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La provincia cronica di Daniele Orso

Fedele alle promesse del titolo, Muri portanti di Daniele Orso è una raccolta in cui s’impone – a più livelli – la presenza della struttura. Inserita nel XIII Quaderno italiano di Poesia Contemporanea Marcos y Marcos, la silloge consta di 25 testi distribuiti in cinque sezioni, più un breve componimento di apertura, che introduce l’ambientazione e i “colori” stilistici adottati dall’autore. «L’odore di piscio di certi vicoli | Colti attraversati colla precisione dei rabdomanti | Questo è ciò che siamo»: fin dai primi versi Orso ci trasporta nel mezzo di una provincia cronica, tanto fisica quanto interiore. Il Friuli-Venezia-Giulia, evocato qua e là con qualche richiamo topografico, finisce per assottigliarsi e diventare una specie di sfondo trasparente, uno spazio logico-morale in cui conta più il senso di abbandono che il disegno realistico.

Su tale sfondo si staccano diverse occasioni liriche, che mescolano  quotidianità trita, vedutismo e scatti ragionativo-sapienziali: ad esempio l’insonnia (Le ore migliori), un’escursione in montagna (Carta tabacco), o il paesaggio dismesso e crudo della provincia, a cui sono dedicati i sonetti irregolari della IV sezione, che porta lo stesso titolo della raccolta. Nel mondo poetico di Daniele Orso un’identica atmosfera comprende e unifica interni e esterni, elementi antropici e naturali, soggettività lirica e realtà tangibile: su ogni cosa incombe un «impero di abbandono», un destino uniforme di sparizione e di stasi. A questa devitalizzazione globale la poesia cerca di opporre, a denti stretti, una piccata “resistenza passiva”.

Dove c’erano le sedie, il tavolo,
Più discosto l’armadio e più oltre
ll divano. C’erano quadri ai muri
E d’estate si usciva all’aperto.

Dal giardino alla finestra la luce
Entrava in casa e sembrava fosse
Quasi una scena appena preparata
Su un tavolo settorio. Oscilla il lampadario.

Ragnatele intessono un impero
Di abbandono. Il tappeto rosso
Ha lasciato traccia sul linoleum.

Filtra dalle crepe, dalle imperfezioni
Degli stipiti, dalle travi del solaio,
Il grido d’altri giorni, vite perdute.

Si noti la sintassi tendenzialmente breve, iterativa e spezzata dall’inarcatura; l’oscillazione malinconica tra presente e passato; il paragone stridente del «tavolo settorio», a dominante luministica; la preoccupazione per l’ornato (filtrail grido) e il sapore decisamente montaliano dell’ultimo verso. I componimenti di Orso presentano una dose massiccia di letterarietà. A livello tematico-formale si registra una sistematica esibizione della struttura, dello scheletro portante della poesia, probabilmente a compensare le basse temperature emotive e riflessive proposte dal soggetto lirico.

Il procedimento è simile a quello di alcuni edifici Art Nouveau, in cui si realizza la fusione tra struttura portante ed elementi decorativi. Il decorativismo di Orso, tuttavia, non ha niente della grazia sinuosa e floreale di un Gaudí o di un Horta, ma piuttosto genera un effetto di pesantezza, di ricercata vischiosità. La struttura prolifera un po’ ovunque, e talvolta prevarica il tema, schermandolo. In questa ipertrofia dell’artificio letterario-culturale rientra anche l’ostensione dei riferimenti più o meno diretti, da Giudici (specialmente) a Concato, da Ernst Bloch fino a Carlo Levi e a Renata Viganò. Il prefatore Flavio Santi cita a ragione anche i Baustelle, che Orso richiama esplicitamente ne Il catalogo è questo, un provocatorio scialo di deformità ripugnanti usato per denunciare la nostra divina indifferenza : «Vi voglio bene. Nonostante tutto. || Vi amo. Tutti. Circa meno quasi.»

E proprio allo stile ovattato, déco e programmaticamente lezioso di certi pezzi dei Baustelle possiamo ricondurre l’intenzione stilistica di Orso, che usa i riferimenti colti allo stesso tempo come provocazione, come giuntura ardita e come zeppa, nel senso più largo possibile. Altri tratti comuni sono l’uso di calembours paronomastici («E l’avere di un ormone in minima | Semiminima concentrazione», Viatico), il gusto per il tecnicismo isolato («BMI di ventisei ad occhio e croce», Domenica bestiale) e un’ironia sussiegosa, facile a prendersi sul serio.

«Estetica anestetica», per dirla col La malavita, terzo album della band di Bianconi? Almeno in parte, sì, data la linea di autocontrollo e resistenza che il poeta adotta per reagire a molteplici disagi, dall’oltraggio che investe i morti e le cose («Crollano i muri, le tegole, la gronda che corre | Attorno si decompone, così come ai morti | Si decompone sulle ossa la carne», Sessant’anni e son sessant’ani di morte) all’incertezza della vita adulta (Carta tabacco), dall’esilio autoinflitto della provincia ai grandi mali della storia (I romanzi). La letterarietà sovraesposta di Orso risulta a volte piuttosto macchinosa, specie quando accompagnata da invenzioni compositive meno originali, come in Di pietra è il tempo eterno e fragile, Tra le pale dei ventilatori o alla fine di Le ore migliori, in cui il cozzo provocante di “patinato” e colloquiale pare un po’ scolastico.

Interessante notare invece, a livello metrico, la propensione per l’accostamento di quattro sedi atone, che conferiscono alla prosodia un andamento strascicato, da filastrocca, potenziato anche dalle frequenti anastrofe:

Non puoi dire quanto saranno
I tuoi sforzi compensati. Non questo
È il punto. Non c’è merito né danno.
(Tu che godi delle spighe già mature)

Anche nella chiusa de L’educazione cattolica (à la Giudici, di nome e di fatto) la resa è particolarmente efficace e bilanciata: si noti il tono perentorio, smagato e confidenziale, oltre che l’eccezionale smorzatura prosodica dell’ultimo verso:

Ma non è che i preti mi fecero felice
Non è che i preti mi aiutarono a salire

Sui muri della chiesa a spiare le partite
Non fecero per me fionde e catapulte.

Non fui un solo giorno felice grazie ad altri.
Né io fui mai agente di grazia altrui.

In uno dei testi finali, La precisa ragione, Daniele Orso espone la sua poetica: «questo svolgere il mio filo || Di lumaca, nera bava, vena | Scarsa che si prova ad evocare | Cose perdute non dimenticate». La poesia, anche grazie alle sue strutture, funziona da compensazione ed argine rispetto al letargo di tutto ciò che è provincia, oblio, smemoratezza, nell’animo come nel mondo. Tuttavia, combattere il coma con il gelo della forma è una contromisura da “vecchia scuola”, e suona quanto mai novecentesca. Useremo forse, oggi, l’anestesia per salvare la bella addormentata?  Nonostante l'”onesto” stoicismo di chi «parla basso», il presente continua a correre, ad esplodere: e, con esso, anche i solai abbandonati, la «roba vecchia | accumulata alla rinfusa», gli animi induriti o rafforzati dal rimorso o dalla nostalgia. Il fuoco non manca in Muri portanti: si intravede nelle crepe, nei buchi, tra la maglie strette delle sue armature formali. Infatti, se il subbuglio è appena trattenuto dalla catena iterativa di L’edera aderì rasente al muro, si incarna poco dopo – oltre i tentativi della memoria – nella natura famelica e variopinta che infesta un’antica stazione ferroviaria.

L’edera aderì rasente al muro.
L’anta dello scuro inaridì a febbraio
Dall’infisso staccatasi d’un tratto
Mentre distratte vagavano le ore.

L’erba crebbe in fretta. In fretta
Si seccò. Scomparvero le voci
Una sera che più lenta la luce
Riposò. Il tempo passò in fretta.

L’edera rimase verde su quel muro.
Il muro si crepò. La crepa
Su quel muro creò un nome

Al tempo. E il tempo fece il resto.
Nominò le cose, diede un nome
A quell’edera, a quell’anta e al muro.

*

Tra i cespi di malerba tra i binari
Paralleli, vinti a forza i sassi neri
Chiazzati dalle trame di rosari
Di colori, crescono i papaveri.

Ronza una vespa tra la roba vecchia
Accumulata alla rinfusa.
Bronzine disuso, fili di rame,
Traversine secche e marce.

Più lontano, fermo, un locomotore
Giallo. Oltre ancora, sulla banchina,
Fa mostra di sé la casa cantoniera.
Un tempo vi abitava il capostazione.

Ora i topi, i ragni e i corvi ogni sera
Escono fuori alla luce della luna.
Negli orti, a notte, nel buio degli anfratti
I ratti fanno ressa, divorano fiori.

Immagine di copertina: Giuseppe Uncini, Disegno di progetto dell’intervento scultoreo, 1990, Tecnica mista su carta.