Site icon La Balena Bianca

The Young Pope e l’invisibilità del potere

Nelle chiese di rito orientale si trova spesso una parete divisoria decorata con icone che separa la navata dal santuario. L’iconostasi – così è chiamata la parete – nasconde alla vista dei fedeli il celebrante mentre officia il sacrificio eucaristico, per custodire il “mysterium fidei” dallo sguardo dei fedeli. La serie Young Pope di Paolo Sorrentino sembra proprio lavorare sul dialogo tra visibile e invisibile, descrivendo il luogo in cui nasce il mistero e si muovono i santi. Le studiatissime inquadrature di Sorrentino virano anch’esse verso la mistica, disegnando ritmi geometrici, per certi versi lontani dagli affreschi barocchi de La grande bellezza.

The Young Pope – coproduzione HBO, Sky, Canal+ e MediaPro – è la storia di Lenny Belardo, interpretato da un convincente Jude Law, neoeletto pontefice americano deciso a intraprendere un papato senza precedenti. Per attuare il suo piano dovrà fare i conti con le macchinazioni e gli inganni della curia e difendersi soprattutto dagli attacchi del cardinale Voiello, che per anni ha governato la stato pontificio nell’ombra. Paolo Sorrentino si cimenta per la prima volta in una serie televisiva senza snaturare la sua cifra stilistica, proseguendo piuttosto un discorso che porta avanti fin dagli esordi. Con il sorprendente Le conseguenze dell’amore e il successivo L’amico di famiglia il regista premio Oscar poneva infatti le basi di una galleria di ritratti del potere – o meglio di uomini plasmati o deformati da esso – che è proseguita con l’inquietante ritratto di Giulio Andreotti ne Il Divo e giunge al culmine con questo papa fuori dagli schemi. Lenny Belardo sembra rappresentare il grado zero del potere; eletto ormai da qualche giorno, il papa indugia a mostrarsi alle folle, si nega a chiunque, intento a ordire la sua trama. Come Bob Dylan che non ringrazia per il Nobel, Lenny Belardo sembra una rock star attorno al quale l’hype cresce inarrestabile, come in una campagna di marketing perfettamente congegnata. Il suo è l’ascetico desiderio di divenire incorporeo – “ho sempre studiato da papa invisibile” – e di esercitare un potere assoluto senza svendere la propria immagine ai fedeli.

Per Sorrentino è un ritorno al suo primo modo di fare cinema, misurato al centimetro, fondato sulla costante tensione degli elementi visivi e dalla continua disattesa delle aspettative di chi guarda. Il clima ansiogeno supera quello di un normale thriller per diventare noir metafisico, che ricorda da vicino le atmosfere di Twin Peaks, come fa notare giustamente il Guardian. È un continuo variare di registri, quasi fosse un contrappunto jazzistico eseguito alla perfezione: quando la scena si fa troppo solenne giunge improvviso il momento comico, la battuta sardonica, il tema musicale insolito o l’inquadratura che alleggerisce il tutto. Jude Law si muove con sufficiente naturalezza in uno dei ruoli più complessi della sua carriera. Belardo è un uomo sfuggente e molto sicuro di sé, condizionato da ferite dolorose che hanno radici nel suo passato. Sembra amare la chiesa ma non dio, o forse è questo che ci vuol far credere.

Sorprende come nell’arco ridotto di soli due episodi Sorrentino riesca a raccontare efficacemente una moltitudine di personaggi. Oltre all’insolito papa, conosciamo la sua consigliera Suor Mary, che una superba Diane Keaton trasforma nel perfetto contraltare di Lenny, monsignor Gutierrez, serafico cardinale interpretato dall’attore feticcio di Almodovar, Javier Càmara, il cardinale Spencer e soprattutto il cardinale Voiello, l’eminenza grigia del Vaticano, il papa nell’ombra interpretato da Silvio Orlando, che forse più di tutti gli altri rappresenta il vero personaggio sorrentiniano: uomo oscuro e moralmente discutibile, forse mosso da fini più grandi (una specie di Andreotti in abito talare).

Staremo a vedere nei prossimi episodi se il destino del giovane papa sarà quello di Celestino V, il primo papa ad abdicare nella storia della Chiesa o Bonifacio VIII, il papa che gli succedette, talmente malvagio da essere collocato da Dante tra i gironi infernali. Di certo The Young Pope si candida ad essere la serie più interessante dell’anno.