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La causa persa di Damascio

Pubblichiamo il primo articolo della rubrica Naufragi, che accoglierà polemiche spurie, ragionamenti asfittici e meditazioni distaccate su temi burrascosi o giustamente dimenticati. Si salpa con una sottile critica alla presunta novità del post-moderno e del neo-realismo.

A tutti coloro che alle superiori hanno studiato filosofia sarà capitato, fra la fine del primo anno e il secondo, di balzare, filosoficamente s’intende, dal V all’ XI sec. nel giro di una lezione settembrina; ed anche a chi avesse fatto l’incauta scelta di iscriversi ad un corso di laurea in filosofia, avviene di affrontare uno iato di alcuni secoli da Agostino a, quantomeno, Scoto Eriugena. In quell’interstizio di qualche secolo, la filosofia sembra disperdersi in un avvicendamento di autori oscuri, dogmatici, oracolari, intrisi di religiosità cristiana e pagana, incuranti delle luccicanti limpidità teoretiche della ragione.

Il fenomeno è curioso e, in tale occasione, si vorrebbe salvare un esemplare di questo bestiario filosofico senza luce, non certo per entrare nei meandri delle sue elucubrazioni, ma per farlo uscire dagli scaffali delle biblioteche: sezione filosofia tardo-antica.

Originario di Damasco; ultimo diadoco della Scuola di Atene, prima che Giustiniano la chiudesse (529); esule presso il re persiano Corsoe i, ritornerà in patria greca qualche anno dopo; degno rappresentate di quel tardo platonismo chinato nella paziente e acuminata compilazione di commentari dell’opera di Platone, Damascio (nascita e morte sono certe, non le date; V-VI sec.) è rimasto impigliato in quel vuoto della storia della filosofia, da cui solo gli specialisti traggono piacere. Non si possono neanche tentare di ricostruire le problematiche filologiche e storiche che questo filosofo solleva fra gli interpreti, si vuole solo ricordare, fra i molti commentari da lui vergati, un’opera, Dubitationes et solutiones o De primis principiis (ἀπορίαι καὶ λύσεις περὶ τῶν πρώτων ἀρχῶν): monumentale, dispersiva, complicata, affascinante.

Damascio è un ottimo dialettico: aderendo ad una logica implacabile, si pone concatenazioni di domande e si trova pure le risposte. Il risultato è un intrico di ragionamenti, spesso contraddittori, che ancora arrovella i filosofi. Come avviene in tutte le opere dei pensatori neoplatonici del tempo, che allo specchio si vedevano come dei veri platonici, la realtà si è moltiplicata su mille livelli: la materia, l’anima, l’intelletto, l’esistenza, l’essere, le idee, i principi, l’Uno. La totalità esplode in una struttura di piani virtuali tenuti insieme da movimenti ascensionali e discensionali; infatti, l’anima precipitata tenta la risalita verso l’Uno tramite una preghiera laica, il commentario, rivolta al Demiurgo plasmatore dell’universo.

Il nostro Damascio è noto in particolare per una vertiginosa speculazione circa il problema dell’Uno: il principio primo che tiene insieme, in una sorta di grande abbraccio, la realtà.

Un principio primo che sia nominabile, può essere detto ancora ‘primo’? Se il principio primo della realtà è dicibile – cioè se possiamo dire: «Ecco, il principio è X!» –, possiamo ancora intenderlo come la fonte sorgiva della realtà? Dunque, il principio primo della realtà può essere in qualche modo determinato? La risposta è no, infatti, nominare è già afferrare e quindi, in minima misura, comprendere. Seguendo a ritroso la catena sillogistica, secondo Damascio deve esistere un principio al di là del primo principio: un principio oltre l’essere e l’essenza, oltre la nominazione, oltre la concettualizzazione, oltre la causalità necessaria, oltre la libertà, oltre le nostre capacità di comprensione, perché è fondamento di tutte queste attribuzioni.

Ma indicare questo Super-principio con la proprietà dell’«oltre» non è ancora una nuova determinazione? Sì, e Damascio insegue fino all’ultimo respiro la sua logica disgregante. Ciò che è al di là dell’Uno può ancora avere un rapporto con la realtà? No, e non deve, perché sarebbe mescolato ad essa.

Afferrati dall’euforia del ragionamento apagogico, scaliamo gli ultimi gradini. È difficile dire che ciò che non può essere in alcun modo pensato sia ciò che sostiene logicamente e realmente tutto. Inoltre usare la dizione «ciò che non può essere in alcun modo pensato» è comunque un modo indiretto o negativo di pensare il principio, quindi il pensiero, anche quando si nega, ha già valicato i propri confini. E se anche così non fosse, bisognerebbe spiegare l’origine della realtà a partire da un principio che non si può pensare e che, a rigore, probabilmente nemmeno esiste, ma che si deve postulare come necessario. Indefinibile, ineffabile, inconcepibile, teoreticamente impossibile: l’Uno nega anche queste rarefatte definizioni, nonostante gridi il proprio dover essere. Siamo al culmine.

Qualunque ragionamento sull’Uno oltre l’uno si rovescia in se stesso, si dice e si tace. Come sulla superficie di Klein non ci sono appigli, si entra e si esce nello stesso momento, attraversando il vuoto. Resta il silenzio siderale.

Il principio supremo della realtà: una causa persa.