Quella che segue è un’atipica recensione a quattro mani di No Other Choice, l’ultimo film di Park Chan-wook. Più nello specifico, anzi, si tratta di una recensione a cura di Sara Nocent, inframezzata da brevi racconti di Davide Belgradi. Narrazione e recensione sono entrambe state innescate dalla visione del film, con il quale ovviamente si pongono in dialogo, ma sviluppano anche un discorso interno, contaminandosi a vicenda.
Quando lui morì, il primo suono che sentii fu come di uno scoppio quasi metallico, ma soffocato e secco, ovattato. Un suono che sembrava lontano e che gradualmente, inesorabilmente, si avvicinava all’orecchio sinistro; poi, invece, un giorno con più lucidità e con meno nebbia, fu come lo spaccarsi improvviso di ossa, il debole e fragile collo di un tordo, tenuto con tenerezza tra indice e pollice e osservato mentre, inconsapevole, si fletteva ansiosamente in ogni direzione, poco prima che l’aumentare della pressione delle dita lo spezzasse tra i polpastrelli, provocando un altro e nuovo suono che adesso era ancora più vicino all’orecchio sinistro, tanto da poterlo quasi sentire nel cranio; infine quel suono penetrò tagliente e subitaneo nell’orecchio e da lì si fece strada: dalle ossa dell’orecchio alla scatola cranica e dalla scatola cranica, come una carie, scavò fino alla debole giuntura della mandibola, che senza sforzo cedette. Nel suo Manifesto cyborg (Feltrinelli, 1991, p. 55), Donna Haraway guarda alla realtà contemporanea descrivendo un «tragitto che porta da una società organica e industriale a un sistema informatico polimorfo», e nel farlo individua alcune «dicotomie, materiali quanto ideologiche» che tratteggiano la «transizione dalla vecchia e comoda dominazione gerarchica alla nuova rete angosciante che ho chiamato informatica del dominio». Tra queste, ad esempio, c’è la transizione da Organismo a Componente biotica, da Biologia come pratica clinica a Biologia come inscrizione, da Perfezione a Ottimizzazione; ma una di quelle che mi ha colpito di più è quella che porta da Igiene a Stress management: dalla malattia del corpo a quella mentale, dalla pulizia dell’esteriore alla gestione dell’interiore. Il dolore in questa nuova società si annida soprattutto di notte, quando la guardia è bassa e i denti digrignano; affonda le sue radici nelle ossa con la violenza della Cuscuta europaea, una pianta parassitaria che si avvinghia al tronco di un arbusto ospitante con tanta dedizione da abbandonare le radici, rimanere appesa all’albero e ucciderlo lentamente, spaccandone il fusto per arrivare alla linfa. In altre parole, insomma, mi si era dislocata la mandibola.
C’è una via vegetale nei film più celebri di Park Chan-wook. L’albero di mele in No Other Choice (2025), così come per The Handmaiden (2016) e nella scena finale di Old Boy (2003), si fa testimone di ciò che la famiglia non può dire, per afasia o per proteggere segreti inconfessabili. Gli alberi e le piante, per il regista, hanno sempre l’ultima parola: non è mai stato così chiaro come in questo film. Man-soo, caporeparto in una cartiera sudcoreana, ha il pollice verde e si prende cura della serra che ha costruito accanto alla sua bellissima casa, quasi come se dovesse amorevolmente compensare alla violenza inevitabile che la fabbrica per cui lavora (e per cui vive) perpetra nei boschi.
Park Chan-wook lascia che a parlare sia il verde, non solo come elemento, ma anche come tinta ricca di sfumature, da quelle più cupe e minerali a quelle più concilianti. Parlare, d’altronde, è problematico. Il primo problema è farlo con gli americani, soprattutto quando vogliono fare tagli al personale. All’inizio del film, tocca al protagonista pensare a un modo per comunicare al padrone che licenziare un uomo vuol dire tagliargli la testa con un’ascia, come quella che dà il titolo al romanzo di Donald E. Westlake che ha ispirato il film. Man-soo si scrive alcune frasi a effetto sul palmo della mano e prova il discorso con i suoi operai sottoposti, che restano addirittura colpiti da quanto il capo sia vicino alla loro causa. Ma la breve perorazione non funziona, gli americani lo ignorano e l’anguilla che il protagonista ha felicemente grigliato a casa il giorno prima (dono della ditta, simbolo orientale di forza ma anche, non troppo subliminalmente, vessillo fallico) si rivela essere un invito chiarissimo a levarsi di torno.
Man-soo perde il lavoro. La moglie e i due figli devono affrontare una serie di ristrettezze economiche mai provate. Il problema, però, è prima di tutto del disoccupato stesso, come ci ha ben insegnato il neoliberalismo in questi anni, perché lui deve al tempo stesso sentirsi in colpa e mostrarsi open to work, come si suol dire. Il protagonista inizia così a frequentare un gruppo di autoaiuto per licenziati e a praticare l’EFT per combattere lo stress. Nulla di strano per un Paese come la Corea del Sud, dove esistono addirittura delle carceri rilassanti in cui puoi rinchiuderti per andare in rehab dal workaholism imperante. L’importante, insomma, è non godere. L’uomo si picchietta la mandibola e si ripete che «non è colpa tua, la tua famiglia continuerà a rispettarti anche se hai perso il lavoro, non sei un fallito».
Batte la pelle con il dito, ma ben presto la pressione si fa interna, il disagio diventa fisico. C’è qualcosa di marcio e lui lo sa benissimo. Deve solo continuare a nasconderlo. C’è qualcosa della via vegetale che impressiona: la sua flessibilità. Spiamo l’ex caporeparto, nella sua piccola serra domestica, mentre tenta di piegare una pianta con del filo di ferro robusto. Si piegano le piante, i corpi, così come le condizioni del capitalismo, la competizione e lo sfruttamento piegano i più deboli. Man-soo non ha più dei sottoposti: ha delle piante da piegare. Forse ancora degli uomini, in futuro.
Facendo capolino con la testa nel corridoio, quel giorno, con la schiena piegata per sbirciare oltre il muro, fui sollevato che non ci fosse nessuno seduto in attesa del colloquio. Ero l’unico o ero il primo. In Università ci si conosce tutti, alla fine, e c’è una moltitudine di quasi-meo di sarei-potuto-essere-io, di diversi-da-me ma nella mia posizione, di messi-come-me e più-vecchi-di-me, e via dicendo. I peggiori, ovviamente, sono i più-giovani-di-me, soprattutto se a guardarli bene ti rendi conto che sono dei proprio-me, ma con tre o quattro anni in meno. Con questi non si deve parlare, tutt’al più si fanno domande ai convegni; certo ci si sorride, certo ci si felicita, certo si è felici di quel loro libro appena uscito che era davvero necessario, ma con loro non si deve mai assolutamente parlare. Da ogni parola potrebbero capire che sono meglio-di-me, e soprattutto non è mai chiaro se parlano davvero o se muovono solo la bocca. Dietro ai proprio-quasi-meglio-di-me, di solito, e non lo dico per arroganza ma per pura constatazione statistica, ci stanno dei Coloro-dietro-di-loro, e questi maledetti-me, pertanto, si limitano a muovere la bocca e a lasciar parlare Coloro. A loro volta i Coloro-dietro-di-loro conoscono tutti i Coloro-dietro-di-tutti, ma dal momento che dietro di me non c’è stato mai nessun Coloro, avrei trovato ingiusto discutere in 2 contro 1. Lo ribadisco: mai parlare. Ad ogni modo, ero felice di essere l’unico, quel giorno. Conosco tutti gli altri fottuti-me, e sono tutti meglio-di-meo meno-soli-di-me, e invece quella volta avevo una possibilità perché avevo già lavorato con il docente che aveva indetto il bando, mi stimava, potevo-essere-io. Se mi fosse capitato un’altra volta di presentarmi, e vedere tutti i nomi che già conosco, non so cos’avrei fatto. Se solo tutti fossero sempre altrove, se solo tutti non interferissero con me, se solo morissero tutti quanti, loro e i loro maledetti corpi-specchio, per colpa dei quali, in sala d’attesa, siamo una corona di identici-meseduti l’uno vicino all’altro. Visti da fuori, tutto sommato, dobbiamo sembrare ridicoli.
Man-soo trova un altro lavoro, trasporta sulle spalle dei pacchi pesanti. Quando gli dicono che ha finalmente la possibilità di fare un colloquio per lavorare ancora con la carta, a patto che lo faccia subito, deve letteralmente calarsi i pantaloni, lasciarli lì in mezzo alle macchine e agli altri facchini, e correre. Iniziano i colloqui. La sensazione di stress, i tremori (intensificati nella performance pazzesca dell’attore Lee Byung-hun) gli impediscono di raggiungere quell’ironia minima, falsa, che chiedono i cacciatori di teste ai colloqui di lavoro. Perché tu disoccupato devi essere positivo, devi dimostrare di avere il mindset giusto.
Ma c’è qualcosa di sempre più marcio all’interno, che fa sempre più male. Manca la risata condivisa, il godimento, la coscienza di classe. Dopotutto Man-soo lotta solo per se stesso e per la sua famiglia con compostezza, umiltà, a volte goffaggine: finché non riesce, finalmente, a fare come loro. Fingersi impresa è quello che ci insegnano fin dalle scuole, per non parlare dell’Università. Erving Goffman diceva che c’è una carriera morale del malato mentale, una serie di passaggi prima dell’internamento, in cui le istituzioni totali incontrano una domanda di normalizzazione che, per una buona parte, deve venire dallo stesso fingersi malato della persona.
Funziona così anche per il delirio auto-imprenditoriale, solo che farlo alla lettera provoca dei risvolti comici e crudeli al tempo stesso. Man-soo, dopo l’ennesimo fallimento nella ricerca di un lavoro che soddisfi l’iperspecializzazione a cui è stato spinto dal sistema, finge di avere una cartiera che sta cercando delle figure di alto profilo da impiegare. All’annuncio rispondono tutti quei quasi-lui che gli stanno impedendo di raggiungere l’impiego desiderato. Con i loro CV allineati sul tavolo, non gli resta altro che scatenare quello che il capitalismo finanziario fa con tutti noi: una sorta di darwinismo sociale per cui solo il più adatto è degno di sopravvivere. Ben presto però scopriamo che questi “eccellenti” al di sopra di lui hanno delle vite più infelici della sua. Il primo è un tipo rozzo e un po’ ingenuo, cornificato dalla moglie, dedito all’alcol ma con un debole per la carta buona. Il secondo fa il commesso in un negozio di scarpe ed è vittima dell’indecisione dei clienti viziati. L’ultimo, il più nevrotico, è un manager che nelle sue storie di Instagram conduce una vita da favola lontano dalla civiltà, ma che in realtà non sa che farsene di una libertà comprata in saldo. Non sa cosa sono i piaceri della vita, non sa quanto stanno bene la macinata e la vodka, per dire. Il nostro protagonista, con cui farà amicizia, glielo farà scoprire.
Quand’ero più libero, ignoravo il costo del cibo. Adesso, invece, avevo cominciato a dividere i miei amici in due gruppi in base al fatto che sapessero o meno quanto costava un chilo di pane. Era iniziata in un primo momento come una semplice curiosità, ma da lì quel pensiero era diventato un chiodo che premeva sulla tempia. Da più di un anno, quindi, avevo cominciato a tenere traccia di tutte le oscillazioni nel prezzo del pane, e a fine settimana inserivo ogni variazione in un programma che, in tempo reale, mi permetteva di catalogare e incrociare tutta una serie di dati: percentuale di aumento, proporzione tra aumento e inflazione generale, previsioni di crescita e di decrescita, oscillazioni regionali, spread tra il pane integrale e quello in cassetta, impatto delle farine straniere sull’economia nazionale, e il tutto senza ovviamente perdere di vista le variabili ambientali che potevano influire su tutti questi dati: dal meteo alle guerre. Tutti quei numeri, così finemente calibrati, si organizzavano finalmente in una tabella nella quale, come tante briciole su un piano cartesiano, le soglie del prezzo del pane si disponevano ordinate per tracciare un percorso crescente verso destra. Provavo un certo piacere nel vedere il grafico della fame. Amavo scorrere su quella tabella il dito, seguendo i picchi del prezzo come su un sismografo di cui io, io solo, ero l’inutile sismologo. Quel giorno, fuori dalla panetteria, continuavo a gridare che non ci potevamo permettere di sfamare tutte quelle bocche, che qualcuno doveva farsi da parte. Non ero solo: con me c’erano tutti i compagni che, proprio come me, avevano a cuore il destino del pane, e da dietro le spalle mi sostenevano coi loro sguardi pieni di ammirazione. Ogni tanto qualcuno mi sfiorava timidamente, mentre altre volte ricevevo una vigorosa pacca sulla spalla. Ognuno, comunque, mi incoraggiava a modo suo. Sapevo che non mi era permesso voltarmi, che si pagava un caro prezzo a fingersi Orfeo. Di colpo, però, lo feci, e mi accorsi di quanto eravamo magri. Potevo vedere tutte le nostre ossa. Improvvisamente mi domandai se fossimo sempre stati così pochi.
I candidati sono sempre meno e i colloqui di lavoro si fanno più numerosi. Mi-ri, la moglie di Man-soo, inizia a sospettare qualcosa dato che il marito torna a casa sempre più tardi, sempre più sconvolto. A volte capita che l’uomo si chiuda nella serra di notte. Per lei l’importante è che lui non perda mai il controllo, che non ricominci a bere o si metta a fumare troppo. In questo film la povertà e la collaborazione tra quelli che hanno perso il lavoro sono fantasmi solo evocati, ma va benissimo così.
Forse, il problema iniziale di parlare con gli americani si è risolto perché questi hanno già detto tutto, in una sorta di circolo ermeneutico coloniale. Parlare di classe o di lotta collettiva non ha senso: non siamo mica in un film sovietico! Fatto sta che in No Other Choice sono le donne a decidere come va a finire. Uno spettatore che ha frequentato le sale negli ultimi anni potrebbe collegare questo film a un paio di titoli, tra loro opposti: Bugonia (2025), dove al contrario lo sfruttato soccombe e resta irrimediabilmente diverso dagli alieni-sfruttatori, e The Zone of Interest (2023) in cui, coerentemente a quanto accade nel film di Park Chan-wook, l’importante è fare come se l’orrore non ci fosse, per il bene della famiglia. Anche in questi due casi, sono le donne che tirano le fila con determinazione e lucidità. La moglie di Man-soo non ha nulla da temere: ha trovato un lavoro come assistente nello studio di un giovane dentista che la tratta con gentilezza e professionalità e che si offre addirittura di aiutare suo marito a liberarsi dal dolore alla mandibola. Inoltre, Man-soo resta un marito fedele, anche se un po’ assente. Una sera, però, gli capita di bere in compagnia. A quel punto l’uomo prende una tenaglia e si toglie, all’apice del sollievo, il dente cariato che fino a quel momento non avevamo ancora visto.
Fu come levarsi un dente e accettare, finalmente, il nuovo volto della modernità. (Da Riproduzione a Replicazione; da Cooperazione a Miglioramento delle comunicazioni.) Quando fui sostituito dall’IA, non fu particolarmente doloroso perché avevo, semplicemente, smesso di soffrire. Tutti gli studenti avevano finalmente un loro docente-digitale, un gemello digitale che ognuno di noi metteva a disposizione del MIUR, e grazie al quale per studiare bastava una postazione con visori VR e una poltrona. Il docente-digitale era stato accolto con felicità da ogni studente, sollevato di non dover più avere a che fare con l’insopportabile e scostante carattere dei noiosissimi docenti. Nel frattempo, più in basso, precisamente nel seminterrato, ogni scuola aveva predisposto un’aula docenti vicino alla sala server. Lì erano stati collocati gli uffici dei docenti che, lungi dall’aver perso il lavoro, si dovevano ora occupare di insegnare la loro materia a centinaia di studenti-digitali che in futuro sarebbero diventati dei docenti-digitali. Insomma, l’uomo insegnava alla macchina come diventare una perfetta macchina capace di insegnare all’uomo. Lo studente-digitale era stato accolto con felicità da ogni docente, sollevato di non dover più avere a che fare con l’insopportabile maleducazione dei volgarissimi studenti. (Da Lavoro a Robotica; da Mente a Intelligenza artificiale.) Non saprei dire se, a quel tempo, la mandibola mi facesse ancora male o se, semplicemente, non fossi più in grado di riconoscere la morte.
In Metropolis (1927), gli operai lavorano sottoterra per alimentare e far funzionare le enormi macchine che servono alla città futuristica. Una donna, duplicata in un cyborg e ispirata dalla bontà cristiana, li guiderà verso la liberazione dal sottosuolo o meglio, come si scopre nel finale, verso l’accordo con il padrone tramite la mediazione di suo figlio, innamorato di lei. È un film che sicuramente ha il polso dei tempi, dato che quella mediazione della stretta di mano tra il proletariato redento e i ricchi industriali verrà realizzata, qualche anno più tardi, nientemeno che dal nazionalsocialismo di Hitler.
Ma questi sono dettagli. Le macchine di oggi non sono più dei Moloch spaventosi e sono addirittura intelligenti. Infatti, hanno capito che noi umani siamo perfettamente superflui. Man-soo viene subito informato del fatto che lavorerà in una dark factory, una fabbrica che non ha bisogno delle luci perché non ci sono operai ed è tutto automatizzato. Sopra di lui, finalmente, non c’è nessuna persona rimasta: c’è solo l’intelligenza artificiale.
Ci sono quindi più vie che si intrecciano in No Other Choice, creando delle dicotomie (come quelle descritte da Donna Haraway) ora tra umano e artificiale, ora tra vegetale e animale. Tuttavia, il film rimette costantemente in gioco i punti di vista, facendo ruotare gli elementi delle dicotomie come in un cubo di Rubik. Capita che l’umano trovi l’unica possibilità di dialogo autentico con l’animale, come nel caso della figlia del protagonista, che suona solo in casa per i suoi due amati cani, oppure che il vegetale diventi testimone cinico della crudeltà degli umani. Alla fine del film, il vero confronto è quello tra artificiale e vegetale, e nella sequenza di chiusura vediamo degli enormi robot che devastano gli alberi per conto della fabbrica in cui lavora il protagonista.
Il mediatore tanto desiderato in Metropolis, alla fine, è arrivato. A stringere senza entusiasmo la mano agli sfruttati ultra-qualificati da una parte e allo sfruttatore disperatamente alla ricerca di un aumento dei profitti dall’altra, c’è l’IA, figlia del progresso tecnico e più convincente di qualsiasi ideologia. Ormai non possiamo fare altro che essere disumani. Non è un caso se, dal punto di vista estetico, la regia ricorra spesso al montaggio analogico tra elementi inanimati e sguardi o espressioni di disagio umano. Non siamo in un film sovietico, ma potremmo pur sempre pensare all’esempio classico di Ottobre (1928) di Sergej Ėjzenštejn, in cui il montaggio crea un’analogia tra la macellazione delle mucche e la repressione della rivoluzione bolscevica. Ecco, dovremmo vedere il massacro degli alberi come il nostro massacro, il genocidio di tutto ciò che resta di umano. Ad avere più appetito dell’IA resteranno solo gli insetti.






