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Oggetto? No, soggetto

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di Laura Antonella Carli

Nella casa museo di Illiers-Combray dedicata a Marcel Proust è conservata una riproduzione della celebre madeleine, il biscotto spugnoso che nella Recherche rappresenta la chiave d’accesso ai ricordi d’infanzia, un vero e proprio feticcio della memoria.
È con la descrizione di questo feticcio letterario – al principio un autentico dolce, poi sostituito da un’imitazione di plastica – che si apre il romanzo di Michele Mari Tutto il ferro della torre Eiffel. Attraverso i feticci culturali e i feticismi dei pensatori, degli artisti, dei cineasti e degli aviatori, Mari imbastisce un universo allegorico in cui le cose si animano, gli oggetti letterari si reificano e le reliquie possono essere chiavi di salvezza o dannazione. Il protagonista è niente meno che Walter Benjamin, che vagabonda per i passages parigini alla ricerca dell’aura perduta, perché la sua malinconia non riesce a rassegnarsi alla serialità che la produzione industriale ha inflitto all’opera d’arte.

Il libro Non è cosa, pubblicato da Elèuthera, è la riedizione aggiornata di un testo del 2007 scritto da Franco La Cecla in collaborazione con l’artista Luca Vitone, in un originale sodalizio tra antropologia e arti visive. Anche La Cecla e Vitone sono alla ricerca dell’aura, di quel surplus di significato che gli oggetti si portano appresso e che La Cecla chiama “oggettualità”, ovvero la capacità di un oggetto di interagire con chi lo usa, di “trasformare l’utente”. E ognuno dei due autori cerca di condurre il fruitore alla meta utilizzando i ferri del proprio mestiere: La Cecla tramite un percorso saggistico sulla vita affettiva degli oggetti, e Vitone attraverso illustrazioni tratte dal progetto d’arte Non siamo mai soli, dedicato al mondo delle cose in quanto oggetti di affezione e viatici della memoria. Prendendo le mosse dal tema, caro a Benjamin, del legame reciso tra gli oggetti e la loro singolarità, La Cecla e Vitone intraprendono un percorso su doppio binario teso a riconciliare la nostra “società mercantile occidentale” con la vita emotiva degli oggetti, per ricordarci che anche le cose abitano il mondo e si rapportano a noi in uno scambio reciproco di significati e sensazioni.

Il contributo di Vitone muove da una sfera personale: una rassegna di oggetti (delle pantofole, una scatola di pastelli a cera, una copia dei Promessi sposi) che lui stesso o i suoi familiari hanno usato, consumato, amato, accompagnati dalla mappa della casa da cui sono stati prelevati, con indicato il punto esatto in cui erano conservati. Contro il “discorso universale degli oggetti industriali”, che pretendono di essere uguali nella baraccopoli di Dharavi come nel centro di Parigi, Vitone propone una deissi estrema: quel tavolo in quel punto di quella casa, con tutto il bagaglio storico ed emotivo che ne consegue. “Una delle derive che il nostro tempo si porta appresso”, spiega La Cecla, “è la fede cieca nell’inerzia della materia”. Complici di questa visione Karl Marx e Sigmund Freud, per i quali gli oggetti diventano feticci perché si proietta su di loro una sacralità e un’intimità che non compete loro. Il contrappunto è invece offerto dall’animismo del mondo indigeno o dai residui animisti nelle varie culture: dagli oggetti di culto, come l’immagine di Krsna bambino, alla potenza di cui sono caricati gli averi dei defunti nelle culture afroamericane. Non che la nostra cultura sia estranea alla vocazione sovrasensibile delle cose, anzi. Semplicemente la rifiuta, in nome di un materialismo che diventa “metafisica della neutralità”.

All’espressione “feticcio”, alla “creolizzazione” degli oggetti e al concetto di “esoticità” sono dedicati i primi saggi, che ben si prestano a fare da introduzione. Seguono riflessioni su categorie di oggetti più specifiche, come i giochi per l’infanzia. Le vetrine dei negozi di giocattoli con le loro minute riproduzioni di personaggi dei media sono veri e propri specchi di come la nostra società adulta guarda al mondo dei bambini: “homunculi che giocano con miniature di homunculi”, minori in quanto portatori di un handicap: non essere adulti.

Riflettendo sul legame emotivo che è possibile intrattenere con un oggetto, il primo pensiero va forse ai doni, tutti pregni dell’intenzionalità di chi fa e di chi riceve il regalo. Al dono La Cecla contrappone il pegno, che a differenza esige il nostro ritorno fisico e porta con sé una promessa di riscatto. Si sofferma in particolare sull’istituzione del Monte di Pietà dall’architettura “modesta e austera”. Lo descrive bene Elias Canetti nel suo Auto da fé quando parla dell’imponente edificio del Theresianum come di un “grande cuore regale” che accumula un tesoro fatto di centesimi: “i mendicanti portano i loro cenci, il cuore è vestito di velluto e di seta”. Il vero oggetto del pegno è un frammento della propria storia personale, e il vero prezzo da pagare è il legame che si viene a creare con l’istituzione. È il fantasma di Michel Foucault che aleggia in queste pagine.

La Cecla conosce bene Foucault e come lui è uno di quei saggisti che, pur portando avanti le proprie tesi con puntualità, non dimenticano mai la “bella scrittura”. Con il suo stile fluido, quasi letterario, ci parla degli oggetti lasciati in eredità e di quelli dati in elemosina. E dei rifiuti, naturalmente. Il capitolo ha un titolo bellissimo, epico: I resti del mondo. Se gli oggetti hanno davvero qualcosa da dirci, nulla è più eloquente di ciò che abbiamo deciso di buttare. I rifiuti sono la nostra cattiva coscienza, il nostro inconscio vergognoso, il nostro rimosso. Ma hanno anche un lato lusinghiero: lo spreco è la prova tangibile della ricchezza. Per questo non ci piace vedere quelle economie mosse dal bisogno che sono in grado di riutilizzare ogni cosa finché non diventa polvere, come nelle città dell’India fino a qualche decennio fa, come il vagabondo Charlot, che è in grado di riconvertire una caffettiera in biberon. È con questo faccia faccia con lo scarto delle nostre città industriali, rappresentato dai rifiuti come dalle categorie di questuanti (di cui La Cecla ci propone una breve tassonomia), che il nostro percorso di riappacificazione giunge a termine.

Il saggio conclusivo è stato aggiunto per la riedizione e affronta la “cosificazione” del soggetto durante i processi rituali, soprattutto attraverso la ripetizione. Il filo conduttore del libro è qui più sottile, ma non assente: il soggetto che “si fa cosa”, ma soprattutto la parola adoperata come feticcio, che attraverso la ripetizione ossessiva perde il suo significato originario per assurgere a oggetto magico, strumento mistico, viatico per la trascendenza.

Sarebbe stato interessante, in questa breve collezione di interventi, affrontare il tema stesso del collezionismo: d’altronde cos’è la rassegna di oggetti affettivi che propone Vitone se non una sorta di collezione?
Walter Benjamin, si sa, era un assiduo collezionista. Michele Mari esaspera questa sua mania fino a farlo competere con il filologo Erich Auerbach per accaparrarsi improbabili reliquie come l’Odradek di Kafka, la “non pipa” di Magritte e addirittura i tre puntini di Céline. Al di là della finzione letteraria, quel che è certo è che Benjamin attribuiva all’attività del collezionismo un grande valore, in grado di resuscitare gli oggetti antichi dall’obsolescenza e di liberare gli oggetti nuovi dalla costrizione della mera funzionalità. Se ci sarà una terza edizione, può essere lo spunto per un nuovo contributo.

Franco La Cecla/Luca Vitone, Non è cosa/Non siamo mai soli, Vita affettiva degli oggetti/Oggetti e disegni, Milano, Elèuthera, 2013, pp. 128, 12.
Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffel, Torino, Einaudi, 2002, pp. 276, 22.