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Devozione al visibile: Linea di Mira di Cristina Simoncini

Davide CastiglionediDavide Castiglione
2 Febbraio 2026
in Poesia
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Devozione al visibile: Linea di Mira di Cristina Simoncini

«Mi divertivano gli stimmi da acconciare, | la devozione fiduciosa al visibile». Sono i versi conclusivi di Linea di Mira, l’esordio in poesia di Cristina Simoncini, classe 1966. Li cito in apertura di recensione perché mi sembrano retrospettivamente compendiarne la poetica: da un lato, è centrale l’esercizio della memoria, il quale  conduce a una ricognizione emotiva e analitica di una storia personale, familiare e sociale che va «dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta» (come precisa la quarta di copertina).

Dall’altro lato «la devozione fiduciosa al visibile», a quanto si offre empiricamente ai sensi, innerva pressoché ogni poesia del libro, onorando l’impegno verso la presenza testimoniale e arginando le tentazioni smaterializzanti e le lusinghe dell’assenza di tanta lirica: valgano  a esempio alcune immagini da close-up – tattile la prima, olfattiva la seconda, tattile-visiva la terza: «prurito di polvere da sparo», p. 17; «respirava il fenolo delle strade», p. 27; «qualche goccia di sudore | finiva nel colletto bianco», p. 33. Versi del genere davvero rimandano a un «vasto magazzino di percezioni», come scrive Vincenzo di Maro in una conversazione con l’autrice posta in chiusura al volume, a mo’ di postfazione dialogica (p. 85).

L’attitudine empirica è consustanziale alla tensione conoscitiva di Simoncini, per la quale la memoria «è tutto fuorché nostalgia: è piuttosto presenza, anche percettiva» (p. 84, dalla succitata conversazione): così che memoria e percezione si trovano mutualmente implicate, come avviene spesso anche in Federico Italiano (cfr. Habitat, prima sezione: «Sotto questa pioggia di fine inverno | si andava a visitare le zie, | a Galliate con l’Audi 80 | color senape»; da confrontare, per atmosfera, con «Millenovecentosettantaquattro | mio padre guida la Lancia Duemila | Iniezione, sul retro le bambine | scostano le tendine parasole», Linea di mira, p. 23). Al di là di una sensibilità condivisa, a contare è probabilmente anche il magistero di Seamus Heaney – del resto ammesso sia da Italiano che da Simoncini. Il poeta irlandese, infatti, ha fatto della propria infanzia materia di scavo psicologico e conoscitivo (famosamente in Blackberry-Picking), arginando quanto possibile l’indulgere nostalgico. 

Prima ancora che realizzato nei versi, il tema del visibile e della mira – dell’attenzione – è anticipato dal titolo stesso, in dialogo con la toccante foto di copertina (opera di Antonio Lillo, al contempo editore del libro e poeta egli stesso): qui vediamo una lente d’ingrandimento appoggiarsi al viso in primo piano, e in bianco e nero, di un bambino che socchiude gli occhi in un atto di concentrazione. La foto smussa così, nella tenerezza della scena e nella circolarità della lente, l’aggressività della caccia a cui allude il titolo (la “mira” fa riferimento al fucile del padre, con le sue «coppe del piattello, caricate a salve», p. 34). Forse la curiosità della scoperta, antenata e motore della scienza, è anche una forma sublimata della caccia: ecco allora che i due concetti sembrano entrare nello stesso continuum, l’uno la trasformazione dell’altro, un po’ come per il binomio memoria-percezione. Non a caso l’io si definisce, come Atena da Zeus, «nata da un vuoto | al centro della testa di mio padre» (p. 17) e riconosce di essere «un granello della sua vocazione».

Per inciso, sarebbe interessante riflettere a livello editoriale sull’uso di soggetti umani per le copertine di libri: pratica assai inusuale in poesia, e invece standard nei romanzi; primo indizio che Linea di mira – in parte «memoir, in parte autofiction» (ancora dalla quarta di copertina) – si presenta come un romanzo in versi. Un romanzo, certo, più vicino alla narrazione lirica, più interessato all’attraversamento di atmosfere che al concatenamento di scene secondo un’idea forte di trama. Perni e motori di queste atmosfere sono personaggi perlopiù ascrivibili all’ambito familiare o amicale (la madre, il padre, il nonno, la sorella, altri interlocutori cari ma non nominati), con più fugaci apparizioni a dare colore d’epoca alle atmosfere (il pugile Angelo Jacopucci, il matrimonio tra Carlo e Diana, Panatta…). L’effetto romanzo è comunque ottenuto, a livello macrotestuale, dalla scansione cronologica: le sezioni II e IV nominano esplicitamente i Settanta e gli Ottanta, mentre nella I appare, quasi invocata, la «età d’oro dei Sessanta» (p. 11).

La narratività diffusa fa leva su uno stile scorrevole e concreto. Le numerose date, i toponimi (“Montecatini”, “Buckingham Palace”, “Piazza Marsilio Ficino”, “Grado”, “Berlino”) e i nomi di brand (“Barilla”, “Muratti Ambassador”) dànno vita a un realismo storicamente situato; mentre la relazionalità fra i personaggi è marcata dai discorsi diretti, liberi o accompagnati da verba dicendi («che stai cercando, ho sussurrato a un tratto», p. 31; «Che fai? | Ricorda, sei la figlia di un direttore», p. 41) e più in generale dall’uso di un sermo humilis con lessico colloquiale e fraseologie idiomatiche (“imbambolata”, “acchiapperemo”, “l’hai scampata per un pelo”, “stendere sopra un velo pietoso”). Queste spie stilistiche consentono di ascrivere il lavoro di Simoncini a un filone di realismo empatico che ho esaminato in un saggio alcuni anni fa.[1] Non sorprende, dunque, il debito che Simoncini riconosce nei confronti di scrittori in prosa quali Faulkner, Woolf, Cheever, Del Giudice, Onetti e Soriano, accanto a poeti perlopiù di area anglosassone (Strand, Heaney, Williams) e italiana (Sereni, Giudici, Fortini, Caproni) (p. 84).

Tale narratività è sostenuta anche dal tipo di versificazione esemplificata dai due versi citati all’inizio: «Mi divertivano gli stimmi da acconciare, | la devozione fiduciosa al visibile». L’andamento latamente endecasillabico a minore di questi versi (un tredecasillabo seguito da un dodecasillabo sdrucciolo, entrambi con accenti di 4° e 8°) genera un ritmo pacato e bilanciato ma senza ossessioni isosillabiche: la versificazione rispetta le pause sintattiche e tende a evitare ritmi troppo spezzati o concitati. Simoncini predilige infatti «elementi come la chiarezza e la transitività» (p. 86), anche se non mancano momenti di opacità situazionale dovuti a reticenza o pudore, e che però nulla sottraggono all’impatto emotivo dei testi.

La base endecasillabica di Linea di mira è del resto comune a tutto un filone di poesia narrativa, e la ritroviamo per esempio in Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012, riedito nel 2019) di Francesco Targhetta, e nei poemetti contenuti in La colpa al capitalismo (2022), sempre di Targhetta. È probabile che tanto su Targhetta quanto su Simoncini agisca il modello di Bertolucci di La camera da letto, ancor più direttamente rilevante per Simoncini in quanto anche Bertolucci ripercorre un’epopea familiare e non – come in Targhetta – una serie di individualità atomizzate e precarie.

Più vicino a Linea di mira – sia per epoca che per genere, in ambo i sensi del termine – mi pare il romanzo familiare di Maria Pia Quintavalla, China (2011): versi come «Le pantofoline blu, disegnate | a gessetto, nel cortile dell’infanzia | di via guicciardini, mondi interi narrati | nella strana ingegneria dei bimbi» non stonerebbero in Linea di mira. Anche Amigdala (2024), di Riccardo Frolloni, ha di recente tentato la via dell’epopea familiare («io bambino in braccio a mio padre, e tutti sorridono»), benché scandita in versi lunghissimi e dal ritmo più percussivo, magmatico, cumulativo. Al netto di questi e altri possibili accostamenti, sottoscrivo l’affermazione di Simoncini secondo la quale «il racconto di una storia con più protagonisti non mi pare una strada del tutto battuta in poesia» (p. 84). In effetti l’articolazione di un discorso corale in cui il trascorrere dei decenni si fa esso stesso palpabile come un personaggio, come avviene in Simoncini, resta una terza via minoritaria in Italia, dove mi pare prevalgano l’episodicità lirica oppure, all’opposto, la concettualità seriale.

La mia enfasi sul macrotesto e sugli elementi narrativi rischierebbe di far passare in secondo piano la compiutezza e densità – queste sì, liriche – dei singoli componimenti di Linea di mira. Questi componimenti, infatti, non si offrono mai come lunghe colate narrative ma come quadri (o mirini): possono essere monostrofici o polistrofici, ma sono sempre improntati a una forma di controllo razionale, di equilibrio neoclassico. Ciò avviene anche laddove Simoncini organizza le poesie come momenti numerati di una serie – è il caso dei poemetti In viaggio nei Settanta (pp. 23-25), Ombre estive (pp. 27-30), Anni di piombo (pp. 32-36) e Voyage au bout de la nuit (pp. 60-62). Esemplifico con un testo intero, come tanti altri non titolato (a incoraggiare una lettura continuativa):

Ti ho avvertita, seguirò da lontano,
guidando la mia moto, il corteo funebre.
Non sta bene – dici – per chi ti vede.
Al centro resta sempre l’apparenza.
– Prometto, il gas al minimo –
Capisci, lasci perdere.

Presto sarà finito il luglio atrofico
del millenovecentottantaquattro,
l’Honda tira di lungo, si defila.
Ti sento piangere di rabbia, a casa –
colgo nella tua mente tutta la distanza
fra le esequie e la sua morte. (p. 57)

Qui l’equilibrio e la simmetria sono dati dall’estensione identica delle due strofe, di sei versi ciascuna, e a base endecasillabica (vv. 1, 2, 3, 4, 7, 8, 9, 10) con occasionali settenari (vv. 5-6) e misure a queste due riconducibili (il tredecasillabo e l’ottonario dei vv. 11-12). Emerge quindi la memoria metrica della canzone petrarchesco-leopardiana, nonché una compattezza accostabile a quella del sonetto (dodici versi anziché quattordici). La cura compositiva nobilita il registro del sermo humilis di cui dicevo, funzionale a un tono confidenziale e sussurrato.

Questa poesia esemplifica bene anche la tensione relazionale che informa l’intero libro, come riconosce la stessa poetessa: “percorrere la memoria è stato anche questo, per me: sentirmi e capirmi nella testa di un altro” (p. 87). All’allocuzione iniziale dell’io alla madre («ti ho avvertita») segue una replica della stessa («Non sta bene – dici – per chi ti vede») e poi di nuovo dell’io, che cerca un compromesso («prometto, il gas al minimo») senza però rinunciare alla decisione irrituale – e secondo la madre irrispettosa – di accompagnare il corteo funebre in moto. Si stabilisce, insomma, un fitto dialogo fra i due personaggi, dal quale emerge una frattura fra il senso del decoro di cui è guardiana la madre, per la quale «al centro è sempre l’apparenza», e il ribellismo della figlia, che è in realtà ricerca di aderenza fra il sentire e l’agire. E infatti, nei tre versi finali, la madre sconta in pianto e rabbia lo sforzo di aver sostenuto la recita sociale, la quale comporta un disallineamento e appunto una distanza «fra le esequie e quella morte»: non tutte le morti, infatti, hanno uguale valore affettivo; ma è proprio questa disparità a venire livellata dalle aspettative e dai rituali sociali. Lungi dall’esaurirsi con la fine del dialogo, la relazionalità empatica si rafforza ai limiti della telepatia («colgo nella tua mente») quando all’attività verbale subentra il pianto inarticolato della madre. A livello sociale e di costumi, la spaccatura etico-comportamentale fra madre e figlia rispecchia quella, generazionale, delle due anime della borghesia pre- e quella post-sessantottina su cui ha recentemente riflettuto Guido Mazzoni in Senza riparo (Laterza 2025).

Ci sono altri aspetti del libro che meriterebbero attenzione, a partire dall’importanza dell’ecfrasi di fotografie della serie Fermo immagine che apre ogni sezione (pp. 9, 21, 51, 65), e che quindi immette nella cronologia del libro un elemento di ritorno seriale e di sospensione temporale – ma altre foto ricorrono in altri luoghi testuali, per esempio nella bellissima «Ti sento a tratti, la linea è disturbata», p. 59, che evoca la caduta del Muro e il tragico incidente di Winfried Freudenberg, che morì congelato «su una pseudo-mongolfiera» per fuggire da Berlino Est. Vanno senz’altro ricordati i versi conclusivi del poemetto Ombre estive, memorabili per la spietata diagnosi sociale che distillano: «è stato un lavoro di squadra | ogni carenza si è fatta in quattro | per mantenere indisturbata l’altra. | A questo serve la famiglia, mamma, | a non guarire» (p. 30). Spicca pure l’accorta ma discreta tessitura sonora dei versi, ricchi di rime interne e allitterazioni («l’albicOCCO ebbe uno sbOCCO», «quELLO bELLO, il capELLOne», «CORROnO OvunQUe, una CORtina di CROlli», con gli insistiti ritorni di /k/, /r/ e /o/), o accelerata da tricola asindetici di sereniana o cattafiana memoria («la fabbrica la villa la famiglia», «intelligenza fiuto abilità»). O ancora la singolarità ritmica di un verso cadenzato con attacco anapestico come: «scivolata senza cura schiena al muro».

Questi rilievi dimostrano la serietà anche artigianale del lavoro di Simoncini, che molto raramente pecca di ingenuità – queste ultime si affacciano in certi moduli genitivi, talora metaforici («vuoto dell’adolescenza», «la meccanica delle spiegazioni», «avanzi di lingua della notte») e talaltra più letterali («il sorriso arreso dei bambini», «l’indiscussa bellezza del presente», «ai silenzi della sera»), ma di solito pigramente ermetizzanti o generici nell’effetto. Ma quale opera – e a maggior ragione, quale opera prima? – può davvero dirsi esente da sbavature che non solo sono minoritarie, ma che tendono a passare inosservate a una lettura partecipe e continua, quale Linea di mira incoraggia?

Questo esordio di valore fa pesare – in positivo – l’esperienza e la saggezza di decenni di vita attraversata e interrogata sul filo della relazionalità. Un tale retroscena mette Linea di mira al riparo dai limiti attitudinali ed estetici di molti esordi giovanili – tra i quali la ricerca di tematiche originali o per forza periferiche o al passo coi tempi, o gli armamentari citazionisti a cercare di irrobustire un’identità ancora in formazione e in fondo insicura. In questo libro, che non soffre d’indulgenze autoriali spiccate e che si pone con schiettezza al crocevia fra storia e memoria, fra personale e corale, molti lettori comuni potranno ritrovarsi, come sta anzi già avvenendo. L’apprezzamento della critica, di cui si offre qui un tassello, non dovrebbe tardare.


Cristina Simoncini, Linea di mira, Pietre Vive, Locorotondo, 2025, pp. 89, € 12.

[1] D. Castiglione, Nel mondo sensibile: realismo empatico nella poesia italiana contemporanea. «ENTHYMEMA», 25, 423-444. https://doi.org/10.13130/2037-2426/13690

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Tags: Anni Ottantaanni sessantaanni settantaCristina SimonciniFederico ItalianoFrancesco TarghettaGuido MazzoniLinea di miraPietre vivepoesia contemporaneapoesia narrativarealismo empaticoromanzo in versistilisticaWinfried Freudenberg
Davide Castiglione

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