Come ogni anno, le spiagge di Cannes si riempiono per una settimana di una dicotomia particolarissima di individui: chi, in costume da bagno, è pronto a tuffarsi nell’acqua ancora gelida di maggio e chi, non meno inadatto al clima, infesta i caruggi in smoking o abito da sera scuro. Qualcuno, nella fattispecie appassionati di cinema e giornalisti, sono riconoscibili dal cartellino appeso al collo, recante la scritta Festival International du Film de Cannes. Tra di loro una parte ancora più piccola reca un ulteriore sottotitolo: 3 jours à Cannes; parafrasando senza romanticismo, sta ad indicare le persone destinate alle proiezioni secondarie, alle sezioni parallele e a qualche colpo di fortuna inaspettato per entrare al Grand Théâtre Lumière.
Una delle sezioni parallele più famose del festival, da cui spesso escono titoli eccezionali come Dogtooth di Yorgos Lanthimos (2009), è Un Certain Regard – speculare alla sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia, per intenderci – tradizionalmente presentata in Sala Debussy. Parte della selezione è anche il film qui discusso: una storia che viene dal Sud America, ma per raccontarla si partirà un po’ più a nord.
Domenica 2 febbraio 2025, notte. Liam Gabriel Toman, 22 anni, scompare tra le nevi di Mont-Tremblant, famosa località sciistica semi-privata del Québec. Le indagini non sono ostacolate dai fiocchi che cadono senza tregua sulla montagna, quanto invece dall’amministrazione del resort, che di cani e polizia non vuole saperne niente.
A poco più di un anno dal triste fatto di cronaca canadese, chi ha assistito alla proiezione di El Deshielo di Emanuela Martelli non può che aver provato un lieve brivido lungo la spina dorsale nel notare la somiglianza, non dichiarata, alla storia di Liam – salvi invece gli spettatori lontani dalla bolla nevrotica di true crime sempre più in voga sul web.
Nel caso del film l’anno è il 1992, in un Cile che ha da poco assistito alla caduta del regime militare di Pinochet e impegnato a reimmaginarsi come democrazia. La prima occasione scelta per mostrare al mondo un nuovo volto è la partecipazione all’Esposizione Universale di Siviglia: il trasporto di un imponente iceberg dall’Antartide alla Penisola Iberica, si fa atto simbolico, fondendo la speranza di dissolvere il proprio passato alla dimostrazione di possedere le capacità logistiche di uno stato moderno. Manuela Martelli sceglie di mostrare questo atto “eroico” in forma quasi documentaria, montando insieme filmati archivistici dell’estrazione dell’iceberg e successiva esposizione, piantando contemporaneamente i semi per il resto del racconto tramite l’accompagnamento musicale di violini distorti e note dissonanti – una musica da thriller firmata da Mariá Portugal.
Questo racconto rimarrà a margine del film, come introduzione alla condizione del Paese, ma soprattutto perché a prendere parte all’Expo ci sono anche i genitori della protagonista Inés (Maya O’Rourke), una bambina di nove anni costretta a passare il tempo nell’hotel dei nonni, disperso sulle Ande. La narrazione abbraccerà proprio lo sguardo curioso ma ingenuo della piccola. L’ingenuità non è però un fattore negativo, su questo la sceneggiatura è chiarissima. L’infanzia diventa infatti la condizione propria dell’incapacità di creare un disegno verticale e disilluso dei fatti in favore di una ricerca più distribuita, governata dalla fiducia.
Nelle giornate annoiate tra le camere dell’hotel, l’arrivo dell’adolescente Hanna (Maia Rae Domagala), atleta tedesca che raccoglie le attenzioni di chiunque le stia intorno, diventa la scusa di Inés per colmare il vuoto lasciato dai genitori assenti e passare il tempo in compagnia – anche e soprattutto grazie alla sua sorprendente conoscenza dell’inglese, già lingua franca per protendersi al mondo (nel bene e nel male).
La storia vera e propria prende il via, similmente alle idee fisheriane sul capitalismo, prima da atmosfere che da fatti – la cosa è in realtà reciproca, ma i fatti storici complici di generare quelle atmosfere sono taciuti nel film, lasciati intelligentemente fuori dallo schermo o relegati nelle gocce che poco a poco fanno sciogliere l’iceberg nel caldo clima andaluso –, obbligando lo spettatore a scontrarsi con la reticenza generale a parlare della sparizione del fratello di un bartender dell’hotel – egli stesso ammutolito sull’accaduto. Sono i racconti dei desaparecidos – già affrontati dal premio Oscar come miglior film internazionale del 2024 Ainda estou aqui (Io sono ancora qui, di Walter Salles) – che infestano la memoria del paese e costituiscono una ferita talmente profonda da rendere instabile il terreno democratico in costruzione. Quando a scomparire è la stessa Hanna, Inés, ultima persona a vederla, viene avvolta da una raccomandazione diffusa: «non dirlo a nessuno»; questa frase è ripetuta in particolare dalla nonna – «vuoi guardare la Luna quando c’è il Sole?» le chiede metaforicamente – proprietaria della residenza che, come il direttore dello speculare stabilimento sciistico di Mont-Tremblant nella realtà, è terrorizzata dal colpo che subirebbero l’immagine e gli affari. Un futuro ricco di possibilità non può essere frenato dai fantasmi del passato, anche al costo della consapevolezza collettiva di una qualche colpevolezza.
Inés però è cresciuta in un mondo di ellissi, di contraddizioni dal sapore orwelliano. Non è in grado di vedere la colpa degli adulti, non ha i mezzi per capirne interessi e ambizioni. La sua ricerca personale dell’amica non ha il sapore di un’avversione alle logiche dei grandi, ma della già citata ingenuità costruttiva, la stessa con cui deve confrontarsi la neonata democrazia cilena – forse rappresentata proprio dalla bambina, sicuramente in dovere di affrontare gli stessi dubbi e problemi.
L’inverno, con la sua neve incessante, ricopre grossolanamente le tracce della storia; il caso si raffredda, così come la memoria del paese, lontana dal voler fare i conti con gli anni del terrore o ancora meno da un tempo remoto in cui gli indigeni erano fratelli della terra, e non schiavi-lavoratori dei coloni, mascherati da cittadini. Si preferisce invece un’immagine patinata, una vetrinizzazione che attiri ulteriore turismo, approdando a un neocolonialismo indistinguibile dall’idea neoliberale di libertà.
«Cosa accade alle cose a cui non pensiamo, ma che rimangono sempre lì?» è quello che si continuerà a chiedere il film nello sciogliersi progressivo della trama. La neve è effimera, si squaglia alla luce; più lentamente la stessa cosa accade al ghiaccio dell’iceberg, rivelando e plasmando la realtà, rilasciando virus antichi, così come suggerisce lo splendido articolo di Giorgiomaria Cornelio, When Images Thaw , pubblicato recentemente su Electra.
In una scena marginale, per consolare la piccola protagonista, le viene proposta una buona coppetta di gelato; un dolce apparentemente universale ma in qualche modo distante dalla cultura nativa di un paese del Cono Sud. È qualcosa di microscopico in cui ricercare l’intero film, domandandosi: come sono arrivati i bambini cresciuti nella neve a sognare il gelato?







