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I libri non cambiano la vita: intervista a Gianluca Mercadante

mercadante

di Frank Bassano

Gianluca Mercadante, classe 1976, vive e lavora a Vercelli. Giornalista e scrittore, ha pubblicato diverse raccolte di racconti, piccoli pamphlet, romanzi brevi e pure favole per bambini (su tutti, ricordiamo Polaroid e Cherosene, entrambi pubblicati per i tipi di Las Vegas edizioni). Molti suoi racconti sono apparsi per altrettante riviste e antologie. I suoi generi prediletti sono il giallo e il noir. Si guadagna da vivere facendo il parrucchiere. La sua ultima fatica letteraria si intitola Caro scrittore in erba (Las Vegas ed., Prefazione di Gianluca Morozzi), in cui si interroga con passione, leggerezza ed amara ironia sulle ragioni e gli affanni del mestiere di scrivere. E La Balena Bianca non si è lasciata sfuggire l’occasione per dialogare su questo argomento a noi caro.

 

Cominciamo con una domanda multipla. Come nasce l’esigenza di scrivere un libro (che, per inciso, ho apprezzato) sulla scrittura e sul mestiere di scrivere dopo la mole di parole spesa in (s)favore dell’argomento (penso anche all’ultimo libro di Giuseppe Culicchia)? Inoltre, ho una curiosità: tra le righe s’intuisce la tua passione per Antonio Moresco (passione peraltro condivisa dal sottoscritto), dunque ti chiedo: è possibile scrivere ancora qualcosa sull’argomento dopo il suo «Lettere a nessuno»? E in qualche modo ha influito sulla tua scelta? Insomma, parlaci della gestazione di «Caro scrittore in erba» e del tuo particolare punto di vista.

Non scomoderei Moresco per così poco, la gestazione di Caro scrittore in erba è avvenuta mentre tiravo le somme in merito alla mia attività in ambito editoriale, che si aggirava pressappoco sui dieci anni o giù di lì, e mi era perciò parso il caso di interrogare meglio, e possibilmente con un briciolo di salvifica ironia, uno sconcertante dubbio sorto a seguito di questi ragionamenti. Pubblicare libri mi stava facendo passare la voglia di scriverli. Valeva la pena di continuare comunque a farlo? Ho cercato di rispondermi.

La struttura non è, diciamo, canonica, anzi l’ho trovata molto originale: è suddivisa quasi in ‘momenti’ mi verrebbe da dire, in cui capitoli narrati in prima persona, aneddoti e ‘cronache dagli esordi’ si alternano a dialoghi molto accesi, taglienti e tragicomici. Come mai questa scelta?

M’interessava soprattutto raccontare i “riti di passaggio”, i “momenti”, come li definisci tu, che uno scrittore passa durante il suo percorso, dalla stesura di un romanzo alla sua pubblicazione – e poi seguirlo dopo, quando il libro esce e le cose, invece di decollare, si complicano ancor peggio. Chi si nutre di scrittura, e crede in ciò che fa, rischia di buttarsi a capofitto in un mondo, quello editoriale, le cui logiche possono rivelarsi tutt’altro che tali. Ho pensato che un’armatura potesse tornare utile. È chiaro che a tale scopo una struttura aperta, e al tempo stesso “a scomparti stagni”, sarebbe stata la scelta ideale.

Mi ha colpito molto una tua affermazione inaspettata. A pagina 72 dici, riassumendo, che secondo te i libri non cambiano la vita, e tra parentesi aggiungi che in separata sede avresti spiegato il motivo. Bene, è giunto il momento di esporre le tue titubanze.

Molto semplice: leggi un libro in un dato periodo della tua vita e ne trai una certa lettura. Se lo stesso libro lo riprendi anni dopo, il tuo punto di vista è completamente cambiato. E magari hai fatto proprio quello che il libro ti aveva in qualche misura suggerito di fare: un viaggio a piedi, uno sconvolgimento totale del tuo modo di intendere la vita stessa, o chissà cos’altro. Passano gli anni, riprendi in mano quel libro e tutto ti sembra assurdo, banale. O, in ogni caso, non più così incredibile come ti era sembrato la prima volta. Non sono mai i libri a cambiarci, siamo noi che cambiamo per spinta naturale, perché è così che deve andare. Le buone letture, però, possono aiutarci a nominare e riconoscere il mondo. E credo ci si giri molto meglio, se armati di parole.

Lungo il tuo cammino sei diventato anche giornalista e collaboratore di testate culturali importanti come Pulp (r.i.p.) e Satisfiction. Come ti sei trovato, e ti trovi, in questa veste diametralmente opposta eppure speculare al mestiere di narratore?

Mi sono cibato di letture da sempre, parlarne in pubblico o per iscritto, in veste di “critico letterario” (ammesso che un simile ruolo possa ancora avere senso, in mezzo alle orde di tuttologi dell’intrattenimento di massa), è una sorta di restituzione del maltolto. Ho imparato tanto, leggendo, che male c’è nel consigliare a terzi di farlo a loro volta?

Mi sono chiesto come mai nel libro non parli mai del tuo lavoro principale, quello che ti occupa maggior tempo ed energie e so che ami molto (oppure ne hai parlato, non me ne sono accorto e sto facendo una figura di palta). Te lo chiedo perché mi sembrava un tassello utile per il giovin sognatore che coltiva la scellerata speranza di poter campare solo scrivendo, soprattutto di questi tempi grami; ed è un tasto, quello economico, che non manchi di pigiare ripetutamente, e giustamente, nelle pagine.

Pigio il tasto economico perché pagare chi lavora è giusto. Pigio il tasto della parola “lavoro” perché viviamo in un Paese dove scrivere è considerato un vezzo, un hobby – e, dati i guadagni che effettivamente se ne traggono, tutto sommato si potrebbe anche dar ragione a chi la pensa così. In un simile panorama, è pressoché impossibile mantenersi scrivendo, ed è dunque fatale, nonché sottinteso, che sia un’altra, e più modesta in termini di appeal, la professione con cui paghi le bollette. Chissà come mai su Facebook ben pochi utenti dichiarino di fare il carpentiere, o l’idraulico, o il magazziniere; in compenso, non si contano gli scrittori, le scrittrici e artisti vari. Comunque: sono un figlio d’arte, faccio il parrucchiere, mestiere che ho ereditato da mia madre e che sono fiero di esercitare, nonostante Equitalia. Ho evitato di parlarne in questo lavoro solo perché ne ho già parlato in un mio libro del 2005, Nodo al pettine – Confessioni di un parrucchiere anarchico, che ebbe pure un discreto successo. In qualche modo penso che Caro scrittore in erba chiuda un cerchio, sia la seconda metà della stessa mela.

Mi piacciono i finali felici, di conseguenza ti chiedo un elenco di buoni motivi per cui intraprendere seriamente la folle impresa di Scrivere, che ti auguro di cuore di continuare con la passione e la sincerità che hai infuso in questo libro.

Ce n’è uno solo: essere servi del proprio talento. Che è una maledizione, non un modo per fare soldi. Che è necessità viscerale, non un’intervista da Fazio. Che è voglia di apprendere un mestiere artigianale, non mettersi al servizio del marketing assassino imposto dalle major editoriali, un meccanismo perverso, capace di produrre perfino i libri in serie, come le scarpe, le automobili e i format televisivi. Tutto il resto non è noia: è scrittura.