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Absolutely nothing: la grande narrazione di Giorgio Vasta

Domani, giovedì 2 marzo, alle ore 18, cominciano gli incontri di presentazione dei finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2017. Ogni giovedì Adriana Lorenzi intervista gli autori dei libri candidati alla vittoria. Si comincia con Giorgio Vasta (e Ramak Fazel), Absolutely nothing (Qudlibet-Humboldt Books 2016). Sulla Balena Bianca, ogni mercoledì, la recensione del libro presentato. Qui il calendario degli altri incontri. 


 

A prendere in mano Absolutely nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani verrebbe da pensare che Giorgio Vasta abbia definitivamente abbandonato qualsiasi aspirazione a diventare un narratore. Sono passati ormai più di otto anni dal suo romanzo d’esordio, quel Tempo materiale (minimum fax 2008) che in qualche modo aveva stravolto l’universo letterario italiano; nel frattempo Vasta ha messo insieme una serie di scritture spurie – un reportage autobiografico (Spaesamento, del 2010), un diario a quattro mani (Presente, del 2012, insieme a Michela Murgia, Andrea Bajani e Paolo Nori), una sceneggiatura (Via Castellana Bandiera, del 2013, insieme a Emma Dante) – lasciando ai suoi lettori più affezionati sempre un residuo di delusione, l’impressione di trovarsi di fronte a un lavoro minore, consolata soltanto dalla notizia che il Nuovo Grande Romanzo era in lavorazione e sarebbe arrivato. Prima o poi.

Il libro con cui Giorgio Vasta si ripresenta in libreria è invece un’altra opera ibrida, un reportage narrativo, il diario di un viaggio di due settimane, dal 30 settembre al 15 ottobre 2013, attraverso gli Stati Uniti alla ricerca di luoghi abbandonati e deserti, insieme a un fotografo, l’iraniano-americano Ramak Fazel, e all’editore di Humboldt Books-Quodlibet, Giovanna Silva. Basta però cominciare a sfogliare le pagine per capire che non si tratta della semplice rielaborazione di un diario di bordo, né di un libro fotografico corredato da appunti d’osservazione. Innanzitutto il racconto non rispetta la sequenza cronologica del viaggio: ogni capitolo è dedicato a una singola giornata, ma il calendario è stato scompaginato, alcuni giorni si ripetono, la linea del tempo viene trasformata in un arabesco che a suo modo riproduce le curve e gli incroci disegnati sulla mappa dalla jeep guidata da Silva e Fazel. In seconda battuta, il resoconto del viaggio è di tanto in tanto interrotto da brani stampati in corpo minore, una sorta di coro del racconto principale, che riporta alcuni momenti successivi al viaggio, dialoghi e riflessioni che hanno accompagnato Vasta nella lavorazione del testo in Italia. Infine, rispetto al catalogo fotografico di Ramak Fazel, Corneal Abrasion – riprodotto a fine volume, con scelta molto discutibile – il testo scritto occupa ben 246 pagine.

Ci troviamo quindi di fronte a un’opera complessa e articolata, che pur non strutturandosi secondo le forme canoniche del romanzo, esprime un’idea singolare ma ben precisa di narrazione.

 

Dando seguito al lavoro iniziato con Spaesamento, Vasta sembra aver individuato nell’esperienza diretta dello spazio il tramite privilegiato per arrivare alla scrittura. In questa scelta non è da solo, tutt’altro. Absolutely nothing si potrebbe considerare l’ultimo esito di una lunga tradizione di “scritture del paesaggio”, che annovera in Francia autori come François Bon (Paysage fer, 2000) e Philippe Vasset (Un livre blanc, 2007), in Inghilterra Iain Sinclair (London Orbital, 2002) e in Italia Giorgio Falco (Condominio Oltremare, 2014, con Sabrina Ragucci) – ma bisognerebbe citare anche Niccolò Bassetti e Sapo Matteuci con il loro Sacro Romano Gra (del 2013, che ha ispirato il film di Gianfranco Rosi). Vasta, cioè, è entrato di diritto nella schiera di quegli autori che hanno deciso di affrontare il cruciale problema dei modelli abitativi nello spazio contemporaneo, ovvero – per citare semplicisticamente Heidegger– le strutture simboliche, le griglie ermeneutiche e i codici di lettura con cui elaboriamo lo spazio intorno a noi. Siamo ben lontani dalle improvvise epifanie del flâneur ottocentesco, che muovendosi nella città attraverso “derive” imprevedibili dava vita a modi sovversivi di esistere all’interno del sovraffollato spazio urbano. I tempi sono cambiati, il turbocapitalismo ha consumato anche il territorio, abbandonando luoghi un tempo investiti di aspettative e ora rigettati ai margini perché non più funzionali all’architettura simbolica del potere. Per la letteratura si sono aperti così interi campi d’indagine, da esplorare però con metodo, secondo precise intenzioni di attraversamento. E l’esperienza concreta e personale del viaggio diventa l’occasione per verificare e aggiornare costantemente le ipotesi di partenza.

Nel caso di Vasta i criteri del percorso sono due.

Uno: andare alla ricerca dei luoghi lasciati ai margini, dei deserti – luoghi per eccellenza non abitabili –, ma anche del progresso – tecnologico, sociale, economico. Ecco allora il Salton Sea – un enorme lago californiano che progressivamente viene eroso dall’avanzare del deserto –, l’International Ufo Museum di Roswell – dove si prolunga la memoria di un antico incidente aereo che per alcuni fu il più importante avvistamento di UFO nella storia degli Stati Uniti –, il  Bradshaw Trail – una lunga strada che attraversa il deserto del Colorado – e Allamoore – un insediamento umano di 25 anime nel Texas, residuo di un antico centro industriale: sono queste le mete cercate o casualmente incrociate dai tre autonauti.

Il secondo: percorrere in senso contrario l’entusiasmante viaggio degli Americani verso l’ovest, ribaltare il concetto di frontiera. Se muoversi da est verso ovest significa andare verso spazi nuovi, da “inventare”, dirigersi verso est significa tornare al noto, ripercorrere luoghi già esperiti. «Viaggiare verso ovest significa andare nella direzione in cui le cose cambiano in meglio»; viaggiare verso est significa tornare indietro, andare a vedere quali segni il tempo ha inciso nei luoghi che ha attraversato.

In questo senso, la scelta della categoria dei luoghi da visitare, marginali, ma non necessariamente disertati integralmente dagli uomini, consente a Vasta di sbrigliare il suo esercitato sguardo da psicogeografo: quella che va in visita alle bellezze animalistiche del fiume Mississipi o al Mojave Air and Space Port, un parco a tema fatto di relitti di aerei, è un’umanità simbiotica con questi luoghi; un’umanità che crede ancora nelle mirabolanti promesse di un sistema in grado di costruire letteralmente cattedrali nel deserto e che però, di fronte al fallimento, non dispera, ma trova improbabili soluzioni abitative. Come Arcosanti, Arizona, città esperimento progettata dall’architetto torinese Paolo Soleri negli anni Settanta, mai portata a compimento e dove pure le persone hanno imparato a vivere, e a essere gentili con tutti.

Inoltre, in più di un’occasione appare chiaro come la destinazione americana del viaggio non sia casuale. Il paesaggio statunitense, anche nelle sue manifestazioni più estreme e marginali, si rivela accessibile all’osservatore straniero; l’immaginario americano ha pervaso la televisione, il cinema, la cultura di massa dell’occidente, tanto che chiunque è in grado di penetrarne il sistema simbolico. Vasta può riprodursi così in quegli esercizi di “carotaggio” che, attraverso l’osservazione delle persone, degli oggetti e dei luoghi, gli permettono di riportare in superficie emblematiche espressioni del “tempo materiale”. Si tratta di un concetto forse già implicitamente contenuto nell’idea dei parchi a tema, tappe privilegiate del viaggio di Vasta, Fazel e Silva.

Nel 1907 Calico era già una ghost town; negli anni Cinquanta viene restaurata e oggi è un parco a tema che rievoca la vita ruvida dei pionieri, l’eroismo quotidiano dei minatori, ma soprattutto l’intero repertorio del Far West – i cowboy con cinturone speroni Colt e Winchester, la porta basculante del saloon, il poker, il baro, la prostituta latina in piedi alle sue spalle, il pianista illeso, i serpenti a sonagli che prima mordono e poi muoiono centrati in testa da un proiettile, l’assalto al treno, quello alla diligenza, i sentieri e le valli solitarie, Shane, Billy The Kid, i magnifici sette, le spose, i fratelli, le albe, i tramonti, il fuoco, i bagliori dell’orizzonte, gli sguardi tersi, quelli foschi, il destino, il fatidico e il fatale, That’ll Be The Day, la redenzione, l’irredimibile, lo scalpo, e poi ancora Minnie, la Polka, l’oro bramato e in generale tutta la meravigliosa carabattola western negli anni trasformata in patrimonio planetario.

Fino a qui, però, nulla che abbia a che fare con la narrazione vera e propria, con un’idea di trama. Il viaggio si risolve in un catalogo di luoghi e personaggi, ben ripercorsi dalla galleria fotografica di Fazel e illuminati con occhio critico (e autocritico) da Vasta, a disegnare un paesaggio – umano, sociale e culturale – uniforme e coerente. L’indagine antropologica impietosa mette in luce un mondo rimasto fermo perché sembra ignorare le leggi del cambiamento, e ciononostante ha saputo inventare nuove forme di sopravvivenza, inattuali ma efficaci.

Proprio lo sguardo di chi scrive, però, si rivela decisivo nell’alterare questa trama lineare e nel dar vita a un intreccio vero e proprio. C’è bisogno, per questo, di mettere in collegamento l’io in viaggio con l’io che a mesi di distanza ripercorre quell’esperienza ragionando e cercando di trovare il senso da consegnare poi al tempo scritto. Si ripresenta con urgenza quell’analogia tra viaggio e scrittura che anche Georges Perec – nume tutelare degli psicogeografi – presentava dicendo: «Lo spazio comincia così, solo con delle parole, segni tracciati sulla pagina bianca» (Specie di spazi). I brani in corpo minore fanno da controcanto alla narrazione principale, ma innescano un dialogo dai confini volutamente labili: il tempo del viaggio finisce per prolungarsi indefinitamente, andando a coinvolgere anche i mesi e gli anni che sono trascorsi dopo quegli spostamenti fisici che siamo abituati a far coincidere con la nozione di viaggio. Sono i mesi in cui si costruisce la memoria del viaggio, attraverso gli oggetti conservati, attraverso i confronti tra i rispettivi ricordi, che portano Giorgio, Ramak e Silva ad accorgersi di aver trattenuto elementi diversi di momenti comuni, di avere sviluppato percezioni distanti delle medesime situazioni. Il viaggio si apre così alle divergenze, ma anche ai vuoti, perché risulta impossibile da ricostruire nel dettaglio, momento dopo momento. Più che l’eccezionalità dei luoghi visitati, è questo a renderlo irripetibile e a generare il bisogno di scriverne, per ricompattare i ricordi, rimuovere gli spazi bianchi, creare una riconoscibile teoria di momenti:

Il nostro viaggio americano è stato irripetibile perché ha cancellato le sue stesse tracce. Non potendo ricordarlo, lo raccontiamo. Il racconto serve a cancellare le tracce.

E allora, se in queste sezioni di controcanto al viaggio si fa largo una nuova consapevolezza, è nei momenti del viaggio, o meglio nella reinvenzione che a posteriori è possibile farne attraverso la scrittura, che questa consapevolezza trova espressione chiara. Non solo grazie alla scomposizione dell’ordine cronologico delle tappe, che crea un percorso sentimentale altrettanto vero e significativo rispetto a quello effettivamente vissuto. Ma soprattutto attraverso l’inserimento di sequenze dialogiche rivelatrici, che il lettore di Vasta ha imparato a conoscere e che rappresentano lo strumento ermeneutico privilegiato dei suoi testi: nel Tempo materiale Nimbo discuteva con esseri al limite tra immaginazione e fantasia (il piccione primordiale, Crematogastra); in Spaesamento era stata la Stefi a mettere in difficoltà l’io narrante con le sue risposte spiazzanti. Qui invece il dialogo è tra Vasta e Fazel. E importa poco che sia avvenuto davvero oppure no.

Ho capito, ma che vuoi dire?
Riguarda il senso del viaggio, dico. L’idea tradizionale e la sua pratica. Si viaggia per aumentare, per incrementare, per arricchirsi, come si dice. Si vuole portare dentro di sé, inglobare, o meglio ancora incorporare.
E cosa c’è di male? Anche noi siamo qui per questo. Prendiamo, tu con la scrittura e io con la fotografia.
Non va bene.
Cosa vuol dire non va bene?
Che un viaggio non è una battuta di caccia, né il catalogo di tutto ciò che si è riusciti ad afferrare.
Perché non può essere così? Nel viaggio siamo predatori, ci appostiamo e aspettiamo, abbiamo bisogno di catturare, che si tratti del Trotter Park o di Mr. ZZ Top.
Non dobbiamo più essere predatori, dico.
E che cosa dobbiamo essere?
Prede.
Prede?
Solo la preda conosce davvero.

Importa poco anche chi domandi e chi risponda. Quel che conta, qui, proprio come accadeva nei dialoghi socratici messi in scena da Platone, è il processo di conoscenza che si costruisce attraverso le battute. Che in questo caso conducono ad affrontare l’annosa questione che contrappone vivere e scrivere, e che è sempre stata considerata appannaggio degli scrittori. La scrittura, invece – ci dice Vasta – è un processo simbolico, che alcuni realizzano vergando parole nere sulla carta bianca, ma che chiunque, più o meno consapevolmente, pratica mentalmente. Scrivere non è altro che un verbo che utilizziamo per indicare l’atto del rendere raccontabile la propria vita. E per fare questo è necessario saperla rileggere, accettandone i vuoti, ricomponendone i momenti, ritrovandone le prospettive. In definitiva, comprendendola.

Ed è così che un reportage si rivela la narrazione più consistente e matura che Giorgio Vasta ci potesse consegnare.


Giorgio Vasta-Ramak Fazel, Absolutely nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, Quodlibet-Humboldt Books, 2016, 291 pp. 22,50€.

Immagine di copertina: Salton Sea, Jim Riche Photography.