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Gli inglesi lo fanno meglio – A proposito di Broadchurch e Glue

Parlando di serial, ho ormai maturato da parecchio tempo la convinzione che quelli britannici siano migliori. Migliori, senza articolo determinativo davanti, un giudizio generico. Non parlo di specifiche tecniche, sicuramente per 90210 – lo spin-off, non l’originale – a Los Angeles avranno sparato cifre per cui la produzione di Shetland si sarebbe messa a piangere, quanto di una più generica percezione da spettatrice affezionata che consuma minuti della sua vita guardando indiscriminatamente qualsiasi nuova uscita. Per questo vorrei parlarvi di due perle di quella che chiamerò tornata autunno/inverno 2014/2015: Broadchurch, alla sua seconda stagione, e la mini-serie da otto puntate Glue.

Broadchurch l’ho scoperto in ritardo, la scorsa primavera, e l’ho bruciato nel minor tempo possibile: finita l’ultima puntata ho gridato al miracolo. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Broadchurch è un serial britannico, la prima stagione è andata in onda da marzo 2013, la seconda da gennaio 2015. La vicenda è ambientata nel Dorset e prende le mosse dall’omicidio di un ragazzino e dalle relative indagini. Ora, non voglio concentrarmi sulla trama perché le premesse sono quelle di rito della gran parte dei serial thriller, da Twin Peaks a The killing: un piccolo paese, un detective con problemi personali, i sospetti sulla famiglia, i compaesani ficcanaso e ambigui. Insomma, non sono i singoli elementi a fare la forza di Broadchurch, quanto il sapiente gioco che il suo ideatore e sceneggiatore, Chris Chibnall (che nel suo curriculum ha Law & Order: Uk, Torchwood e Doctor Who) ha saputo creare attorno a una vicenda tendenzialmente banale, complici indubbiamente i due attori protagonisti, lo scozzese David Tennant e l’inglese Olivia Colman. Tennant ha una chilometrica e meritatissima filmografia (a proposito, lo sapete che ha iniziato la sua carriera con uno spot contro il fumo?) mentre la Colman nonostante sia sulla quarantina è sugli schermi solo dai primi anni duemila. E, beh, è bravissima. Davvero, Olivia Colman è bravissima, alla sua faccia succedono delle cose che sarebbero impensabili per chiunque non sia fatto di cera: i suoi lineamenti si distorcono, le guance, la fronte, tutto prende parte a risa isteriche, pianti disperati, momenti di rabbia in cui ogni singolo muscolo del viso sembra voler implodere in se stesso. Varrebbe la pena guardare Broadchurch anche solo per lei.

Tennant e la Colman sono il detective Alec Hardy e l’agente Ellie Miller, incaricati di trovare il responsabile della morte del piccolo Danny Latimer. Se Hardy arriva a Broadchurch con un bel po’ di problemi pregressi, l’agente Miller ha una famiglia felice e una vita serena e noiosa di cui gli uffici turistici del Dorset andrebbero fieri. Tra i due non si creano complicazioni né scontati romanticismi: sono due persone che cercano di svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi, nonostante non abbiano intuizioni geniali e un infallibile fiuto per il crimine e nonostante gli abitanti di Broadchurch abbiano delle vite tanto provinciali quanto incasinate da destare sospetti e intralciare le indagini con il solo fine di salvaguardare la tranquillità del loro giardino. Eppure Broadchurch, con i suoi personaggi sfacciatamente normali, ha una trama che si mantiene salda senza allentarsi nemmeno per un attimo e chi lo guarda deve arrendersi all’evidenza di dover per una volta limitarsi a godere della storia senza capire nulla di quanto sta succedendo. Non c’è supposizione che tenga, la narrazione si ingarbuglia di puntata in puntata demolendo ogni volta certezze faticosamente costruite. D’altronde non è certo un risultato sorprendente, se si pensa che gli stessi attori non hanno saputo chi fosse l’assassino di Danny fino alla penultima puntata. Per ottenere il risultato finale, oltre ad un’ottima recitazione è stata probabilmente indispensabile anche quell’inconsapevolezza degli interpreti che, come i loro personaggi, si muovevano senza sapere dove le indagini li avrebbero condotti.

Da questo punto di vista, allora, la prima stagione è certamente meglio riuscita della seconda, che si snoda lungo una doppia linea narrativa in cui viene seguito da un lato il processo per l’omicidio di Danny e dall’altro un vecchio caso incompiuto di Hardy. Se un processo, per quanto ricco di colpi di scena, può difficilmente basarsi sulla medesima suspense di un’indagine, le ricerche relative a un vecchio omicidio insoluto si rivelano nel loro esito abbastanza prevedibili e forse potevano essere gestite con più accortezza. Sia ben chiaro però che in questo caso la prevedibilità non influisce sulla godibilità del prodotto e anche la seconda stagione, sia sul piano del racconto che su quello della recitazione, è assolutamente da non perdere. Basti dire che è stato creato un ruolo appositamente per Charlotte Rampling.

Charlotte Rampling: non penso di dover dire altro.

Passiamo quindi a Glue, otto episodi scritti da Jack Thorne che, dopo Skins, torna a parlare di tardo-adolescenti e droghe sintetiche. Come nel caso di Broadchurch, la trama di Glue ruota attorno alle indagini per l’omicidio di un ragazzino, Cal Bray, nella campagna inglese, il Berkshire, che offre paesaggi decisamente meno tormentati delle scogliere del Dorset. Thorne, che riprende l’impostazione di Skins anche per quanto riguarda la suddivisione in episodi focalizzati sulle storie personali dell’uno o dell’altro personaggio, muove oltre il thriller per costruire un percorso di transizione da una giovinezza sventata a un’età adulta più consapevole. La commistione di generi in questo caso si rivela vincente, l’indagine, che è anche la parte più articolata e consistente della narrazione, consente di ambientare una turbolenta vicenda adolescenziale in un paese di campagna in cui la vita ruota principalmente attorno a un maneggio e alle corse di cavalli, piuttosto che in un quadro di disagio suburbano. In questo nuovo contesto la droga non viene più utilizzata da Thorne come metafora di ribellione quanto come semplice svago in una lenta esistenza campestre. I protagonisti di Glue sono infatti stanchi ragazzi di provincia, forse qualcuno andrà all’università, ma la maggior parte di loro resterà in paese e lavorerà nel maneggio o nella fattoria di famiglia. Sono sconsiderati ma fondamentalmente perbene e non si aspettano che le loro dinamiche vengano sconvolte dall’omicidio di un amico di qualche anno più giovane. Non solo thriller e non solo racconto di formazione, Glue è anche la lucida rappresentazione di un’Inghilterra multietnica in cui la cultura tradizionale si scontra con nuove tradizioni e mentalità. Cal, infatti fa parte di una comunità rom, così come suo fratello Eli e Ruth, la giovane agente che a suon di tentativi ed errori segue le indagini. Non c’è buonismo, nella sceneggiatura di Thorne, tutti hanno i loro segreti, i rom così come la polizia, e tutti hanno un ottimo motivo per cercare di proteggerli. Sebbene fin dall’inizio sia evidente l’estraneità dall’omicidio di alcuni personaggi, il finale di Glue è in ogni caso inaspettato: una conclusione che è un coup de théâtre perfettamente in linea con il resto della narrazione.

Il plot è insomma molto coinvolgente ma la forza di Glue, come quella di Broadchurch, sono gli interpreti. Tutti nati tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, tra il goffo e il fascinoso, mostrano senza pudore la confusione e le sfaccettature caratteriali che l’adolescenza trascina con sé. Tra le figure più rilevanti ci sono sicuramente quella di Tina, che potrebbe essere considerata la protagonista se non facesse parte di una costruzione più ampia, interpretata da Charlotte Spencer e di Eli, il modello e attore Callum Turner. Belli da svenire, Tina e Eli potrebbero reggere da soli gran parte della baracca, se non fosse che Glue è uno di quei rari casi di cui si può dire che non ci sono piccoli attori e neppure piccole parti. In ogni caso, nel mosaico di ruoli, la figura più riuscita è sicuramente Rob (Jordan Stephens), fidanzato di Tina, a cui nelle prime puntate viene assegnato l’infausto ruolo del giovane deficiente. Sembra che Rob viva con meno intensità, quasi con indifferenza, il trauma della morte dell’amico, ma va incontro a una metamorfosi per cui si rivela, in modo totalmente inaspettato, il personaggio più interessante del serial.

Se allora Broadchurch si fonda sulla costruzione della trama, Glue considera maggiormente i suoi personaggi, ma entrambi i serial sono legati da una stessa costante: la narrazione è cullata dal paesaggio inglese, che si tratti di scogliere o di brughiera, il verde, l’ocra e l’azzurro, intensi e onnipresenti, attenuano la crudezza delle vicende umane e tuttalpiù le accompagnano.

Chi non ha mai guardato queste due serie dovrebbe allora provare a concedergli almeno una serata, anche solo per quel cielo basso e nuvoloso che protegge i personaggi e le loro storie. Per quanto mi riguarda, ho trovato Broadchurch e Glue quasi perfetti sia nella resa sia nell’idea a cui rimandano, ma devo ammettere che finora non ho ritrovato l’ampiezza di respiro dei serial inglesi in nessun altra produzione. Con questo non voglio certo dire di non aver apprezzato, in alcuni casi quasi idolatrato, svariati serial americani, canadesi e francesi ma il mio responso, per ora, è inappellabile: gli inglesi lo fanno meglio.