L’idea di recensire il libro di Chiara Bottici nasce da una conferenza a cui ho avuto modo di assistere, benché da remoto, svoltasi nel novembre del 2025 alla Casa della Cultura di Milano. In quella occasione, l’autrice dedicò la prima parte del suo intervento a illustrare la condizione in cui si trovano a operare gli intellettuali non allineati nell’America trumpiana dei nostri giorni. Con l’inizio del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, Chiara Bottici, che insegna filosofia alla New School for Social Research di New York, ha dovuto infatti misurarsi con le restrizioni alla libertà di parola e opinione imposte da Trump, rinunciando per quasi un anno a tenere conferenze, pubblicare saggi e articoli, frequentare i social media, a esercitare insomma la sua professione. «Considerato che il mio mestiere consiste nell’insegnare e nello scrivere», ha detto l’autrice in quella conferenza, «non sapevo più che fare», e così, con la evidente sospensione del diritto in atto e la minaccia dell’Ice dietro le spalle, la rabbia scaturita dalla seconda elezione di Trump ha lasciato il posto alla paura.
Il lavoro di Bottici, Trumpismo. Un mito politico, edito da Castelvecchi nel 2025, è un breve saggio, snello e tuttavia molto denso, che l’autrice ha potuto pubblicare in lingua italiana ma non (ancora?) in lingua inglese, particolare indicativo della condizione in cui si trova a operare. Il libro, risultato di una riflessione condotta almeno a partire dal primo mandato di Trump alla Casa Bianca, prende le mosse da una questione che Bottici ritiene cruciale: se il trumpismo sia o meno da considerare una forma di fascismo. È evidente che il governo trumpiano non può essere paragonato al fascismo storico così come lo conosciamo, in quanto presenta ancora un certo rispetto per i caratteri formali della democrazia rappresentativa. Nondimeno esso presenta anche i caratteri tipici del fascismo, «come la forma estrema di nazionalismo, il razzismo sistemico, il macho-populismo e la legittimazione (più o meno esplicita) della violenza contro i propri nemici» (p. 8). Chiarito che solo quando l’uso della violenza di Stato diventa sistematico è possibile parlare di fascismo in senso pieno, l’autrice propone di «guardare al fascismo come una tendenza del potere moderno e della sua logica sovrana, una tendenza che, come un fiume carsico, può scorrere sotto le istituzioni formali ma può anche sempre erompere nella sua forma più distruttiva» (pp. 8-9).
È questo il caso del trumpismo, che secondo l’autrice è una forma di neofascismo che poggia anzitutto sul legame sociale tra il leader e i suoi seguaci, e che Bottici intende comprendere servendosi della riflessione sulla psicologia delle masse a suo tempo elaborata da Sigmund Freud e integrata, per così dire, da Theodor W. Adorno. Secondo Freud la presenza di un leader è condizione fondamentale per l’esistenza di una massa, dal momento che «i seguaci si identificano tra loro attraverso l’idealizzazione della figura del leader» (p. 12). Benché, come sostiene Adorno e come l’autrice spiegherà in seguito, il fascismo non sia solo una questione psicologica, l’identificazione della massa nel suo leader spiega perché egli «deve necessariamente apparire come il grande narcisista e perché può farlo anche apparendo come una persona piuttosto mediocre» (p. 19). L’ammirazione che la massa riversa sul suo leader è essenziale anche per comprendere una delle caratteristiche centrali della propaganda fascista e neofascista: «la vacuità del discorso dell’agitatore fascista, l’assenza di qualcosa che il leader possa effettivamente “dare” e la conseguente prevalenza del registro della minaccia e della violenza» (p. 21). Nel fascismo storico è il concetto di razza a funzionare come spazio vuoto che «definisce negativamente il gruppo (“noi non siamo loro”)» (p. 25), ma nel neofascismo alla Trump può essere applicato a bersagli diversi, dagli «immigrati messicani, cinesi o musulmani a tutti coloro che non si conformano all’immagine idealizzata del leader» (p. 25), comprese le minoranze sessuali e di genere che non corrispondono all’ideale patriarcale impersonato dal trumpismo.
La propaganda neofascista di Trump trova compimento nello slogan ormai tristemente noto Make America Great Again (MAGA). Questo motto, sostiene Bottici, opera come un’icona, un’immagine che riproduce e intensifica l’intero lavoro affettivo sul mito che ne è alla base, per la cui comprensione non è sufficiente fermarsi alle sue formulazioni esplicite, ma è necessario considerare anche l’«intero processo di produzione-ricezione-riproduzione che si coagula attorno a esso e di cui icone come questo motto sono il veicolo» (p. 33). Analizzando parola per parola il motto MAGA Bottici svela il retroterra che lo sostiene e promuove. A quale America si riferisce lo slogan? Non certo a tutti coloro che oggi vivono negli Stati Uniti, poiché questo avrebbe incluso le diversità etniche, sociali, culturali che invece il mito MAGA respinge e condanna. America, dunque, non United States, ossia «un’entità ulteriore, una nazione ancestrale, collocata in uno spazio altro» (p. 34), quello che emerge dalla propaganda trumpiana di un’«America bianca, cristiana, con aspirazioni di vita tipiche della classe media, proprietaria e versata in sport e hobby» (p. 34).
Trump parla costantemente come se tutti i cittadini americani appartenessero a questa rappresentazione mitica, omettendo le enormi differenze di classe esistenti negli Stati Uniti e classificando come nemici chiunque tenti di mettere in discussione questa narrazione. Tra i molti esempi che l’autrice chiama in causa, particolarmente significativi appaiono gli attacchi rivolti da Trump a Kamala Harris nel corso della seconda campagna elettorale del 2024, in cui si combinavano le critiche al supposto passato marxista di suo padre con allusioni al colore della sua pelle (black), alle sue politiche volte all’integrazione razziale, «tutte strategie votate a delegittimarla, escludendola dall’appartenenza alla nazione americana» (p. 37). Questa tattica di esclusione è usata sistematicamente da Trump nei confronti di socialisti e democratici di sinistra, ma è particolarmente efficace quando nel mirino ci sono gli immigrati clandestini, considerati alla stregua di «animali»: costoro non solo non appartengono all’America trumpiana, ma sono persino esclusi dalla specie umana, si tratta infatti di «nemici atavici che mettono in discussione la nostra stessa esistenza, sia in quanto “veri americani” che in quanto membri dell’umanità più in generale» (p. 38). È così che si crea una netta scissione tra coloro che attualmente vivono negli Stati Uniti e quelli che appartengono all’America mitica e ancestrale di cui il motto MAGA è veicolo.
La parola più importante dell’intero slogan, sostiene l’autrice, è tuttavia Again. Se il motto fosse stato Make America Great la frase avrebbe semplicemente incitato alla grandezza, il che non è necessariamente fascista. Ciò che è invece tipico del fascismo è la combinazione del nazionalismo con il mitologema “grandezza-declino-rinascita”: «questa trama narrativa consente infatti di separare coloro che sono la supposta causa del declino, di colpevolizzarli, e quindi di incanalare e alimentare l’ostilità nei loro confronti» (p. 40). Si tratta insomma del classico schema di cui si servì lo stesso Adolf Hitler per individuare i capri espiatori responsabili del declino della Germania (dagli ebrei ai socialdemocratici, fino ai responsabili della presunta “pugnalata alla schiena”), eliminati i quali essa sarebbe tornata all’antico splendore.
Make: «questo verbo imperativo è il perno della richiesta di identificazione» (p. 40). L’invito a “fare” è qui identificato con colui che solo è in grado di risolvere la situazione, come ripetutamente sostenuto da Trump: «solo io posso risolvere questo problema», così come, dice Bottici, «solo tu puoi votare per me» (p. 41). Infine, l’aggettivo Great, con il quale si «rafforza il senso di identificazione verticale, di una grandezza che va verso l’alto» (p. 41), come quando, proprio sorvolando il Golfo del Messico nel febbraio del 2025 (suggellato da un video reso poi pubblico), Trump firma il decreto che ne cambierà il nome in Golfo d’America: «Voilà, Make America Great Again! Is all we care about» (p. 42), ovvero è tutto ciò che ci interessa.
Il mito della nazione, il mitologema “età dell’oro-declino-rinascita”, l’identificazione con il leader e la retorica della grandezza mostrano, per l’autrice, una significativa continuità con la psicologia delle masse del passato, anche se il trumpismo non attinge semplicemente da un vecchio campionario mitologico, ma introduce elementi di novità in grado di rilanciarlo adattandolo alle circostanze attuali. Si pensi ai continui riferimenti allo sport che Trump utilizza come metafora della competizione applicata all’economia: dobbiamo diventare «ottimi giocatori in grado di competere in un mercato sempre più spietato» (p. 48). I discorsi motivazionali che Trump utilizza, le metafore sportive del “noi” contro “loro” si adattano perfettamente all’antagonismo economico e al carattere aggressivo delle sue iniziative (si pensi ai dazi). Insomma, Trump si presenta come l’allenatore ideale della squadra, un pò papà, ma anche un pò mamma: «c’è molto di vecchio in questa forma di fascismo, ma c’è anche molto di nuovo: l’identificazione con la figura paterna protettiva, che terrà i “cattivi” fuori dalla patria, ma anche con la figura materna, che ti privilegerà rispetto agli altri e ti addestrerà a essere un buon giocatore di squadra, come in ogni buona azienda» (p. 50).
A parte la palese contraddizione di un presidente che si preoccupa del proprio popolo e al tempo stesso appare come un narcisista assoluto, la retorica del Big Daddy diventa particolarmente potente se veicolata attraverso i social media che raggiungono milioni di follower con messaggi come il seguente: «Tutti i democratici hanno appena alzato la mano per dare a milioni di stranieri illegali un’assistenza sanitaria illimitata. Che ne dite di prendervi prima cura degli americani?» (p. 51). Per noi italiani questa maniera di esprimersi non è nuova (“prima gli italiani”, “padroni a casa nostra” ecc…), ma oggi assume particolare rilevanza proprio a causa dell’invasività dei social media. Come nota l’autrice, Trump è il primo presidente degli Stati Uniti, specie a partire dal secondo mandato, che utilizza i social in maniera «incendiaria e violenta» potendo così apparire «come un uomo normale, segnalandosi al contempo come eccezionale, e istigare una dinamica di imitazione degli affetti ancora più potente perché immediata e in tempo reale» (p. 54).
Adorno, spiega Bottici, aveva già compreso che questa dinamica identificativa tra il leader e il suo popolo è tipica dell’ideologia prodotta a partire dall’innovazione tecnica introdotta dalla televisione, che per l’epoca fu un grande rivolgimento sul piano della comunicazione. Ma c’è una grande differenza fra televisione e social media: il carattere virtuale della massa dei seguaci del leader, tipico dei social, implica che l’identificazione narcisistica «non deve attendere i grandi raduni di massa per avvenire: è lì, quotidianamente, come una potentissima fonte di contagio affettivo» (p. 54). A ciò si aggiunga il meccanismo algoritmico che regola il funzionamento dei social media, il quale seleziona il feed (il flusso di informazioni) che ha maggiori chance di catturare l’interesse degli utenti. L’algoritmo di Facebook (ma non solo), ad esempio, decide quale post mostrare successivamente su un newsfeed, selezionando l’immagine o il contenuto che ha maggiori probabilità di tenerci incollati al media stesso, quelle in grado di intercettare la nostra immaginazione e le nostre emozioni. Il risultato è allarmante, poiché noi leggiamo solo le notizie che confermano la nostra opinione e alimentano le nostre emozioni: «selezionando contenuti che suscitano risposte emotive simili, gli algoritmi che regolano i social media si alimentano della performance della divisione amico/nemico e del serbatoio simbolico e psicologico che la sostiene» (p. 59).
Nelle conclusioni, Bottici giunge alla convinzione secondo la quale «la performance dell’identificazione» che sta alla base della psicologia delle masse, potenziata oltre ogni misura dai social media, non è in grado di spiegare il fascismo di per sé. La psicologia può al massimo descrivere i meccanismi innescati dalla propaganda fascista, «ma non spiega perché si innescano. Abbiamo bisogno di un’intera teoria della società per spiegare perché questa propaganda nasce e quali interessi la sostengono» (p. 59). Impresa che certo l’autrice non pretende di affrontare in poche pagine, ma che è comunque in grado di sintetizzare anche perché è il frutto di buona parte del suo lavoro presente e passato. In primo luogo, si tratta di comprendere che le nuove forme di autoritarismo sono collegate all’attuale crisi del modo di produzione capitalistico, in cui la finanza svolge un ruolo cruciale con conseguenze evidenti anche a livello “egemonico”. È in questo contesto che proliferano le «comunità speculative»: «l’enorme successo dei social media contemporanei è infatti inseparabile dall’emergere della finanziarizzazione, cioè da quell’incredibile polarizzazione della ricchezza prodotta dall’astrazione del capitale dalla materialità, e dal senso di incertezza creato da vite strutturate da debito e incertezza finanziaria» (p. 60). Social media e finanza, insomma, lavorano insieme e producono un’«immaginazione speculativa» di carattere politico spesso populista, nazionalista e repressiva. L’esposizione diseguale all’incertezza produce enormi profitti per la finanza, e innesca a sua volta quell’asse della diseguaglianza che semina ulteriore ansia «per coloro che, privi di risorse, hanno come unica possibilità di riscatto quella di partecipare a un effimero gioco della speculazione sui social che promettono rinascite e grandiosi futuri, al prezzo però di una spietata politica di odio dell’altro, dell’altra e dei diversi» (p. 61). Ricorrendo alla mistificazione ideologica, l’incertezza generata dalle logiche del debito e della precarizzazione del lavoro viene attribuita a quei malfattori che osano mettere in discussione i “valori e la tradizione americana”, e così i «demagoghi digitali come Trump possono proteggere i propri interessi, quelli del capitale aziendale, fingendo di proteggere quelli di tutti gli americani comuni» (p. 61).
La psicologia delle masse, dunque, non è in grado, da sola, di spiegare le ragioni del neofascismo trumpiano. Nella lettura di Bottici insistere sulla centralità delle spiegazioni psicologiche di Freud e Adorno finisce col riprodurre l’ideologia patriarcale: «possiamo comprendere la natura della psicologia che sostiene il fascismo di oggi applicando gli strumenti psicanalitici elaborati da Freud per analizzare i fondamenti della struttura familiare borghese europea, centrata com’è sulla triade padre-madre-figlio, senza riprodurre questa struttura?» (p.64). Il rischio è quello di cadere nell’eurocentrismo, ovvero di replicare implicitamente l’immagine della famiglia borghese europea come modello universale attraverso cui misurare tutte le altre forme di vita, presentando come naturale un assetto sociale che invece è storicamente situato. Se le cose stanno così, anche il tentativo dell’autrice di comprendere le forme attuali di neofascismo, specie quello trumpiano, deve procedere oltre la psicologia delle masse non solo attraverso un’intera teoria della società, ma anche ripensando i potenziali «pregiudizi patriarcali e razzisti che la teoria freudiana porta con sé» (p. 65), tema molto caro alla riflessione e agli interessi dell’autrice.

Chiara Bottici, Trumpismo. Un mito politico, Roma, Castelvecchi, 2025, pp. 88, € 12,50.







