Rivolgendo al teatro un amore ben più forte di quello che aveva per il cinema, Ennio Flaiano dedicò al palcoscenico trent’anni di attività come recensore e come autore di testi drammatici. I suoi articoli teatrali più importanti vennero raccolti nel libro Lo spettatore addormentato (Rizzoli 1983, poi riedito da Adelphi) alterando folgorazioni elogiative – come quelle per la Salomé di Carmelo Bene o il Marat-Sade diretto da Peter Brook –, stroncature sferzanti e guizzi di critica del costume dell’Italia degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Prima ancora del suo unico romanzo Tempo di uccidere, premio Strega nel 1947, la sua carriera creativa iniziò con un testo per il teatro, La guerra spiegata ai poveri del 1946, una farsa che osserva «la Storia anche dal punto di vista cartaginese» inaugurando la figura dell’eroe modesto che rimase ricorrente nelle sue opere di invenzione; seguiranno La donna nell’armadio, Il caso Papaleo e il celebre Un marziano a Roma, prima dell’ultima tappa della sua produzione drammaturgica con La conversazione continuamente interrotta. I modelli drammaturgici delle sue pièces spaziavano da Čechov a Beckett e Ionescu non disdegnando neanche rimandi all’arte della conversazione rinascimentale; numerosi aforismi, e canzoni, costellavano le battute dei suoi testi per il teatro, che spesso vedevano intellettuali e letterati come protagonisti. Flaiano produsse una scrittura per il teatro facilmente riconoscibile, caratterizzata dal suo solito senso di desolazione e di cinismo con occasionali riscatti di speranza. Laddove Tempo di uccidere e gran parte dei suoi altri scritti sono editi da Adelphi, dopo La guerra spiegata ai poveri Rogas Edizioni ripubblica adesso anche La conversazione continuamente interrotta, con un’ottima prefazione di Gino Ruozzi.
Molto ammirata da Guido Ceronetti, poco apprezzata invece da Rodolfo Quadrelli, La conversazione continuamente interrotta è il punto finale del percorso teatrale di Flaiano, e il suo testo più metateatrale, non privo di qualche eco pirandelliana. L’ultimo dramma dell’autore pescarese venne messo in scena per la prima volta nel 1972 al Festival di Spoleto, diretto da Vittorio Caprioli e interpretato da Paolo Bonacelli e dal duo comico Cochi e Renato, e del testo venne anche realizzata una versione televisiva per la RAI nel 1978, con la regia di Luciano Salce e un cast che comprendeva Giorgio Albertazzi, Gianni Bonagura e Mario Maranzana. «L’azione si suppone a Roma, ieri» con tre protagonisti – un poeta, uno scrittore e un regista senza nome, tutti tra i trentacinque e i quarantacinque anni – e un piccolo numero di personaggi minori. Divisa in sette quadri, con un «intermezzo facoltativo», La conversazione continuamente interrotta mette in scena il brainstorming fallimentare del regista, del poeta e dello scrittore in vista di una nuova sceneggiatura da scrivere. Il testo della pièce sembra mostrare in controluce, e al di là dell’ironico disfattismo che permea le battute, l’amore di Flaiano per l’arte del teatro, riecheggiando anche altri passaggi della sua ampia e dispersiva opera. Nel Diario degli errori si leggeva che «bisogna tornare ai fondali di carta, alle porte che non chiudono, al suggeritore sotto la cupola, alle luci di ribalta, alla sonagliera della carrozza in arrivo. Bisogna vedere un pezzetto di pompiere dietro le quinte. E all’alzarsi del sipario, due camerieri spolverano i mobili e parlano dell’antefatto». Analogamente, nella prima battuta della pièce del 1972 il poeta sentenzia:
«mi piacerebbe cominciare con un cameriere che spolverata i mobili di un salotto e parla da solo, raccontando l’antefatto. Potrebbero essere un cameriere e una cameriera».
È al personaggio del poeta che è lasciata gran parte delle considerazioni che si potrebbero attribuire, senza grosse forzature, allo stesso autore:
«a me piaceva il teatro, quello di una volta, un po’ miserabile ma pieno d’orgoglio. La sfacciata presunzione della grandezza. Ignobili drammi di famiglie benestanti, figli naturali, il passato che torna, agnizioni, sacrifici sublimi. Con le scene di carta, le quinte, le porte che si gonfiavano come vele, il precipitare del sipario. Molta paccottiglia».
«Il teatro allora viaggiava come un popolo nomade, carico di proposte esemplari, di vizi e di virtù… di esistenze eroiche, di sogni folli e scadenti», continua nostalgico il poeta. «L’ultima sera tagliavano le battute, il treno passava poco dopo la mezzanotte e loro dovevano prenderlo, o perdevano una piazza. I bauli pieni di stracci erano pronti, bastava soltanto struccarsi e correre alla stazione. Quella era vita!».
È una particolare malinconia sferzante quella che, ne La conversazione continuamente interrotta così come in molti altri passi dell’opera di Flaiano, emerge con forza: una forma dissimulata di critica della cultura che ha pochi uguali nella letteratura italiana degli anni Sessanta e Settanta. «Sì, ma a che serve il teatro? Mio nonno entrò in un teatro cinque volte in tutta la sua vita, mio padre diciamo cinquanta, io ogni settimana, da anni. Eppure abbiamo commesso tutti e tre gli stessi errori», è una battuta-chiave dello spettacolo, messa questa volta in bocca allo scrittore. «E se penso a loro, li vedo più responsabili, più densi di me. Più uomini».
Illuminanti sono i passaggi de La conversazione continuamente interrotta che ritraggono i tre protagonisti intenti a trovare la storia giusta con cui scrivere la loro sceneggiatura. Come è noto, Ennio Flaiano in vita fu apprezzato soprattutto come sceneggiatore: la collaborazione più importante e significativa fu senza dubbio quella con Federico Fellini, con il quale scrisse capolavori del calibro de Luci del varietà, La strada, La dolce vita e 8 e ½, e di cui sconsolatamente l’autore pescarese diceva «mi ha rubato anche l’infanzia». Altri registi con cui Flaiano collaborò furono Roberto Rossellini, per Dov’è la libertà?, Michelangelo Antonioni, per La Notte, Elio Petri, per il fantascientifico La decima vittima, e poi Dino Risi, Mario Soldati, Mario Monicelli e Luciano Emmer; a questi nomi di spicco si aggiunsero molte altre sceneggiature “di mestiere”, per titoli ormai dimenticati del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta, per non parlare delle decine di recensioni disseminate tra il 1939 e il 1951 su vari settimanali e quotidiani dell’epoca e recentemente raccolte nel volume Chiuso per noia, curato da Anna Longoni ed edito sempre da Adelphi.
Tutte queste esperienze professionali di Flaiano sembrano confluire ne La conversazione continuamente interrotta, come nel momento in cui il regista prova invano ad applicare sul testo da scrivere gli strumenti e i segreti della tecnica delle sceneggiature all’americana – «primo: il personaggio, il protagonista. Chi è, che cosa vuole, qual è il suo scopo determinante, urgente. The urgent desire. Chiaro?». Lo scrittore a un certo punto immagina una storia un po’ antonioniana di un condominio in periferia dove due vicini, un uomo e una donna, che neanche si sono visti in faccia, scoprono di avere i letti accostati ai due lati dello stesso, esile muro in due diversi appartamenti, e ogni sera grattano quel muro dandosi la buonanotte «la condizione dell’amore in una società di massa. Basta amplificare il messaggio», è il commento. Lo stesso scrittore da solo a casa si mette a dettare al registratore il dodicesimo capitolo di un romanzo che è un’esemplificazione, e forse anche un po’ una parodia, dell’esistenzialismo à la Sartre e à la Moravia, salvo poi fermarsi, coerentemente con il tono della scrittura, per chiedersi «Dio mio, perché scrivo? In fondo non mi piace». A un intervistatore che gli propina il solito questionario sulla condizione dell’intellettuale nel mondo moderno risponde lapidariamente che questa è «assurda». Nella ricerca disperata di un soggetto da adattare, i quattro approdano anche a una rivisitazione biblica della Crocifissione di Gesù, che sembra occhieggiare al modello de L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis, pubblicato nel 1951 ma arrivato in Italia solo nel 1987 nell’imminenza dell’uscita del film che Martin Scorsese ne aveva tratto, forse noto a Flaiano attraverso l’edizione francese. Accanto all’intento parodizzante di questi passaggi non manca qualche momento in cui, sempre con un retrogusto ironico e irridente, il tono de La conversazione continuamente interrotta si fa più serio, in una pantomima del tragico. «I finali non esistono, li fa il tempo. Per avere un vero finale di una storia bisognerebbe che morissero tutti i protagonisti, e non basterebbe nemmeno. Ci sono gli eredi», sentenzia con un po’ di nichilismo il poeta. «Tra cento anni, nasce uno che somiglia al protagonista, che commette gli stessi errori del protagonista, e la cosa dovrebbe continuare. Se vogliamo essere strettamente coerenti».
Lo sguardo di Flaiano ne La conversazione continuamente interrotta è insieme ironico e pietoso: la satira non deride in modo gratuito ma mette a nudo la fragilità di un ceto colto che ha perso la capacità di intessere un discorso condiviso. Come suggerito sin dal titolo, il cuore drammaturgico dell’opera risiede proprio nell’interruzione: non solo come figura stilistica, ma come meccanismo diegetico che scandisce il ritmo e rivela i caratteri. Il dispositivo scenico adottato da Flaiano – contesti borghesi, microconfessioni domestiche, riunioni che si diluiscono in digressioni – mette in luce la distanza tra parola e intenzione, e trasforma la conversazione in un’arena di fraintendimenti dove la comunicazione fallisce per eccesso di ego e per incapacità di ascolto. Ad evidenziare ulteriormente questa componente di incomunicabilità, tra gli altri momenti che restano impressi dell’ultimo dramma dell’autore pescarese c’è anche una surreale seduta dallo psicologo dello scrittore – «le ho mai… le ho mai raccontato le mie prime esperienze sessuali, diciamo il primo amore?», chiede paradossalmente il dottore al paziente; «no. La pregherei di non farlo. Mi distrae», è la risposta. Interessante e sempre sullo stesso tono è anche la tirata dello scrittore contro i mezzi moderni di comunicazione: «ma perché mai la nostra epoca vive sotto l’incubo di macchine utili e stupide come questo telefono? Suona e noi rispondiamo! Assurdo», «e in ogni voce c’è l’ipocrisia della buona coscienza addolorata. Come stai? Che cosa fai? Intanto questo continuo indagare! Io sto come sto e faccio quello che faccio. Voci senza pudore arrivano a chiederti: Mi ami? – Ti odio, vorrei rispondere, perché tu vuoi denudarmi?».
Ne La conversazione continuamente interrotta Flaiano si concentra su tre protagonisti che fanno – o meglio, dovrebbero fare – un lavoro intellettuale e creativo, ma non mancano sguardi più ampi sulla società italiana di quegli anni, reduce da poco dal conato di Sessantotto che c’era stato e prossima a cadere nei gorghi della strategia della tensione. Se lo scrittore dice che «siamo nel sesso fino al collo», il poeta dal canto suo afferma: «io non so niente del sesso: trovo che è divertente in sé, con qualche riserva, ma noioso quando se ne parla o se ne scrive». Di tanto in tanto i personaggi si mostrano consapevoli della dimensione teatrale in cui si trovano, come quando il regista ordina «date le luci di ribalta» e, secondo la didascalia, si deve attivare l’illuminazione a centro palco. Questa metateatralità elevata alla seconda potenza, con un regista, un poeta e uno scrittore impiegati a vuoto su una sceneggiatura e a tratti consapevoli di essere a loro volta oggetto di una drammaturgia, non è un mero ornamento del testo, ma una sua dimensione essenziale che si collega alle inquietudini più profonde, quasi metafisiche, dell’autore. Mostrando l’impossibilità dell’atto creativo, lo squallore dietro la creazione artistica, il vuoto a perdere dell’ispirazione, La conversazione continuamente interrotta non è solo l’equivalente, nella produzione a firma del solo Flaiano, di un 8 e ½ più scarno e meno poetico, ma una piccola trattazione esistenziale su quella sensazione di scacco che l’autore pescarese, come scrittore e come uomo, approfondì e sperimentò per tutto il corso del suo percorso, fino alla sua prematura morte il 20 novembre 1972, pochi mesi dopo il debutto della pièce.

Ennio Flaiano, La conversazione continuamente interrotta, Rogas, Roma 2025, 128 pp. 13,70€







