La narrazione drammatica dei fenomeni violenti, cicatrizzati sulla pelle del nostro paese, ha contribuito a creare un immaginario solidissimo e familiare di quella che è la questione mafiosa. L’attenzione mediatica sulla malvagità di grandi capi responsabili di stragi, divenuti modelli per la creazione di archetipi al limite della finzione epica, contrapposta all’eroismo di pochi preziosissimi martiri, ha reso negli anni la questione mafiosa un discorso dai toni semplicistici che mette contro buoni e cattivi, boss e magistrati, corruttori e corrotti. Antonio Vesco, antropologo e ricercatore siciliano, nel suo ultimo libro Criminalità immaginate: Ripoliticizzare la questione mafiosa (Tamu / Tangerin, 2026) analizza in maniera chiarissima la deriva del dibattito pubblico e della percezione comune riguardo ciò che è o non è definibile mafia.
Il saggio non mira a raccontare l’ascesa dei grandi boss o la nascita di un fenomeno che ha molto a che vedere con la questione meridionale – e con due secoli di storia di mezzo paese che, storicamente, cerca di stare al passo con l’altra metà. La ricerca di Vesco vuole invece aiutarci ad aprire gli occhi su un fenomeno molto più complesso e stratificato. Una realtà che va oltre la spettacolarizzazione del Padrino; oltre la palliativa retorica di vittoria collettiva in seguito all’arresto nel 2023 di Matteo Messina Denaro, evento che ha segnato simbolicamente la fine della mafia criminale fatta di coppola, lupara, acido e pizzo.
La lettura di Vesco è preziosa poiché non solo individua nuove armi e simboli di quello che è a tutti gli effetti un brand universale ma, soprattutto, disseppellisce un nucleo sociale spesso ignorato e che invece oggi è il terreno più fertile per la proliferazione di un male inafferrabile: la borghesia mafiosa.
Il discorso inizia con una puntuale analisi delle relazioni tra mafia e politica: due entità percepite come avversarie, eppure profondamente legate da uomini, accordi, modi di fare, tradizioni e non detti. L’autore individua nel modello Corleonese (la Cosa Nostra importata negli Stati Uniti e poi ritornata con fascino e carattere nuovi) la ragione di una percezione pubblica di antitesi tra stato e mafia; ci spiega che quell’apice oscuro è stato per anni l’unico angolo su cui puntare la torcia, lasciando fuori dal cono di luce decenni di pratiche, comportamenti radicati e modi di risolvere questioni prettamente mafiosi e ormai insiti e sdoganati nella questione pubblica.
Vesco individua nel clientelismo una delle dinamiche politiche meridionali più fondanti del fenomeno mafioso sia storico che contemporaneo. La politica in Sicilia e in generale nel Sud Italia ha sempre funzionato in maniera diversa dal resto del paese: ha messo al centro uomini il cui manifesto era a dir poco secondario, molto meno importante della relazione individuale con ogni singolo elettore: della possibilità, cioè, di aiutarlo a ottenere quella pensione, quel posto auto, quel sussidio tanto agognato. Ché, a mettersi in lista d’attesa al comune, si rischiava di morire prima, di vecchiaia.
I politici locali dedicano gran parte del proprio impegno quotidiano al reperimento dei consensi e al proprio radicamento elettorale in quartiere, a scapito dell’impegno amministrativo in un organo consiliare che non dispone di fondi per un reale intervento sul territorio. Questo ruolo di brokers in grado di radicare il consenso dei partiti nei quartieri non si basa su un generico capitale sociale, ma può essere letto come il frutto di un vero e proprio «capitale d’autoctonia», che deve la propria efficacia «all’insieme delle risorse che procurano l’appartenenza a reti di relazioni localizzate (p. 143).
Il clientelismo e il paradigma comportamentale del politico meridionale evolve nei decenni e diviene sempre più consapevole di sé, sempre più incline a calcare l’ironia degli stereotipi e della visione esterna del fenomeno, ossia del giudizio e della narrazione dei fatti prodotta al Nord. Quell’umanità ostentata diventa quindi il valore da votare ed eleggere, in primo piano rispetto a un programma politico che sì, ci sarà, ma diviene mero contorno: una cornice che il cittadino sa bene essere cava.
Siamo dunque di fronte a una dinamica doppiamente egemonica. Stigmatizzati dal discorso dominante prodotto a nord, i dirigenti politici siciliani adottano uno stile che non può fare a meno di tenere conto di quello stesso stigma. A loro volta, nel reagire ironicamente al giudizio, stabiliscono lo stile che si confà a una classe dirigente meridionale/siciliana credibile, dettando la linea per l’azione politica dei loro sottoposti, la cui ironia non è che una consolazione. Ed ecco riemergere, nella costruzione sociale e pubblica del clientelismo siciliano e del malcostume politico che lo favorisce, l’edificazione di forme di «criminalità immaginate». Quello che definiamo clientelismo è divenuto un tratto essenziale di una presunta identità siciliana – e meridionale. E in questa sua funzione di marcatore culturale è sempre stato percepito come l’inevitabile premessa per la diffusione e lo sviluppo di quel nodo che definiamo «mafia e politica» (p. 168).
Il discorso di Vesco si declina poi sull’opposizione tra mafia e antimafia: una dicotomia più mediatica che concreta, alimentata dai picchi del modello corleonese degli anni ’80 e ’90, ormai vetusta e semplicistica nella valutazione di cosa è buono e cosa no. L’antimafia è a oggi poco più di un ente che si occupa di vittime della mafia, rendendo queste ultime – quando possibile – figure di eroismo o martirio e dovendo escludere, per coerenza di manifesto, tutte le enormi zone grigie costituite da vittime che hanno peccato di complicità, di devianza, di criminalità a vari livelli. Quelle stesse zone grigie che però costituiscono buona parte del tessuto sociale dei territori analizzati. Il discorso dell’antimafia attuale quindi non si pone il problema di comprendere i perché, ma oscura le dinamiche sociali che conducono all’affiliazione mafiosa e impedisce di fatto una riflessione riguardo alle cause e agli effetti della mafia, limitandosi a santificare le vittime innocenti e a condannare gli assassini.
È per questo che una parte pur minoritaria del fronte antimafia sottolinea da tempo la necessità di ripensare le forme di costruzione della memoria, invitando ad affrontarne anche le ambiguità, le contraddizioni, le zone d’ombra. In questa prospettiva la memoria non può limitarsi alla celebrazione ma serve a porre interrogativi (p. 189).
Vesco racconta poi anche alcune delle proprie vicende personali, che partono dalla sua Alcamo e percorrono l’isola intera fino a Catania, oppure ancora alle mattinate trascorse nei CAF, tramutati in salotti in attesa del proprio turno per avere udienza con questo o quel politico rampante. Analizza l’ascesa e il crollo di segretari di partito e presidenti di regione che per anni si sono riempiti la bocca di grandi discorsi contro la mafia, salvo poi finire puntualmente indagati per collusione a un sistema radicato e profondissimo, ben più subdolo e ancora più strisciante rispetto agli scorsi decenni.
Criminalità immaginate è un libro che merita l’attenzione sia di chi si sente estraneo al tema delle associazioni mafiose sia di chi invece mastica l’argomento per sensibilità, o perché è cresciuto in un territorio in cui tali dinamiche s’insinuano quotidianamente nel sottosuolo. Non è un compendio di oscure vicende epiche, non tratta le parabole di uomini assimilabili a grandi personaggi di finzione; non vuole alimentare questa semplicistica dicotomia di bene contro male, ma piuttosto illuminare le zone d’ombra e far riflettere sull’atteggiamento mafioso in tutte le sue forme, anche quelle apparentemente più innocenti: quelle che sì, talvolta tolgono una famiglia dalla strada o fanno ottenere un assegno d’invalidità sacrosanto, ma che proliferano nell’oscurità di un sistema che, per definizione, ha doppi e tripli fini.
Ci vuole attenzione nel seguire il discorso di Vesco, preciso e molto tecnico nel linguaggio e nella scelta delle parole. La pericolosità di dinamiche come il clientelismo non è di immediata comprensione per chi è digiuno di discorsi sulla mafia, che in ogni caso non è il solo punto del saggio di Vesco. Il centro del libro, se è lecito individuarne uno, è infatti nella relazione che la mafia stessa intrattiene con la politica e coi cittadini che se ne nutrono.
Nonostante la scientificità dell’approccio dell’autore, Criminalità immaginate lascia trasparire un coinvolgimento profondamente umano, si muove senza nascondere una certa rabbia per la cecità di chi affronta il problema sbagliato e, senza mai esporla per davvero, suggerisce una messa a nudo coraggiosa.
Vesco ci dice chiaramente che se vogliamo aiutare a comprendere – per poi distruggere – il fenomeno mafioso, bisogna spostare il faro dalla celebrazione di vittime ed eroi a un approccio accademico, allo studio delle comunità, al chiedersi perché, in certe zone del paese, alcuni atteggiamenti continuano a proliferare rimanendo, per tanti cittadini disperati, la soluzione più ovvia e semplice da raggiungere.
Bisogna illuminare la strada alla giustizia sociale, alle cause strutturali del problema e indirizzare verso quest’ultimo «l’antimafia di domani» (p. 203).

Antonio Vesco, Criminalità immaginate: Ripoliticizzare la questione mafiosa, Napoli, Tamu / Tangerin 2026, €16, 223 pp.







