La prima scena che il lettore si trova davanti quando si alza il sipario di Non scrivere di me, il nuovo romanzo di Veronica Raimo (Einaudi), è quella di una coppia che mangia una cheesecake con la glassa alla fragola, lo stesso colore acceso che contraddistingue anche la copertina del libro. Un dolce, la cheesecake, dalle proporzioni perfette, quasi maniacali, che cucchiaiata dopo cucchiaiata la coppia smantella con un movimento netto e verticale. E nell’ultima uscita della Raimo (dopo il successo di Niente di vero del 2022, nella cinquina finalista del Premio Strega e vincitore lo stesso anno del Premio Strega Giovani), si potrebbe dire che anche il lettore, pagina dopo pagina, smantelli la vicenda della protagonista attraverso una lettura fluida e aiutata da una sintassi votata alla coordinazione. S. è una cameriera trentacinquenne che vive a Roma e che alla notizia della morte di Dennis May, l’uomo che ha amato e che mai è riuscita a odiare, ricade nel gorgo della sua vita passata. La parabola narrativa procede in un lungo flashback non lineare, lungo il quale viene descritta la traiettoria amorosa di S. e di Dennis, autore cinematografico di successo e idolo della protagonista. Al momento dell’incontro S. era una studentessa di letteratura, aspirante poetessa e, dentro al suo innamoramento, nasconde la propria devozione per la giovane star, difendendola e giustificandola dalle stroncature, dai silenzi e dalle fughe durante tutta la durata del loro rapporto, mai ufficializzato. E in un flusso ininterrotto, a un certo punto qualcosa cede. Non c’è una netta divisione tra prima e dopo, ma una continuazione disturbante. La violenza, sessuale e psicologica, arriva proprio dalla persona amata, ancora chiamata così, non da un intruso, ma come una distorsione profonda nella relazione. La protagonista cerca di rielaborarla, spostandola su un piano teorico, quasi ideologico, come se il linguaggio potesse proteggerla. È proprio in questa zona ambigua che Raimo posiziona il cuore del romanzo: la violenza non è un episodio isolato, ma si infiltra, si mescola con l’amore, con il desiderio di essere scelta anche anni dopo la relazione con Dennis, e soprattutto con la parola. Perché a sigillare quell’esperienza non è solo l’atto fisico, ma la frase che lo accompagna, che lo definisce e lo condanna, e che arriva proprio da Dennis stesso: “Non scrivere di me”.
Peccato, però, che non tutte le cheesecake vengano con la glassa, – un corrispettivo semantico di “non tutte le ciambelle vengono col buco”. Sulla scia della stessa metafora, nel nuovo romanzo dell’autrice romana ci sono tutti gli ingredienti che compongono la ricetta di una perfetta pornografia del dolore, – quello della protagonista –, ma a cui manca l’ingrediente segreto, la buccia di limone grattugiata a fine cottura, il pizzico di sale nascosto nell’impasto, per elevarsi da una pornografia singola a un’apologia, proprio del dolore stesso. In Non scrivere di me, l’autrice (forse volutamente, ma di questo dopo) non compie quel passo in più per rappresentare l’elaborazione e la legittimazione del dolore stesso: sulle pagine del suo nuovo romanzo ne rimane solo un’esibizione. Entrando più nello specifico, l’aspetto negativo e traumatico che descrive la vicenda di S. (che, seppur rimanendo una lettera puntata per tutto il romanzo, comunque non riesce a diventare una figura archetipica) alla fine del libro non si risolve nell’universalità, al contrario si sclerotizza fino alla banalizzazione. E anche se l’autrice ha dichiarato all’uscita del suo romanzo di essersi voluta allontanare dall’autofiction per prediligere esclusivamente la narrativa, la storia fatica a prendere le distanze dai precetti della singolarità. “Dopo aver imitato gli americani con i cannibali, dopo aver scimmiottato Pynchon e Bernhard nel postmoderno degli epigoni, la letteratura europea ha capito che restava un solo territorio inviolabile: la propria vita”, scrive Carlo Pizzati in un brillante articolo per la Repubblica (“Scrivere di sé potrà salvare la letteratura?”, la Repubblica, febbraio 2026). Ma io non credo che il parlare di sé sia l’ultima forma di “resistenza rimasta” alla morte dell’originalità e all’esaurimento delle grandi narrazioni.
E a proposito di narrazione, la sensazione che resta al lettore dopo la lettura è quella di essersi fermato sulla soglia di un racconto che avrebbe potuto avere dei toni più profondi, ma a cui è parso sufficiente l’utilizzo azzeccato di un lessico asciutto e astuto, a tratti intelligentemente ironico, per sedersi sull’orlo del baratro ma senza mai guardare giù. E tutto ciò è singolare perché, al contrario, in un’intervista rilasciata a Irene Graziosi su Lucy, Sulla cultura pubblicata a febbraio, nel riflettere su come raccontare la violenza, Veronica Raimo ha spiegato di aver compiuto una scelta narrativa diversa rispetto ai suoi libri precedenti. In passato aveva sempre mantenuto una distanza etica dagli eventi più dolorosi, evitando di entrare direttamente nelle “stanze” in cui avvenivano sofferenza e violenza e preferendo raccontarle in modo mediato o esterno. Nel nuovo libro, invece, l’autrice ha affermato di avere sentito la necessità di rompere questa postura: decidendo di entrare nella scena della violenza per esplorare un’ambiguità più profonda, legata all’interpretazione della protagonista.
D’altro canto, è una sensazione, quella dell’incompiutezza, che ho già ritrovato in altre opere di Veronica Raimo, ma che invece non ha caratterizzato La vita è breve, eccetera, il libro che nel 2023 ha anticipato Non scrivere di me. E la particolarità sta proprio nella sua forma breve, poiché si tratta di una raccolta di undici racconti (scritti tra il 2008 e il 2023 e già apparsi in versioni diverse su riviste e raccolte varie) in cui l’autrice dà la riprova delle sue abilità di scrittura attraverso storie originali e con una conclusione ben definita. Ecco, tornando sull’ultima uscita dell’autrice, forse è proprio questo che non torna: non si conclude. È per volere di Veronica Raimo stessa? Deriva dalla gravità degli argomenti trattati (la violenza fisica ed emotiva, l’abuso, l’incomprensione, l’inadeguatezza, l’amore) per cui non esiste un’unica introspezione della sofferenza? O è un tentativo “cotto a metà”?
«La letteratura deve essere atroce»: è uno dei mantra che si ripete all’interno del romanzo (la cui paternità è di Lorenzo, un ex fidanzato di S.) e che farebbe riferimento all’intenzione del libro di utilizzare l’atrocità e la crudeltà non come mero spettacolo, ma come strumento di verità. In questo caso la differenza tra la banalizzazione di un sentimento e la raffinatezza della semplicità non sta soltanto negli occhi di chi legge, ma anche nella natura dell’operazione narrativa che l’autrice mette in campo. Il punto, allora, è capire se l’ellissi che struttura il romanzo sia il segno di una sottrazione consapevole, capace di lasciare spazio a una verità più sfuggente e stratificata, oppure se si traduca in un evitamento, in una reticenza che finisce per indebolire proprio ciò che vorrebbe rendere più complesso. Nel caso di Non scrivere di me, l’impressione è che questa ambiguità resti irrisolta: la sospensione non si carica fino in fondo di senso, ma rimane in bilico tra intenzione e risultato, tra profondità cercata e profondità solo suggerita.
Va però riconosciuto a Veronica Raimo un elemento di coerenza: la sua scrittura non cerca mai il compiacimento del lettore, non offre appigli consolatori né chiusure pacificanti. Anche questa mancata risoluzione può allora essere letta come un rifiuto deliberato di addomesticare il dolore, di renderlo narrativamente “accettabile”. Ma proprio qui si gioca il rischio maggiore del romanzo: che il rifiuto del compiacimento si trasformi in una sottrazione di responsabilità narrativa, lasciando al lettore il compito di completare un movimento che il testo stesso sembra non voler o non riuscire a compiere.
Einaudi ha descritto Veronica Raimo capace di “sabotare dall’interno il romanzo di formazione”, e forse è proprio così: non tanto perché abbia trovato la combinazione perfetta di tutti gli ingredienti, ma piuttosto perché sposta sul lettore il peso dell’equilibrio finale. E si sa, quel “q.b.” (quanto basta) non è mai uguale per tutti.

V. Raimo, Non scrivere di me, Torino, Einaudi, 2026, 149 pp., € 18.







