Site icon La Balena Bianca

Brexit – How did we end up here?

* Traduzione italiana in calce.

Last week the EU Referendum campaign in the UK took a devastating turn. Member of Parliament Jo Cox was murdered in cold blood by a right wing extremist while performing her public duties at an advice surgery for her constituents. Cox, a Labour politician known for her pro-EU stance and speeches about the positives of immigration and multiculturalism, was targeted by Thomas Mair who has been linked with far right nationalists and when asked his name in court responded with ‘death to traitors, freedom for Britain’.

Politicians from both referendum camps have called for a more respectful tone as the campaigning entered its final days. The debate has been divisive and misleading, marred by inflammatory language, dog-whistling and overt racism. From claims that millions of Turks are set to invade Britain, to Boris Johnson’s comments on President Obama and UKIP’s latest poster which may have violated racial hatred laws, the crux of the EU debate has never been about sovereignty, economics or democracy, but immigration. Its tragic consequences are the result of a failure on all sides to challenge the normalisation of racist rhetoric in British politics.

While Britain has an isolationist tendency when it comes to Europe, the prospect of leaving the EU was confined to relative political obscurity until the run up to the 2015 general elections. The rise of UKIP saw David Cameron jump on the bandwagon and promise a referendum in 2013, in the hope that this would placate party rebels and secure a Tory victory. As far as Cameron was concerned, Brexit was never supposed to be a reality. Yet according to the latest polls, the leave campaign is now in lead. Now that The Sun, whose politics have been aligned with all election outcomes since 1979, is urging readers to vote leave Brexit is looking more and more likely. While most remainers look on in dismay, how has this previously fringe ideology become mainstream?

The Overton Window is a political theory that describes the range of policies the voting public finds acceptable. The media, think tanks, pressure groups and fringe political groups play a key role in what is considered politically possible or reasonable. This is precisely what has happened with the immigration debate and Brexit. With UKIP shifting the Overton window to the right, a party once described by Cameron as ‘fruitcakes and loonies and closet racists’, has widespread anti-immigration sentiment paving the way for harsher policies and making Brexit a genuine possibility.

For too long mainstream political parties have failed to challenge the growing nationalist tendency. From Gordon Brown’s bigotgate to his ‘British jobs for British people’ policy and Ed Miliband’s immigration mugs – the centre left has struggled to genuinely engage with the immigration debate for fear of isolating their core voters.

More sinister however, is the Conservative party’s approach which is traditionally more hardline on immigration and has pandered to the right to win votes. In 2005 the Conservatives ran with the campaign strapline ‘it’s not racist to impose limits on immigration’. As Cameron took office a decade later, the media and politicians spoke of the need to create a ‘hostile environment’ for migrants in the UK. To this end new immigration quotas were introduced, benefits restricted and decreased and  immigration controls have been outsourced to universities, hospitals and private landlords. Last summer the UK border force were deployed to the so called ‘Jungle’ in Calais to dispel any myths that life is better in the UK in an effort to stop the ‘swarms’ of migrants and ‘bogus asylum seekers’ from coming.

What might have been a genuine debate about the pros and cons of EU membership has become a poisonous row spurred by media sensationalism and the politics of fear.

An MP is dead. English football hooligans engage in violence and chant pro-Brexit, anti-Irish and anti-German war songs. Nationalism in not just a UK phenomenon, but something all of Europe must grapple with. And we have been here before, yet how quickly we forget.

A change in tone is long overdue and racist rhetoric must not go unchallenged. In the now famous words of Jo Cox, we are far more united and have far more in common with each other than things that divide us’. We must not forget it.

Italian translation*

Brexit – Come siamo arrivati a questo punto

Settimana scorsa la campagna referendaria sulla possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha preso una svolta devastante. La parlamentare Jo Cox è stata uccisa a sangue freddo da un estremista di destra mentre esercitava i suoi doveri pubblici in un centro di consulenza per i suoi elettori. Cox, laburista conosciuta per la sua posizione pro-UE e per i suoi comizi in favore dell’immigrazione e del multiculturalismo, è diventata il bersaglio di Thomas Mair, legato ai nazionalisti di estrema destra. Mair, alla richiesta di identificazione in tribunale, ha risposto con “morte ai traditori, libertà per la Gran Bretagna”.

Politici da entrambi i lati della campagna referendaria hanno richiesto un tono più rispettoso per gli ultimi giorni della corsa. Il dibattito è stato controverso e fuorviante, segnato da un linguaggio calcolato e provocatorio e da un aperto razzismo. Dalle affermazioni che “milioni di Turchi sono pronti ad invadere la Gran Bretagna”, ai commenti di Boris Johnson sul Presidente Obama fino  all’ultimo poster del partito UKIP che potrebbe aver violato leggi razziali, il fuoco del dibattito sull’Unione Europea non è mai stato centrato sulla sovranità, sull’economia o sulla democrazia, ma sull’immigrazione. I recenti sviluppi tragici derivano dal fallimento bipartisan nel contrastare il processo di assuefazione alla retorica razzista in corso nella politica britannica.

Nonostante la Gran Bretagna abbia una tendenza isolazionista nei confronti dell’Europa, la prospettiva di abbandonare l’Unione godeva di scarso credito politico fino alla corsa per le elezioni nazionali del 2015. L’ascesa politica del partito UKIP ha spinto David Cameron, nel 2013, a saltare sul carro e a promettere agli elettori un referendum, con la speranza che questo placasse i ribelli del partito e assicurasse la vittoria dei Conservatori. Stando alle vere intenzioni di Cameron, Brexit non sarebbe mai diventata una realtà. Eppure, secondo gli ultimi sondaggi, la campagna a favore dell’uscita dall’UE è adesso in vantaggio. Ora che il quotidiano The Sun, la cui politica è stata allineata a tutti i risultati elettorali fin dal 1979, sta invitando i suoi lettori a votare per l’uscita, Brexit diventa sempre più probabile. Mentre i sostenitori del remain guardano avanti con sgomento, come ha fatto questa ideologia marginale a diventare tanto diffusa e condivisa?

La Finestra di Overton è una teoria politica che descrive la gamma di norme che gli elettori trovano accettabili. I media, i think thank, i gruppi di pressione e le minoranze politiche giocano un ruolo fondamentale in quello che è considerato politicamente possibile o ragionevole. Questo è esattamente quello che è successo con il dibattito sull’immigrazione e Brexit. Con lo spostamento della Finestra di Overton verso destra per mano dell’UKIP – il partito che una volta veniva descritto da Cameron come composto da ‘pazzoidi, svitati e razzisti repressi’ – ha diffuso un sentimento anti-immigrazione aprendo la strada a politiche più severe e facendo diventare la Brexit una possibilità reale.

Per troppo tempo i partiti politici principali hanno fallito nel contrastare i crescenti umori nazionalisti. Dal ‘bigotgate’ di Gordon Brown e il suo slogan ‘posti di lavoro britannici per gli inglesi’ fino alle tazze di Ed Miliband sull’immigrazione – il centro sinistra è stato restio a prendere posizioni nette nel dibattito, col timore di isolare la propria base elettorale.

L’approccio del partito conservatore è stato ancora più equivoco: tradizionalmente rigidi verso l’immigrazione, i Tories si sono spostati ulteriormente a destra per guadagnare voti. Nel 2005 hanno condotto la campagna elettorale con lo slogan ‘non è razzista imporre limiti all’immigrazione’. Quando Cameron è entrato in carica dieci anni più tardi, i media e i politici parlavano della necessità di creare un “ambiente ostile” per gli immigrati nel Regno Unito. A questo proposito furono introdotte nuove quote di immigrazione, i benefici assistenziali furono ristretti e diminuiti, e le procedure di controllo appaltate a università, ospedali e a proprietari privati di immobili. La scorsa estate le forze di frontiera britanniche sono state dispiegate nella cosiddetta ‘giungla’ di Calais per parlare coi migranti e sfatare i loro miti sull’alta qualità della vita nel Regno Unito, al fine di impedire l’arrivo di ‘sciami’ di migranti e ‘finti richiedenti asilo’.

Quello che avrebbe potuto essere un dibattito autentico sui pro e i contro dell’appartenenza all’UE è invece diventato uno schiamazzo tossico alimentato dal sensazionalismo dei media e dalla politica della paura.

Una parlamentare è morta. Gli hooligans inglesi ricorrono alla violenza e cantano inni bellici pro-Brexit, anti-Irlanda e anti-Germania. Il nazionalismo non è soltanto un fenomeno britannico ma qualcosa con cui tutta l’Europa deve fare i conti. Ci siamo già passati… eppure come dimentichiamo in fretta!

Un’inversione di marcia si aspetta da ormai troppo tempo, e la retorica razzista non può più restare impunita. Nelle parole ormai famose di Jo Cox, “siamo più uniti e abbiamo molte più cose in comune l’un l’altro di quante ci dividono”. Non dobbiamo dimenticarlo.

 

* Italian translation by Lorenzo Cardilli.