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«Un posto dietro casa che non ci vai mai»: su Incompiuto. La nascita di uno Stile

Giacomo MichelettidiGiacomo Micheletti
23 Marzo 2026
in Naufragi
0
«Un posto dietro casa che non ci vai mai»: su Incompiuto. La nascita di uno Stile

Esiste, da un capo all’altro della penisola, un paesaggio architettonico disperso, quasi ovunque rimosso dalla coscienza collettiva: un’edilizia pubblica inconscia perché, di fatto, segnata dallo stigma dell’incompiutezza, dunque mai effettivamente vissuta dalla collettività, mai diventata teatro di esperienza e ricordo, a lungo confinata nel limbo delle cose scivolate fuori dalla storia prima ancora di venire alla luce. Sono le inquietanti, scabre manifestazioni di un fenomeno diffuso cui i collettivi Alterazioni Video e Fosbury Architecture hanno per primi, almeno in Italia, attribuito i segni di una vera e propria estetica, attraverso un’avventurosa ricerca sul campo cominciata più di quindici anni fa e approdata, nel 2018, alla prima edizione di Incompiuto. La nascita di uno Stile (Humboldt Books), elegante volumone in cartone morbido che l’editrice milanese ha da poco ripubblicato in un’edizione aggiornata.

Tra le 544 opere pubbliche mappate, fotografate e scrupolosamente catalogate dai curatori di questo progetto unico nel suo genere (con una discreta flessione rispetto alle 696 della prima edizione, dovuta alla demolizione o al completamento di parte dei reperti) è possibile incontrare «viadotti senza traffico, teatri senza pubblico, piscine senza acqua, ospedali senza pazienti»; e ancora istituti scolastici, stazioni ferroviarie deserte, ospizi, carceri, chiese e caserme, scheletri di palazzetti e impianti sportivi, ecc. Tutti edifici e infrastrutture teoricamente concepiti per la collettività e invece rimasti lì, inerti e abbandonati, a dolente memoria del loro stesso oblio. Un abbandono frutto, il più delle volte, di banali negligenze, di grossolani errori tecnici e/o stime economiche errate, quando non dell’assenza, a monte, di qualsivoglia intenzione progettuale: mani (poco pulite) che lavano altre mani, una firma qua una firma là, in una rete di collusioni tra politica e criminalità così tipica della storia del Belpaese.

(Non a caso, culla italiana del fenomeno e assoluta detentrice del record di opere incompiute a oggi censite risulta essere la Sicilia, il cui territorio si fa così epicentro simbolico dell’incuria e dello spreco più sporchi perché frutto di interessi precisi, gli stessi che hanno eletto il cemento armato a brutale «ossatura della modernità» – non solo in Sicilia, ovviamente, se uno dei primi casi oggetto di copertura mediatica nazionale proviene, teste Antonio Ricci, da Sanremo: un viadotto sospeso nel vuoto, a picco sulle tombe del cimitero sottostante, protagonista di un pionieristico servizio di Striscia la notizia datato 1992 con tanto di Gabibbo in veste di inviato).

Tra i contributi più suggestivi nell’inquadrare peculiarità e paradossi delle incompiute in quanto monumenti della più stretta contemporaneità, spicca senz’altro il breve saggio firmato da Marc Augé, che da par suo ragiona di «rovine anticipate» poiché (sebbene simili a quelle classiche, invase come sono da rovi e vegetazione spontanea) nate già tali, figlie di un presente colpevolmente eterno che, per definizione, sembra non dover finire mai, «senza memoria del passato, senza speranza di futuro». Le incompiute (si legge nelle bronzee pagine del Manifesto incompiuto) «non cadono in rovina ma sorgono in rovina»: indici di un disastro che non è naturale, non piove dall’alto né irrompe dagli abissi della terra; ma è doloso, prevedibile se non premeditato, perfettamente umano perché prodotto dalla brama di denaro.

In questo senso, ciò che non è mai stato (finito), permanendo in una costitutiva assenza di completamento, può anche essere interpretato come una sorta di cippo commemorativo alla sconsideratezza o al malaffare, in ogni caso il segno macroscopico di una promessa non mantenuta: dietro le opere incompiute, altrettanti futuri possibili che avrebbero potuto essere ma «che non hanno superato la prova della storia» (Augé), restando insomma allo stadio di futuri mancati, oggetto di indifferenza, imbarazzo o sdegno da parte delle comunità tradite.

D’altra parte, al cuore della ricerca multidisciplinare di Incompiuto non vi è soltanto il proposito di celebrare una nuova estetica (quella dell’incompiuto, appunto, a varie riprese definito «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi»), ma vi è anche, al tempo stesso, il desiderio di fondare una sorta di grammatica dell’abbandono architettonico, fra interventi di taglio teorico-speculativo (compreso quello già citato di Augé), testimonianze più estemporanee e intersezioni con i linguaggi della moda e del design. Così, l’operazione di riconoscimento critico promossa dai curatori coincide con un gesto di (ri)fondazione percettiva fatto in primo luogo di scoperta, di studio, di analisi formale (si vedano ad es., lungo i 130 scatti al centro del volume, i tipici pilastri coronati da ciuffi di tondini metallici, solitari nello spazio come antiche steli; e poi muschi, licheni e ruggini, mattoni forati a vista, transenne divelte, muri cosparsi di scritte a bomboletta, e soprattutto il nulla tutt’attorno, donde la proverbiale e quanto mai appropriata etichetta di “cattedrali nel deserto”) – in altri termini, un invito a ricalibrare, magari con un tocco di umorismo e disponibilità all’imprevisto, il proprio sguardo sul mondo, anche nelle sue apparenze meno compiute e più rovinate.

Uno dei principali pregi di questa impresa collettiva, se non il principale, è allora quello di aver voluto restituire questa sorta di osceno architettonico, questo campionario di ecomostri al campo della percezione comune e, dunque, del narrabile. Un’operazione mitopoietica, detto diversamente, che dalla deriva attraverso le geografie incompiute e la loro rappresentazione conduce dritto a un’espansione dell’immaginario architettonico-urbanistico contemporaneo. Per cui, e ancora con le parole del programmatico Manifesto incompiuto, «architetture pubbliche prive di scopo e utilità diventano monumenti aperti all’immaginazione», bacini di nuove storie; addirittura (dalla nuova prefazione di Alterazioni Video, Per troppo amore) «dai luoghi della vergogna a immagini dense di memoria».

Ma è possibile, e desiderabile, fare di questi non-luoghi sui generis delle «immagini dense di memoria»? Nel quadro di una più ampia riflessione sul concetto di “monumento” e sulle ragioni di una tutela che non sia astrattamente data per scontata, Salvatore Settis si chiede, in analogia con il destino delle rovine antiche, che farne, di queste recenti vestigia del liberismo novecentesco: se abbatterle (tutte?), oppure preservarle (tutte?) proprio in quanto rovine, reali e metaforiche, in quanto monumento al fallimento che esse stesse incarnano.

Una possibile terza via rispetto alla demolizione indiscriminata o alla monumentalizzazione inerte (quando il richiamo alla “memoria” diventa un facile claim per turisti paganti), concretamente messa in atto dai curatori e certo consonante con le sollecitazioni di Settis, è allora quella di promuovere all’interno delle stesse incompiute momenti di «attivazione» e «rigenerazione» comunitaria, nell’ambito di azioni laboratoriali effimere sì, ma «dal forte potenziale trasformativo», nella misura in cui offrono «l’opportunità di abitare l’inabituale e di misurare, con il proprio corpo, uno spazio di possibilità» (dalla preziosa nota conclusiva di Fosbury Architecture, Senza Fine, che tra le varie cose tocca il recentissimo caso della vela di Calatrava, a Roma, notevole esempio di recupero e riconoscimento istituzionale «in equilibrio tra tutela della rovina e azioni minime», in un panorama di pratiche e teorie architettoniche che negli ultimi anni hanno ormai fatto dell’incompiuto «una forma intenzionale», in certi casi non priva di valore etico-politico).

La risignificazione del degrado e della violenza paesaggistica (inqualificabile, né per questo sempre e necessariamente riqualificabile) diventa così un’alternativa in tutti i sensi poetica all’abbandono e all’indignazione (sacrosanta, da un punto di vista civico, ma spesso limitante quando si tratta di imparare ad aprire gli occhi sulla infinita varietà dell’esistente). È una diversa ipotesi di spazio pubblico, quello prospettato da Incompiuto nelle forme architettoniche prive di grazia che punteggiano i nostri territori: uno spazio pensato non per essere frequentato secondo i ritmi e le logiche intensive del mondo capitalista, ma per essere attraversato furtivamente, e sentire il tempo che finalmente rallenta «nella terra di nessuno, dove ogni cosa è lecita, […] liberi, lontani dalle regole» (dal troppo breve Diario di bordo, che tiene traccia di mesi di esplorazioni su e giù per l’Italia). Non più referto, insomma, del triste scarto tra ciò che avrebbe dovuto essere e ciò che è, ma soglia impermanente, provocatoria «tra ciò che è e ciò che possiamo immaginare».


Alterazioni Video (a cura di), Incompiuto. La nascita di uno Stile (nuova ed.), Humboldt Books, Milano 2025, 348 pp., € 39,00.

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Tags: architetturafotografiaiconotestonon luoghirovine
Giacomo Micheletti

Giacomo Micheletti

Giacomo Micheletti (1991) è nato a Firenze, è cresciuto in provincia di Bergamo, ha studiato a Pavia, vive a Torino, collabora con la cattedra di Linguistica italiana presso l’Università di Milano-Bicocca. Le sue ultime ricerche riguardano soprattutto la stilistica delle traduzioni ("L’anarchia della ribellione permanente. Gianni Celati e Lino Gabellone traduttori di Céline", Quodlibet 2025) e la storia di parole tra scienza e letteratura contemporanea. Nel suo piccolo si considera un cultore di apparenze e scarti del quotidiano. "Panterica" (in uscita per Italo Svevo) è il suo primo saggio narrativo.

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