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Alta Fedeltà – la musica del terzo trimestre

Il capitano Achab ritorna con le proposte musicali che hanno seguito l’estate, tra riletture dark wave di sogni americani, album di chiusura, indie in “falsetto e glitter”, seduzioni di massa fluorescenti e nostalgie degli anni Novanta.


 

LCD Soundsystem – American Dream [DFA Records/2017] (Massimo Cotugno)

Tirare fuori gli LCD Soundsytem in una conversazione serale tra sedicenti conoscitori di musica contemporanea funge da simpatico jolly. Un po’ serve a smascherare i cialtroni, un po’ ti infonde un’aura magica da sciamano. Ma forse tu stesso non hai mai ascoltato proprio tutto quello che la band ha prodotto. Perché James Murphy e soci sono uno strano corpo celeste nella galassia musicale del nuovo millennio, capaci di splendere come mille soli per poi eclissarsi in qualche buco nero. Quest’ultimo album arriva proprio dopo un lungo periodo di silenzio, durante il quale Murphy, in grave crisi artistica e personale, aveva pensato di abbandonare per dedicarsi solo alla produzione musicale. Ma, come nelle fiabe, è comparso sulla sua strada il Duca Bianco, David Bowie, che gli ha indicato la giusta via. Così nasce American Dream, uno degli album più intensi e riusciti degli ultimi anni, nonché forse il migliore di questa band post-punk. Tra citazioni sonore a Heroes di Bowie, riletture dotte della migliore dark wave e una dose massiccia di Talking Heads, James Murphy racconta il suo struggente sogno americano, fatto di successi e mille cadute. Da ascoltare con devozione.

Beck – Color [Capital Records/2017] (Giacomo Raccis)

Beck is back. A tre anni di distanza da Morning Phase, il cantautore di Los Angeles torna sulla scena con un nuovo, coloratissimo album. Che forse non segnerà una svolta memorabile nella sua discografia, ma arriva senz’altro al momento giusto. In un frangente in cui il panorama musicale, soprattutto sul fronte indie, sembra dominato dai toni intimisti o ipnotico-paranoici (vedi alla voce The National e Ibeyi), Colors giunge più che provvidenziale. La vena camaleontica a cui Beck ci ha abituati si esprime qui al suo meglio, dal pop psichedelico della title-track, dove ai bassi rispondono degli incalzanti fiati, a I’m so free, che rispolvera suoni e cori da boy band anni Novanta (ve li ricordate i New Radicals?), riproponendoli in chiave “falsetto e glitter” in Square One. Il segreto di Beck resta il ritmo: è questo che gli permette di rendere il noto sempre ignoto. E così accade che il pezzo migliore risulti No Distraction, che pesca i propri spunti addirittura dagli Ottanta londinesi. Finalmente balliamo!

Brand New – Science Fiction [Procrastinate Music Traitors/2017] (Davide Saini)

Magari qualcuno se li ricorda ancora, magari non si ricorderà dei Brand New dei primi album ma almeno di The Devil And God Are Raging Inside Me (2006). Lo spero, perché questa band che si può dire abbia portato il linguaggio emo negli anni 2000 ha tanto da dare, quasi tutto tranne allegria e leggerezza ecco. Con Science Fiction la band di Jesse Lacey esce da un lungo silenzio di quasi 10 anni per ripresentarsi, dopo infiniti posticipi, con quello che sarà l’ultimo album di inediti della loro carriera. Stiamo, quindi, parlando di un prodotto strano, un album nuovo ma già “alla memoria”, prodotto del resto perfettamente intonato alla loro intensa e tormentata scrittura. Se ne escono così dopo esser spariti con un album diverso dal sound che gli conoscevamo e anche da qualche altalenanza dimostrata in passato. Science Fiction è un ottimo album: potente, ben fatto, col giusto equilibrio durezza/tristezza e reso coerente da un ottimo lavoro di produzione che lega canzoni anche piuttosto differenti tra loro per genere e tono.

St. Vincent – Massdeduction [Loma Vista Recordings/2017] (Alessandra Scotto di Santolo)

A tre anni dall’uscita dell’ultimo album St.Vincent e a un anno dalla fine della storia d’amore con la modella e attrice Cara Delevigne, Annie Clark ritorna con Massdeduction: una frizione di racconti di potere, lussuria e spettacolo.
Uno dei tanti temi dell’album è l’essere una donna spiata – conseguenza piuttosto naturale a seguito della sua relazione con la supermodel dall’alto profilo artistico e dai paparazzi onnipresenti. Del rapporto con Delevigne se ne sente il richiamo soprattutto in New York. Anche le dinamiche di potere tra uomo e donna si aggiungono ai temi di Massdeduction. Le interviste a Londra per la promozione dell’album sono state spesso condotte, sotto richiesta della Clark, in una stanza minuscola dalle pareti verdi, con sottofondo di registrazioni di risposte  a domande scontate del tipo “Come ci si sente ad essere una donna nell’industria della musica?”. Ironicamente, per una musicista che ha spesso scritto in maniera astratta e attraverso uno pseudonimo durante il corso dei suoi cinque album, Masseduction potrebbe essere il lavoro più diretto e sfacciato della Clark. La copertina dell’album invita letteralmente a baciarle il sedere (non suo, bensì di una sua cara amica)!
Ballate al pianoforte che cantano di tristi amori perduti (Happy Birthday, Johnny) e canzoni vivaci e dal sound pop per affrontare i temi dell’automedicazione e della lussuria (Pills, Savior). Nonostante la scelta del produttore pop Jack Antonoff, il genere musicale di quest’album non è così scontato. Un tentativo per far saltare la Clark dall’atto di culto alla seduzione di massa.

Liam Gallagher – As You Were [Warner Bros Records/2017] (Michele Turazzi)

Gli Oasis sono stati le ultime grandi rockstar: atteggiamenti strafottenti da working class, risse da stadio, palazzetti pieni, alcol a fiumi, sesso facile – e una rigorosa formazione voce-chitarra-basso-batteria. Dopo di loro, il rock vecchio stampo, tutto rabbia e sonorità sporche, ha vissuto un lungo crepuscolo che ci ha portati fino a oggi, alla sua assenza (provate a fare cinque nomi di dischi di successo usciti negli ultimi anni in cui non ci sia di mezzo l’elettronica). Liam Gallagher è stato il simbolo di quell’epoca al tramonto. È sufficiente una sua istantanea qualsiasi sul palco: occhiali da sole a schermargli il volto, sguardo rivolto al soffitto, un inutile tamburello in mano. Liam non era lì per il pubblico, non era lì per la musica, era lì soltanto per sbatterti in faccia che lui ce l’aveva fatta e tu no. Rock’n’roll al cento per cento. Del resto, tra i due fratelli Gallagher, quello con il talento era Noel, e tra gli Oasis e i Blur quelli che resteranno nella storia saranno i secondi (a proposito, chi avrebbe scommesso sulla collaborazione tra i due acerrimi nemici Noel Gallagher e Damon Albarn?). Invece oggi Liam è tornato, con il suo primo album solista dopo il mezzo flop dei Beady Eye. As You Were probabilmente non è il migliore album uscito in questi mesi (troppo citazionisti i brani, troppo pulito il sound, fuori tempo massimo l’insieme), ma non è questo il punto: mettetelo su e, in un istante, tornerete negli anni Novanta, senza volerne più uscire per molto, molto tempo. Con la certezza che Liam Gallagher sappia esattamente cosa fare: rock’n’roll.


 

Siete pronti a ballare?