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All’ombra della Shoah: il libro più importante dell’anno

Martina PipernodiMartina Piperno
8 Giugno 2026
in Naufragi
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All’ombra della Shoah: il libro più importante dell’anno

All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria di Micol Meghnagi è il libro più importante dell’anno, almeno per chi si interessa della Palestina occupata, di lotta a tutti i razzismi, di pace, giustizia e solidarietà.

Nella migliore tradizione di un saggismo autobiografico che va da Edward Said a Judith Butler a Rashid Khalidi e Pankaj Mishra (ma anche Natalia Ginzburg), Meghnagi esplicita nel primo capitolo il suo punto di vista di studiosa, di ebrea mizrahi di origini libiche, di erede di migrazioni e di vessazioni, e di attivista nel movimento internazionale per la Palestina. Una volta esposto il proprio posizionamento, e volentieri abbandonato ogni rituale omaggio ad una oggettività impossibile o a pretese di equidistanza, l’autrice salda un patto di inflessibile onestà intellettuale con il lettore e con sé stessa.

Le questioni affrontate da Meghnagi sono infatti di importanza cruciale e l’attraversamento ne è difficile e doloroso: solo con questa fiducia possiamo lasciarci condurre dall’autrice nel fitto bosco della degenerazione della memoria della Shoah, della sua “americanizzazione” (Pankaj Mishra), del suo asservimento a logiche neocoloniali. Ad ogni passo, la penna sicura e sintetica di Meghnagi chiarisce, fornisce prove, aggiunge sfumature, affronta i bias, ricapitola accompagnando la comprensione, ma soprattutto completa il suo taglio del bosco, il suo sterminio di luoghi comuni.

In nessun momento, in nessun passaggio è possibile accomodarsi su una verità precostituita, su un pregiudizio, su un dato acquisito: instancabile, Meghnagi continua ad aprire e riaprire le questioni e a mostrarle da più lati, in un incessante inseguimento della complessità. A sostenerla, una solida preparazione provata dal ricorso disinvolto ad ampia bibliografia, la quale però è evocata solo in modo strettamente puntuale, invitando all’approfondimento. (Si noti a margine che la maggior parte della preziosa bibliografia citata, indispensabile per l’ecologia del discorso, è disponibile solo in inglese, come nel caso del fondamentale Multidirectional Memory di Michael Rothberg: solo un’adeguata politica della traduzione potrà contribuire a risollevare il livello del dibattito nel nostro paese e svecchiare il linguaggio tragicamente arretrato con cui conduciamo in Italia un’inutile discussione televisiva o battaglia social dopo l’altra).

Al termine della lettura di Meghnagi siamo come rinfrancati, ma intanto il paesaggio intorno a noi è irriconoscibile: sfrondato delle erbacce della retorica, dei pregiudizi e degli slogan e dei talking points infinitamente ripetuti ormai privi di senso. Diventa allora possibile affrontare problemi brucianti come la memoria dimenticata degli ebrei arabi («il terzo incomodo» per Meghnagi), vittime ebree del sionismo (Ella Shohat) nonché possibile chiave per il futuro della Palestina. Il recupero delle «memorie condivise tra ebrei e musulmani, così come dei linguaggi, delle pratiche, delle tradizioni e delle forme di solidarietà», consolidatesi in quattordici secoli di convivenza in Nord Africa e nel cosiddetto Medio Oriente, distrugge il mito velenoso dell’«odio atavico» fra musulmani ed ebrei, senza tuttavia cedere a narrazioni opposte che feticizzano la convivenza ebraico-musulmana rimuovendo ogni traccia di conflitti presenti e passati.

Diventa anche possibile, aprendo l’ultimo capitolo, immaginare uno scenario in cui la Shoah prende finalmente posizione nella storia del colonialismo, e la Nakba e Gaza nella storia della Shoah. Come risulta evidente alla fine della lettura di Meghnagi (che qui sintetizza e arricchisce terreni arati dalla storiografia e sociologia internazionale), i campi di sterminio nazisti non hanno inventato la violenza contro i diversi: l’hanno ottimizzata, ma le sue radici vengono dallo sfruttamento coloniale delle persone nere e native americane, nonché dalle pratiche di segregazione razziale in vigore in USA e tanto ammirate da Hitler. Oggi la Germania reprime ogni critica a Israele in nome dell’antisemitismo, feticizzato come male assoluto, mentre rifiuta ogni memoria e ogni responsabilità per il genocidio dei popoli Herero e Nama compiuto durante la colonizzazione tedesca. Oggi, l’orrendo “piano di pace” di Trump e Netanyahu risponde a logiche di sfruttamento coloniale e di “occidentalizzazione” dell’area del tutto simili a quelle del protettorato britannico.

Diventa possibile parlare di Nakba (“catastrofe” in arabo) e di Shoah (“catastrofe” in ebraico) non come due eventi speculari o in qualche modo sovrapponibili, ma come due capitoli contigui della storia della violenza occidentale contro la diversità. Qui Meghnagi apre mondi necessari verso i lavori già in corso (da tempo) in Israele e Palestina nell’immaginazione di un futuro possibile, traendo linfa dall’opera di Bashir Bashir e Amos Goldberg Olocausto e Nakba. Narrazioni fra storia e trauma (questa disponibile in italiano, per una volta, grazie all’iniziativa di Alessandro Barchi, Pier Paolo Bastia e Sarah Parenzo, e alla piccola casa editrice Zikkaron).

All’ombra della Shoah riconcilia con la storia ebraica e la necessità della sua narrazione. La storia di Mosè è la storia favolosa di un popolo perseguitato, ridotto in schiavitù e sottoposto ad un controllo forzato delle nascite che organizza la propria rivolta per rovesciare il tiranno e fuggire verso la libertà. Dovrebbe essere – anche se spesso non è – archetipo della lotta degli oppressi contro gli oppressori e i coloni: essere ebreo, diceva Marek Edelman, leader della rivolta del ghetto di Varsavia, significa stare sempre dalla parte dell’oppresso, e mai dell’oppressore.

L’educazione ebraica dà giustamente una grande importanza alla storia della segregazione razziale e valorizza il tema della sopravvivenza; nella più rosea ipotesi, conoscerla profondamente, in un programma conoscitivo che la situi nella più ampia lotta a tutti i razzismi, dovrebbe stimolare il principio ideale del “mai più per nessuno”, cioè che nessun popolo sia più oppresso (si veda l’ultimo libro di Anna Foa).

Purtroppo, finora non è stato così: un’educazione alla Shoah esclusivista ed eccezionalista ha portato a reiterare il trauma, generando psicosi di accerchiamento e alimentando il mito di un etno-stato armato fino ai denti, ossessionato dalla propria difesa a oltranza a “garanzia” della sicurezza ebraica nel mondo. Un’alternativa è possibile: creare una rete di solidarietà contro i veri nemici, i nazionalismi (tra cui il nazionalismo sionista), il suprematismo bianco, i fascismi e tutte le forme di oppressione. Se sceglierete questa strada, il libro di Meghnagi ne è il perfetto viatico, e non vi lascerà soli.


Micol Meghnagi, All’ombra della Shoah: Decolonizzazione e politiche della memoria, Roma, Fandango Libri, 2026, € 16,50, 276 pp.

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Tags: fandango librimemoriaMicol MeghnagiPalestinarazzismosaggistica italianaShoah
Martina Piperno

Martina Piperno

Martina Piperno insegna presso La Sapienza, Università di Roma ed è membro del comitato esecutivo di Ottocentismi e del Laboratorio Leopardi della Sapienza. Precedentemente ha lavorato presso le università di Durham (UK), KU Leuven (Belgio), UCC (Irlanda) e Warwick (UK). Il suo primo libro, Rebuilding post-Revolutionary Italy: Leopardi and Vico's New Science, ha vinto il premio Aldo and Jeanne Scaglione per gli Italian Studies nel 2019. Partecipa ai movimenti ebraici per la Palestina.

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