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«L’aria pesa per la gola»: recensione a «Dorsale»

 

Volendo iniziare a farsi un’idea di questo secondo libro di Maurizio Landini scorrendone l’indice, ci si trova davanti ad un elenco di venti testi: il primo, che dà il nome alla raccolta, si intitola Dorsale, mentre l’ultimo Ogni partenza. Tra questi due riferimenti si apre poi un elenco numerico da I a XVIII che in un primo momento, certamente condizionata dal titolo, a livello visivo mi ha fatto pensare ad una successione di costole, ad una spina dorsale.

Il titolo che ho scelto per questa recensione è tratto da un verso dell’ottavo di questi testi. L’ho scelto perché rispecchia esattamente quello che stavo provando a quel punto della lettura: il peso dell’aria che attraversa la gola nella pronuncia del suono, e con esso, il peso del significato delle parole che quel suono veicola.

Non si può certo dire che la calviniana leggerezza appartenga alla scrittura di Maurizio Landini. Al contrario, quella che è richiesta al lettore è una fatica, uno sforzo fisico e intellettivo che parte proprio dall’esigenza di leggere ad alta voce i testi che si hanno davanti.
Negli anni del boom performativo della poesia, in cui gli autori stessi in varie occasioni più o meno festivaliere propongono al pubblico le proprie letture, questo bisogno di vocalità potrebbe sembrare  qualcosa di non troppo originale. L’originalità, invece, sta nel fatto che qui è il lettore a dover alzare la voce sentendo la fatica fisica della dizione e accettando le pause che Landini gli impone attraverso spazi bianchi e punteggiatura.

L’aspetto più interessante di queste poesie sta infatti proprio nel lavoro prosodico che ne ha scandito la costruzione per raggiungere risultati stranianti e rallentanti.
Le parole, decostruendosi, aprono livelli di significazione inaspettati, costringono alla riflessione sul linguaggio e sul suo rapporto con la realtà. Tanto più che spesso di tratta di vocaboli estremamente realistici e quindi, apparentemente, denotativi nel modo più immediato: i soggetti sono mani, vene, volti, occhi, labbri, sangue, pollici, corpo, dorsi, ossi, seme, palmi, cuore, costole, i contesti in cui si inseriscono campi, pareti, treni, terra, case.

Tutto è solido in questa poesia, tutto è materia pesante, piombo, ferro, chiodi, malta. Ma proprio laddove tutto dovrebbe essere più concreto e tangibile la costruzione della realtà si stacca dal linguaggio, la logica del discorso complessivo sfugge e apre una lacerazione: i termini più ricorrenti nella raccolta, non a caso, sono proprio quelli che, dolorosamente, “dividono”: ferita, taglio, faglia, binario, lesione, perdita e infine partenza, che dà il titolo all’ultimo testo.

Anche la precedente raccolta di Maurizio Landini, del resto, si costruiva attorno ad una mancanza, quella del padre, di fronte alla quale la poesia fungeva da panacea, da unico possibile tentativo di avvicinamento: «Si va con la poesia | incontro alla morte», spiegava infatti il primo testo.
In Dorsale l’interlocutore è invece una donna, un tu che non viene mai nominato ma che si configura all’insegna di una sfuggente piccolezza, bianchezza, leggerezza, possibilità di mancanza.

Attraversati tutti i testi della raccolta si torna quindi all’ultima pagina del libro, davanti a quello stesso indice da cui tutto era cominciato, e si legge nuovamente la parola dorsale. Questa volta però salta alla mente la possibilità che si tratti della dorsale intesa in senso geografico, come punto di divergenza di placche terrestri, come ennesima separazione.
Poi ci si ricorda della prima intuizione e torna l’idea che quella successione numerica di testi, fondamentali l’uno all’altro, possano costituire l’unica catena ancora intatta, l’unica speranza, affidata ancora una volta alla poesia, di poter sorreggere tutta la fragilità dell’esistenza con una spina dorsale fatta di parole.

 Maurizio Landini, Dorsale, Milano, Marco Saya Edizioni, 2013, pp. 34, € 7.