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La natura morta (o ancora viva) di Uberto Pasolini

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di Massimo Cotugno

All the lonely people (where do they all come from?)

Partiamo dal titolo del film: Still Life, ambigua espressione inglese che indica un soggetto tipico della storia dell’arte, tradotto in italiano con Natura morta, ossia la composizione più o meno complessa di oggetti inanimati, immobili.

Still life e Natura morta. Vita e morte. Curioso come i termini che definiscono il medesimo soggetto pittorico comprendano nella lingua anglosassone la parola vita, mentre in quella latina il suo opposto, la morte. Come se si fosse di fronte a un dubbio: cosa definisce la vita e la sua assenza? Può la rappresentazione donare vita anche agli oggetti che non la posseggono?

Può il ricordo riportare in vita chi non c’è più?

John May lavora in un ufficio comunale, il suo compito, per l’esattezza, consiste nel rintracciare i parenti di persone trapassate nella più totale solitudine. L’oggetto più comune, un biglietto di auguri, bottiglie vuote o dei vecchi dischi possono risultare preziosi nella sua singolare attività di detective per conto di fantasmi che non cerca più nessuno.

Come un inutile Caronte, lo zelante e meticoloso impiegato si affanna nel ricostruire antichi legami e interrotte connessioni, affinché la storia del defunto riemerga e il viaggio nell’aldilà non si compia in assoluta desolazione. Quando ciò non gli riesce, si incarica egli stesso di disporre la messa, sceglie una bara confortevole, prepara le canzoni per la cerimonia e scrive due parole per il prete, un discorso celebrativo inventato ovviamente, in cui realtà e fantasia si mescolano, ricostruendo una vita che nessuno ricorda. Come accade nella celebre canzone dei Beatles, Eleanor Rigby, commovente inno a tutte le persone sole, dove un padre McKenzy celebra un funerale al quale nessuno parteciperà; i Beatles e questo film si pongono in fondo lo stesso interrogativo: da dove vengono tutte queste persone sole? Da cosa è generato questo irreversibile isolamento? Ѐ esistita una persona il cui passaggio sulla terra nessuno può dimostrare?

Uberto Pasolini, produttore e regista italiano che lavora da sempre in Inghilterra, traccia con mano ferma la vita estremamente ordinaria di John May, agevolato in questo compito da uno straordinario Eddie Marsan, capace di costruire con un’intensa recitazione in levare i tratti di un semplice custode di vite altrui, grazie alle quali occupa interamente la sua solitaria esistenza.

Lo troviamo infatti intento, durante il film, a collezionare in un album tutte le foto di quelle persone a cui non ha saputo riconsegnare un passato e del cui vissuto si trova ad essere unico testimone.

Impossibile non paragonare questo personaggio al protagonista del romanzo Tutti i nomi del premio Nobel Saramago, il signor José, grigio ausiliario dell’Anagrafe di una città senza nome, il cui compito è trasferire i nomi dei deceduti dall’archivio dei vivi a quello dei morti. José condivide con John May la passione per le vite degli altri (non avendone una propria) e colleziona articoli o schede anagrafiche di personaggi famosi, finché non si imbatte nella scheda di una donna sconosciuta che cattura la sua attenzione e lo porta a stravolgere il suo piccolo mondo di confortevoli certezze. Lo stesso accadrà a John May, con la risoluzione del suo ultimo caso prima del licenziamento: nella sua ricerca troverà molto più di quanto potesse sperare.

Still Life è un film sobrio, diretto senza fronzoli e manierismi, in un equilibrio perfetto che lo tiene lontano da pericolosi scivoloni nel patetismo o stucchevole retorica. Il tema della colonna sonora rispecchia la semplicità della pellicola, sottolineando le scena senza mai appesantirla.

Un piccolo gioiello, insomma, questo film, che ricorda come il buon cinema si possa ottenere con pochi elementi e una solida sceneggiatura.

Still Life (Gran Bretagna 2013, commedia / drammatico 87′) di Uberto Pasolini; con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Neil D’Souza, David Show Parker, Michael Elkin, Ciaran McIntyre, Tim Potter