendo per pranzo o ancora tornando a casa, Doni si fermava un istante e li guardava. 
Da lontano sembravano solo imperfezioni o macchie naturali sulle lastre: e invece erano chiodi, grossi chiodi a espansione in metallo: un modo per tenere saldo il marmo, visto che la malta originale stava per cedere e l’intero edificio era a rischio. 
Quegli oggetti avevano qualcosa di morale, naturalmente. Il luogo della Giustizia piegato alle leggi più alte della materia. Ma Doni ci vedeva soltanto l’idiozia della gente, e appena un monito: mai edificare sulla sabbia. [1]

Dovete immaginare Milano, un magistrato stimato che spera in una promozione: una procura tranquilla in provincia, fino alla pensione. Ama sua moglie, sua figlia studia oltreoceano. Ha per le mani un caso di pedofilia e un’aggressione. Ricorre in appello, è sostituto procuratore. C’è un aggressore condannato: il ricorso è di natura tecnica, le probabilità di successo alte. Il granello si chiama Elena, fa la free-lance. L’imputato è innocente, lei ne è certa: bisogna fare qualcosa. Le resistenze di Doni sono moltissime, sembra pentirsi di aver iniziato una conversazione che lo costringa a dire una cosa così evidente come: ci sono delle procedure. Lei risponde che sta dicendo la verità e lui che non ha importanza. A me pare di sentirlo, il tono di lei che replica: e cosa ne ha, allora? E lui, che non tenta di celare fastidio e stanchezza: «La giustizia è una macchina complessa. Funziona secondo meccanismi precisi, e questi meccanismi non si possono oltrepassare. La verità è naturalmente la sola cosa importante, ma soltanto se può seguire tutti i passaggi previsti dalla legge: è triste, è brutto, ma è così. Perché l’alternativa è il caos» [2].

La lettera su «Le Monde» di Deneuve, Millet, Robbe Grillet e le altre novantasette mi è sembrata uno straw man argument. Diffuso, ma basso, come meccanismo di argomentazione. Consiste nel fare dell’avversario un fantoccio, un uomo di paglia, per trapassarlo poi, lancia in resta, molto più comodamente. Significa riformulare depotenziando, confutare argomenti riportati lascamente, travisati o fraintesi, spesso in malafede. Doni non ne avrebbe voglia, credo, non ribatterebbe che nessuno ha mosso guerra alla seduzione, allo slippery slope del flirt, alle distanze calcolate empiricamente nel loro contrarsi. Che pauvre petite chose bisognosa di compatimento e protezione, assediata da orde di priapisti, è un brutto modo di pensarsi, né diffuso, né ambito. Ma, forse, aiuterebbe a dir loro che no, il punto non è sostituire una gogna fra cancelletti a un iter giudiziario: la legge c’è, con una prassi di udienze, evidenze, sentenze. Dissiperebbe i loro timori per gli sfioratori di ginocchio che no, non verrebbero condannati (garantismo, direbbe qualcuno). Far seguire un periodo di terrore e delazioni a un’eversione sembra ragionevole come mettere un ritorno al classicismo dopo avanguardie, rotture, romanticismi: una cosa da manuali, dialettica vagamente hegeliana. Una malintesa purezza con velleità totalitarie, col rischio che ci sia sempre qualcuno più puro che ti epuri? No, non è questo, credo, che stiamo cercando. È troppo semplice, metterla così.

Alcune delle violenze denunciate ora non sono state denunciate allora. Sono prescritte, non più perseguibili. La macchina della giustizia non si metterà in moto, non cercherà di ristabilire un ordine, sovvertito dalla sopraffazione, dal reato. Giustizia, nel mio incipit, che poi è di Giorgio Fontana, ha la maiuscola. Pensare di dover dire a una ragazza che è stata violentata che non avrà giustizia, nemmeno un accenno, non ci proveremo neppure, nel posto della mia testa dove le cose hanno la maiuscola, è ingiusto. Idealmente, visceralmente, in maniera bruciante. E ognuno di noi ha una giustizia maiuscola, dentro di sé. Eppure, la pura potenza, con la sua possanza e la sua purezza, sottostà alla legge della materia, come a dire, necessita della malta: una realizzazione, determinata, concreta, franante, reale. Possiamo tirarla su punitiva, compensativa, persino riparativa. Possiamo provare a gettare le fondamenta più profonde e salde, sui terreni migliori. Se non ci riusciremo, ci toccherà puntellare con dei chiodi che resteranno a memento della ributtante imperfezione del tentativo. Ma terranno il marmo.

Hanno ucciso un amico di Doni, negli anni di piombo. Gente che aveva molte maiuscole in testa e le trovava alte e belle. E ha pensato di poterci non stare, sotto dei chiodi fallimentari e imperfetti. Questo gli ha insegnato, dice, a non credersi superiore alle leggi che ci hanno consegnato [3].

Non è immobilismo, non è accettazione. È il motivo per cui alle accuse di essere cacciatori di streghe, possiamo chiamarci fuori.

Ho letto L’imprescritible [4]. Faccio molta fatica a pensare che si prescriva, uno stupro. Sguainerei la mia Giustizia maiuscola e litigherei con Doni: gli spiegherei che non mi pare idealismo, ma un’aspirazione ferma e feroce a qualcosa di ragionevole: se non è troppo tardi per sentirlo ingiusto (e ci sono molti aggettivi accanto a questo), non è troppo tardi per renderlo giusto: sancendo una colpa, scrivendo una condanna. E nemmeno per chissà quale limacciosa fame di vendetta. Perché, come Elena che entra nell’ufficio del sostituto procuratore, dico la verità.

E lui avrebbe probabilmente la stessa voce stanca nel dirmi che il sistema deve salvaguardare se stesso, per continuare, ma è così che salva anche noi, anche se si fa una gran fatica a capirlo. È necessario farla. Pare un passo semplice da fuori e francamente impraticabile da dentro. Ma quello smontare una maiuscola e sbattere contro la grana del cemento è il recto, o il verso, di una tutela. Ed è in virtù di questo che a un’accusa infondata non seguirà un processo sommario, confessioni estorte con la tortura, un rogo.

Capirlo non è arrendersi, ma cominciare. «Non credersi superiori alle leggi che ci hanno consegnato», non significa che non si possano rinegoziare. Anzi. Ci sono sei mesi per presentare querela, e quindi denunciare, in caso di violenza sessuale: non bastano? La prescrizione attuale è risibile?

Uno stupro è un evento squassante, con un impatto distruttivo difficile da immaginare. Stuprano molte tue maiuscole, insieme al tuo corpo. Tuoi meccanismi, tue sensibilità, distanze, vicinanze, relazioni. Ricompattare l’infranto tanto stretto da denunciare non è semplice, non è breve. Rinegoziamo, puntelliamo. Cerchiamo un modo, un chiodo.

Non è un modo minimizzare, irridere chi si sente traumatizzata da una molestia in metrò. Se usiamo l’impatto emotivo come parametro per stabilire la liceità di una azione, la sua punibilità, ci spingiamo in una china ben più scivolosa di quella della seduzione. Serve un ancoraggio, un’etica.

Perché no, non siamo il nostro corpo, né il nostro dolore. Lo dice bene Simone Biles, raccontando un abuso: questa vicenda non mi definisce. Sembra assurdo, doverlo ribadire. Ma usare vittimismo come etichetta liquidatoria e sminuente non è un modo. Se chiamiamo “vittima” chi subisce violenza, stiamo solo spartendo le responsabilità individuali, ribadendo che stanno tutte da una parte sola: l’altra. Dovrebbe essere un argine, speranzoso, spesso vano, ai tentativi più o meno rozzi di spartirle: era sola, è entrata spontaneamente in quella stanza, avrebbe dovuto capire, avrebbe dovuto sapere. Una vittima ha fatto tutto giusto, compreso l’avere fiducia. Non ci sono attenuanti da concedere, ma aggravanti da cercare. Quelle (lo sono anche nel codice penale) dei rapporti strutturalmente dispari: genitori o tutori, insegnanti, datori di lavoro; l’agghiacciante nodo che si stringe fra sesso e potere, fra sopraffazione fisica e abuso morale.

(Mangiavamo le fave col salame, bevevamo un bianco di fine giornata, un amico mi ha detto: «si può chiedere aiuto, e si può dare, ma il baricentro delle proprie crepe è interno». Una persona ferita ci mette un po’, a trovare dei nuovi punti di equilibrio, ma non è una eterna damsel in distress o, come scrivevano su «Le Monde», un’adulta-bambina pencolante. Un altro amico, lontano, mi ha mandato una foto dicendo «se capisco come scrivertela su una maglietta, ho trovato il tuo regalo di compleanno». C’era scritto I don’t need to be saved, I’m the hero of the story).

Sono sicura che non sia un modo nemmeno il rispolverare supposte ontologie, inamovibili, ineluttabili: glossare che tirar fuori l’uccello è “un difetto dei maschi”. Non lo è. Non ci sono dei maschi dati, decisi, predeterminati, una volta per sempre. Non sono nemmeno un universale bello omogeneo, categoria intercambiabile. E un’azione impropria è solo questo: un’azione impropria. Scelta dal singolo, non dalla biologia. Agìta. Di cui si è responsabili. Per cui si può essere perseguiti.

Non è un modo tirare una bella mano di cinismo sopra tutto e fare quelli che così va il mondo, com’è che voi, ingenuotte, sprovvedute, non l’avete mica capito. I mille tweet so witty, so bitchy che si sono rincorsi, beceri, meschini, ma così disincantati, così argutamente smaliziati. Che l’empatia non si porta più, signora mia.

Il racconto può essere un modo? Forse sì. La testimonianza. Che serva per conforto, o per contagio. Per rispecchiamento o modello. Che di qualcosa si possa parlare a me pare veramente il primo passo perché, via via, si possa pensare di maneggiarlo, domarlo, sgonfiarlo, capirlo.

E già che non siamo l’Inquisizione, non bruceremo i libri. Non ci affanneremo a compilare indici e proscrizioni in nome di quel pensiamo sia eticamente o politicamente corretto. Letteratura, scriveva Pavese, non è mancanza di senso pratico, ma di senso del reale. Eppure no, non ci confonderemo. Accuseremo violentatori, non Nabokov. Nel mio Dostoevskji preferito c’è un omicidio aggravato dai futili motivi; nel mio Melville preferito, una mattanza. La mia Ginzburg del cuore risuona dei «negri!» che urlava il padre, a chi si fermava in montagna, o vagheggiava cioccolate con la panna.


[1] G. Fontana, Per legge superiore, Sellerio, Palermo 2013, p. 13.

[2] Ivi, p. 35.

[3] Ivi, p. 139.

[4] V. Jankélévitch, L’impresctiptible. Pardonner? Dans l’honneur et la dignité, Seuils, Paris 1986.