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Bagni di sangue: gli eredi di Wes Craven (prima parte)

Se n’è andato. Il primo di quel gruppo di vecchietti che hanno imbrattato di sangue le sale americane degli anni Settanta e Ottanta non fa più parte di questo mondo, portato via da un tumore al cervello. Così muore Wes Craven, il 30 agosto 2015, lasciandoci in eredità alcuni tra i più grandi horror della storia del cinema statunitense e un’icona immortale del genere come Freddy Krueger, l’abitatore degli incubi, il killer con gli artigli. Oltre a Nightmare (1984), Craven ha impressionato il suo pubblico con L’ultima casa a sinistra (1972), tanto grezzo quanto inquietante e volutamente sgradevole, Le colline hanno gli occhi (1977), da cui verrà tratto un eccellente remake, Il serpente e l’arcobaleno (1988), ambientato ad Haiti tra incubi e suggestioni voodoo, La casa nera (1991), dal profondo sottotesto politico, la saga di Scream (1996), che ha definito ed esplicitato le regole dello slasher. Insieme a registi come George Romero, Tobe Hooper, John Carpenter, Craven ha indelebilmente impresso la sua firma sul cinema horror a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta: era quello un cinema sporco, spesso sgradevole, figlio del Vietnam e dell’aria che si respirava in quegli anni negli Stati Uniti. I suoi protagonisti difficilmente erano mostri o esseri da un altro mondo, quanto assassini, subumani, redneck impazziti, fanatici religiosi, gli scarti di una società capitalista e consumista.

Molto si è scritto su questo gruppo di registi, meno sui loro eredi.

Wes Craven era “truly an Old School director”, come l’ha ricordato il suo amico Carpenter, pochi giorni fa, il pioniere di un genere che, esaurita l’onda dei grandi vecchi, non ha saputo rilanciarsi nel corso di tutti gli anni Novanta, tristemente privi della radicalità e del coraggio del cinema precedente. Tuttavia, le cose sono poi cambiate, e con l’avvento del nuovo millennio registi giovani e ambiziosi, non necessariamente americani, si sono affacciati al mondo del cinema horror, portatori di nuove idee e nuova linfa.

Cominciamo questo excursus sul nuovo horror occidentale con il racconto dei più importanti film e registi francesi degli ultimi quindici anni, coloro che più di tutti sono stati in grado di recepire e reinventare la lezione di Wes e dei suoi fratelli.

 

Alta tensione: l’orrore a cui non sei preparato

L’horror transalpino è appunto il filone più fecondo e originale del primo decennio del secolo. Tra tutti, è quello che più direttamente si ispira al periodo d’oro degli anni Settanta e Ottanta, ma è proprio grazie al suo superamento che riesce a trovare una sua personalissima dimensione. Se il tema delle famiglie di psicopatici e degli assassini all’arma bianca è frequente, spesso questi film tentano di staccarsi dalla mera rappresentazione della carneficina, e il guizzo finale e l’idea originale trovano sempre spazio negli ultimi minuti di film. Un esempio è certamente Alta tensione, uno dei primissimi e seminali film di questa nouvelle vague, diretto dal giovane parigino Alexandre Aja nel 2003. La storia racconta del calvario subito da Marie e Alexia, due giovani studentesse ritiratesi in una casa di campagna per preparare un esame e poi braccate da un ripugnante killer senza pietà. Tuttavia, nulla è come sembra e il twist finale getta nuova luce sull’intera vicenda, trasformando uno slasher piuttosto classico in una riflessione sull’amore e i suoi lati più oscuri. Ciò che resta impresso di Alta tensione, oltre al colpo di scena, è l’inusitato livello di violenza e crudeltà che forse lo spettatore dell’epoca aveva smesso di aspettarsi da un horror: il killer, particolarmente disgustoso nell’aspetto, uccide senza pietà e nella maniera più violenta possibile uomini, donne e anche bambini, talvolta, c’è da dire, scivolando nel grottesco, come quando ad esempio usa un mobile per spappolare la testa di una delle malcapitate vittime.

Frontiers: la donna imbrattata di sangue

Si può azzardare quindi che uno dei punti di forza a cui maggiormente i film di questi anni devono la loro popolarità sia stata proprio questa crudezza tutta europea che le loro controparti americane avevano clamorosamente smarrito, nel corso degli anni Novanta. Quello francese è soprattutto un cinema fisico, della materia, realistico (l’elemento metafisico è molto difficile da trovare), dove i personaggi sono letteralmente costretti a compenetrare i corpi dei propri aguzzini per raggiungere la salvezza. Veri e propri viaggi attraverso carne, sangue e materia cerebrale: l’immagine di una giovane donna (curiosamente le protagoniste sono spesso eroine femminili) completamente imbrattata di sangue è l’epitome di questo cinema. Un esempio per tutti è Frontiers (2007) di Xavier Gens, uno dei migliori esponenti del periodo, in cui i protagonisti, dopo una rapina, si trovano in fuga da Parigi nel bel mezzo delle violente dimostrazioni di piazza in seguito alla probabile elezione del candidato di estrema destra. Lasciatesi alle spalle le banlieu dove ancora infuria la rivolta, si ritrovano in un agriturismo gestito da una famiglia di neonazisti dediti alla conservazione della presunta razza pura. Al di là delle implicazioni politiche che francamente lasciano il tempo che trovano, il film è un vero e proprio viaggio all’inferno e ritorno, in cui la giovane Yasmine è costretta a imbrattarsi letteralmente di sangue da capo a piedi per sfuggire alla congrega di assassini. Tra tendini recisi, vittime cotte vive a vapore e uomini tagliati in due da gigantesche seghe circolari, Frontiers, che pure si ispira al filone southern gothic delle famigliole redneck fuori di testa, fa impallidire qualsiasi omologo americano in quanto ad efferatezza…

Le colline hanno gli occhi: tutto resta in famiglia

…Ad eccezione probabilmente del remake (2006) di Le colline hanno gli occhi, che, guarda caso, è diretto da Aja. Nel suo esordio americano una classica famigliola americana in gita si ritrova braccata da un clan di subumani resi deformi dagli esperimenti nucleari, dediti a stupro, cannibalismo, omicidio. A risolvere la situazione a colpi di ascia è il timido genero, democratico e contrario alle armi, costretto infine a scatenare il suo lato più violento e bestiale che nemmeno credeva di possedere. Vittima per tre quarti di film delle violenze dei mutanti, lo spettatore ottiene infine la giusta ricompensa: la riscossa finale è catartica e liberatoria, e il livello di sangue versato è proporzionale al solo intrattenimento del pubblico.

A l’interieur: l’orror al femminile

Che dire poi di À l’intérieur (2007)? Il film della coppia Alexandre Bustillo e Julien Maury, un altro dei classici del genere, è uno degli horror più truci e radicali mai girati, un’opera asciuttissima ed essenziale che rinuncia a qualsiasi tentativo di caratterizzazione dei personaggi o di sviluppo narrativo per mettere in scena una violentissima battaglia domestica tra due donne. Da una parte la giovane e gravida Sarah (il cui parto è programmato per il giorno successivo), dall’altra l’ineffabile antagonista, una donna senza nome (nei titoli è semplicemente La femme) decisa a strapparle il bambino dal ventre senza apparenti motivi. Una sfida tutta al femminile, in cui i comprimari maschili non sono niente altro che carne da macello destinata al massacro più raccapricciante. L’orrore della gravidanza è il tema centrale del film, e il sangue, la carne martoriata, le interiora ne sono i protagonisti. Il corpo come ripugnante ricettacolo di orrori, il cinema che si traveste da body art.

La Horde: bene e male contro il Male

Un film ben più leggero ma comunque grondante sangue è quel La horde diretto nel 2009 da Yannick Dahan e Benjamin Rocher: seguendo la struttura di Dal tramonto all’alba, il film comincia come un violento polar alla Olivier Marchal per poi trasformarsi improvvisamente in un horror d’azione, con poliziotti e criminali che dovranno forzatamente allearsi per sfuggire a una palazzina infestata da morti viventi. Pur con qualche perdita di ritmo nella parte centrale, La horde è un solido divertissement capace di saziare lo spettatore alla ricerca di facile ma robusto intrattenimento.

Ils: l’ombra di Carpenter

Non solo cadaveri e interiora, l’horror francese sa fare paura anche senza spargimenti di sangue. Ils (2006) di David Moreau e Xavier Palud, un altro dei capisaldi del filone, racconta le vicende di una coppietta ritiratasi in una casa di campagna e aggrediti durante la notte da assassini senza nome. L’assedio da parte di killer senza volto e senza motivazione viene dal classico Distretto 13 di Carpenter, ma in questo film ciò che conta più che l’azione è la tensione, che prolungata oltre i limiti regge anche senza mostrare una goccia di sangue.

Calvaire: l’attrazione della follia

In Calvaire (2004) del belga Fabrice Du Welz è invece la follia a fare da grande protagonista. Si comincia da premesse abusate, con la vicenda di un cantante costretto a rifugiarsi in un alberghetto sperduto in seguito al malfunzionamento del proprio furgone, per arrivare al demente tripudio finale, dove follia e squilibrio, sottilmente incombenti per tutto il film, fanno finalmente il loro trionfale ingresso. Rispetto agli altri film la pellicola di Du Welz è decisamente particolare, per la regia più autoriale, la fotografia dai colori stranianti, i tempi più dilatati, quasi che fosse un film di un’altra epoca. Tre almeno sono le sequenze d’antologia: la scena in cui i redneck si cimentano in una folle danza all’osteria; il momento in cui la sanità del protagonista finisce in frantumi, con tanto di close up sull’occhio, evidente citazione da Non aprite quella porta; il finale muto, nella neve, tra i boschi, che sembra uscito da un film di Herzog.

Martyrs: oltre i limiti

Quando si parla di horror francese, però, non si può non essere consapevoli di trovarsi all’interno di un percorso dalla destinazione ben precisa, culmine assoluto e definitivo: Martyrs (2008), il folle capolavoro di Pascal Laugier. Martyrs è un film irraccontabile, un viaggio senza speranza nel dolore e nella sofferenza, una via crucis tanto per i protagonisti che per gli spettatori, il cui livello di sopportazione è messo a dura prova come mai prima. Un film che finisce dopo mezzora e subito ricomincia, per poi di nuovo morire e di nuovo rinascere, per il lungo e straziante terzo atto culminante con la rivelazione finale. Un’esperienza ardua da digerire, difficilmente considerabile intrattenimento, ma in grado di lasciare il segno a lungo nello spettatore che boccheggiante lascerà la sala al termine del calvario.

La seconda parte delle serie sui migliori horror del nuovo millennio la trovi qui