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Il «territorio della matita» e le sue regole: sui Microgrammi di Robert Walser

Tomas BeneventodiTomas Benevento
15 Maggio 2026
in Interviste, Letterature
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Il «territorio della matita» e le sue regole: sui Microgrammi di Robert Walser

Se «l’uomo è totalmente uomo solo là dove gioca», come sostiene Friedrich Schiller nelle celebri Briefe über die ästhetische Erziehung der Menschen, nei Microgrammi di Robert Walser, da poco pubblicati da Adelphi, è permesso al lettore italiano di accedere per la prima volta all’officina dell’autore elvetico e di osservarlo da vicino in quel serio gioco creativo che sottostà alla formazione di un testo letterario. Il Bleistiftgebiet, il territorio della matita, ossia i differenti supporti cartacei sui quali sono vergati i Microgrammi, è lo spazio sicuro, segreto, privato dove Walser sperimenta, improvvisa, archivia, si sfoga e soprattutto gioca con il linguaggio, nella «speranza che nella lingua sia presente una qualche forma di sconosciuta vitalità, che è una gioia risvegliare» (Meine Bemühungen, SW 20, Suhrkamp, 1986, traduzione mia).

Con Microgrammi si intendono i 526 supporti cartacei – ricevute, pagine di calendario, lettere di redattori – rinvenuti all’interno di una scatola di scarpe e contenenti testi redatti da Walser in matita, in una scrittura minuscola, a primo acchito indecifrabile. Lo scrittore e amico di Walser, Carl Seelig, il primo ad approcciarsi a questo materiale, non riconobbe nei Microgrammi un codice linguistico interpretabile e ipotizzò si trattasse, a conferma della follia dell’autore, di un insensato gioco autoreferenziale, al quale Walser si sarebbe dedicato negli anni trascorsi da paziente nella clinica di Herisau. Fu in seguito l’allora dottorando Jochen Greven a scorgere, dietro ai Microgrammi, coerenti scritti redatti in lingua tedesca, alcuni dei quali erano alla base di testi di Walser apparsi su riviste e quotidiani. Dal caparbio lavoro di interpretazione di questo minuscolo codice linguistico, svolto da Bernhard Echte e Werner Morlang e durato 18 anni, sono emerse poesie, prose brevi, scene teatrali ma anche testi più lunghi come Il Brigante o Sulle donne, noti al pubblico italiano, ma mai pubblicati in vita dall’autore. Dei sei volumi del Bleistiftgebiet l’edizione di Adelphi seleziona e presenta 33 Microgrammi, corredati da una dettagliata postfazione di Reto Sorg, Lucas Marco Gisi e Peter Stocker, che guida il lettore nella comprensione della storia, del valore e della funzione di questi testi. Scrivere sui Microgrammi oggi permette di sgomberare il campo da possibili malintesi sulla micrografia walseriana e di ottenere alcune chiavi di lettura utili per approcciarsi al gioco creativo dell’autore svizzero.

I Microgrammi non sono i testi della follia di Walser. L’autore elvetico trascorse quasi un terzo della propria esistenza in una clinica psichiatrica, dal 1929 al 1933 a Waldau presso Berna, dal 1933 al 1956 a Herisau, nel cantone di Appenzello. I Microgrammi rinvenuti risalgono però al periodo tra il 1924 e il 1933, l’utilizzo della micrografia è databile all’anno 1917, come lo stesso Walser rivela in una lettera al redattore Max Rychner, mentre i primi rudimentali tentativi in questa direzione risalgono al 1912. I Microgrammi sono quindi da considerare come funzionali strumenti del mestiere di scrittore, perfezionati nel tempo dall’autore e utilizzati al fine di migliorare, stimolare e ottimizzare la produzione letteraria; non è un caso che gli anni dal 1924 al silenzio definitivo del 1933 risultino tra i più prolifici della sua carriera.

Durante il soggiorno nella clinica di Waldau, Walser continuò dunque a scrivere Microgrammi e a pubblicare contributi con una certa regolarità, probabilmente perché ancora inserito in uno stimolante contesto sociale e intellettuale – egli poteva leggere quotidiani e riviste nei caffè, frequentare cinema e biblioteche, vivere il brulichio della città di Berna, per poi rientrare in clinica. Una volta trasferito a Herisau invece, cittadina distante dalle tratte culturali, vengono meno le concrete possibilità di mantenere un contatto diretto con la cultura tedescofona e quindi di parteciparvi, inviando ai redattori i suoi Prosastücke, i suoi pezzi in prosa. Dal passaggio alla clinica di Herisau all’ultima celebre passeggiata nella neve, il giorno di Natale del 1956, dell’uomo e scrittore Walser rimane un lungo silenzio, rotto unicamente dal racconto di Carl Seelig delle sue Passeggiate con Robert Walser (Adelphi, 1981).

A ciò è necessario aggiungere che nel 1933 Adolf Hitler fu eletto cancelliere in Germania, con immediate conseguenze sulla libertà di stampa. Molti dei direttori di giornale che accoglievano i Feuilleton walseriani – brevi componimenti poetici pubblicati in riviste e quotidiani – erano di origine ebraica e furono costretti a lasciare il loro posto di lavoro. Inoltre, lo spazio ibrido del Feuilleton, dove trovavano una collocazione pubblicità, necrologi e recensioni, ma nel quale erano incentivati il dibattito culturale, le riflessioni sulla politica e la sperimentazione artistica, fu invaso dalla propaganda nazista. A domanda diretta di Carl Seelig sui motivi del suo definitivo silenzio, Walser rispose così, durante una passeggiata il 2 gennaio 1944:

A Herisau (…) non ho più scritto. Perché poi? Il mio mondo era stato distrutto dai nazisti. I giornali, per i quali scrivevo, erano stati chiusi. I loro redattori vennero cacciati o morirono.

Il trasferimento di Walser nella clinica di Herisau coincise dunque con la chiusura forzata dei suoi spazi di pubblicazione prediletti (come la “Literarische Welt” o il “Tage-Buch”) e di conseguenza del suo Prosastückligeschäft, il negozio di piccole prose. Il silenzio definitivo dell’autore è da leggersi anche nella concreta difficoltà a trovare una nuova collocazione all’interno del sistema culturale di lingua tedesca e nell’impossibilità di continuare a svolgere in libertà il mestiere di scrittore.

Come la scrittura micrografica non è il risultato di un silenzioso rintanarsi in un folle gioco autoreferenziale, allo stesso tempo l’utilizzo di supporti cartacei di scarto non è una reazione dell’autore a insostenibili ristrettezze economiche. Per quanto Walser spesso ironizzi sul proprio ruolo di indigente scrittore proletario, la micrografia risponde a pratiche esigenze di scrittore, come quella di disporre di un agile archivio di testi dai quali attingere che allo stesso tempo risulti inaccessibile a chi voglia conoscerne i contenuti. Negli anni bernesi (1921-1929) Walser cambiò circa 16 stanze e la minuscola grafia era infatti garanzia di riservatezza dagli occhi indiscreti delle affittuarie, per lo più donne, con le quali condivideva le proprie abitazioni. Se soprattutto nel periodo di Biel (1913-1920) fu la signora Frieda Mermet, amica di Lisa, sorella dello scrittore, a svolgere per corrispondenza il lavoro di archivista, diverrà in seguito il Bleistiftgebiet quello spazio sicuro nel quale non solo sperimentare, ma anche conservare nel tempo i differenti tentativi letterari.

Osservando i Microgrammi, sono due gli aspetti che saltano immediatamente all’occhio: la quasi assenza di correzioni e la struttura delle composizioni, inserite in rigide cornici ricoperte interamente da testo. La scrittura di Walser ubbidisce infatti a regole rigorose che l’autore si autoimpone, perché, come si legge nel Microgramma 124, solamente «chi si sottomette a un certo obbligo, può in qualche modo lasciarsi andare». Lo scrittore si sottomette a limiti e regole che gli permettono di ritagliarsi uno spazio funzionale all’interno del quale poter esprimere in modo libero il proprio potenziale creativo.

Come spiega Christian Walt in Improvisation und Interpretation, Walser solitamente non rielabora né corregge i Microgrammi, bensì integra l’errore o la variazione all’interno della composizione. Il Microgramma 368 è un esempio di questo processo:

Qualcuno aveva fatto l’osservazione, che “oggi” avrebbe probabilmente piovuto. Adesso però non piove per niente. Dentro di me ero forse assetato di uno scroscio di pioggia, come vorrei tanto vedere cancellate queste ultime paroline. (nach einem Regenguß gedürstet) Ma adesso è troppo tardi. Ciò non vuole e non deve più essere sostituito.

Walt parla di improvvisazione della scrittura micrografica che, come uno spettacolo teatrale o una danza, non riparte da capo, ma si adegua ai cambiamenti ai quali ogni performance dal vivo è necessariamente esposta. In questo caso le «Wörtchen», le “paroline”, sono state vergate su carta e non è permesso sostituirle, in quanto nel Bleistiftgebiet vige una sorta di autoimposto divieto di rielaborazione.

Il minuscolo linguaggio micrografico, sottoposto alle dinamiche dell’improvvisazione, viene costretto da Walser in un’impaginazione precisa e artisticamente complessa che ricorda le colonne di giornali. Come un acquarellista, è ipotizzabile che l’autore prima di tutto delimitasse lo spazio bianco all’interno del quale scrivere, al fine di redigere testi che potessero inserirsi nelle colonne dei rotocalchi, i Feuilleton appunto. Questa precisa gestione dello spazio dei supporti cartacei, che dona ai Microgrammi il loro fascino inimitabile, è stata con ogni probabilità assimilata da Walser attraverso il fratello Karl, celebre pittore e acquarellista, che in vita godette di una fama decisamente superiore a quella di Robert. Il lettore dei Microgrammi si trova allora di fronte a testi che somigliano a miniature, a piccoli acquerelli, perché «l’acquarellista è forse nel campo della pittura un feuilletonista», come spiega Walser stesso in un suo Feuilleton intitolato Acquerelli (in Ritratti di pittori, Adelphi, 2011).

Se il gioco dello scrivere è un momento altro dalla vita cosiddetta normale e un processo che risponde a regole diverse dalla quotidianità, risulta necessario uno scarto, una demarcazione che descriva questo passaggio. Nei Microgrammi Walser racconta in più occasioni come egli si approcci alla scrittura, come smetta l’abito civile per indossare i panni dello scrittore. In C’è ora (Microgrammi, Adelphi, 2026) l’autore riferisce di scrivere «vestito a festa, per così dire, a meno che non sia più corrispondente al vero affermare che lo scrivo indossando un abito da sera» e ironizza sul fatto di disporre di una divisa da utilizzare nella sua officina:

Di solito indosso sempre un camice da brano in prosa, cioè una sorta di giacca da scrittore, prima di avventurarmi nella stesura; ma ora sono di fretta e oltretutto si tratta di un testo molto breve e sciocco, uno di quelli con i sottobicchieri da birra rotondi come piatti.

La preparazione dello scrittore alla stesura del testo diventa parte integrante della prosa stessa, è inserita in un iter quotidiano preciso che esige adeguata «tolettatura» e necessita persino di una propria divisa, una sorta di «camice da brano di prosa», da dismettere una volta concluso il gioco.

Inseguendo Walser nel territorio della matita, siamo ora giunti al termine di questa breve introduzione ai Microgrammi. Perciò, come Walser in Coloro che la abitano e che le danno il nome hanno un che di irsuto (Microgrammi, Adelphi, 2026), anch’io «acconsento che venga chiusa la botola [su] questo articolo», vengano dismessi i ferri del mestieri ed eventuali camici da scrittore. E per concludere non ci sono parole migliori di quelle usate dallo stesso Walser nel finale del microgramma Questo paesaggio innevato lo vorrei grazioso:

Potrei aggiungere ogni sorta di cose a questo articolo, ma per fortuna non mi sembra assolutamente necessario. La mia idea di lavoro quotidiano mi impedisce di lavorare troppo, e con ciò vi auguro [ora] una buona notte.


Robert Walser, Microgrammi, a cura di L.M. Gisi, R. Sorg, P. Stocker, trad. G. Drago, Adelphi, Milano 2025, 233 pp. 20,00€

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Tags: feuilletonMicrogrammipasseggiataprose brevisilenzioWalser
Tomas Benevento

Tomas Benevento

Tomas Benevento è dottore di ricerca in letteratura tedesca con una tesi sulla prosa breve dello scrittore svizzero Robert Walser dal titolo "Der Acquarellist ist vielleicht auf dem Gebiet der Malerei ein Feuilletonist" (Wilhelm Fink Verlag 2024) e docente di lingua e cultura tedesca presso un liceo linguistico ed istituto tecnico di Milano.

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