Non c’è un unico modo per descrivere l’ultima uscita di Wanda Marasco, Di spalle a questo mondo (Neri Pozza 2025). E allo stesso tempo non c’è un unico modo di reagire a questo romanzo, vincitore del Premio Campiello 2025 e incluso nella dozzina finalista del Premio Strega 2025.
Più volte mi sono trovata davanti al cursore lampeggiante della pagina Word a cercare di mettere insieme i pensieri per rendere con dignità e la giusta gravità la parabola esistenziale di Ferdinando Palasciano e di sua moglie, Olga de Vavilov, due personaggi che nella non-linearità della loro esistenza hanno saputo dare un ordine al tutto, subendo la propria psiche, ma senza mai distogliere lo sguardo l’uno dall’altra e tra le pieghe dei misteri del proprio destino. I protagonisti del romanzo di Marasco, in realtà, sono figure realmente esistite in una Napoli del secondo Ottocento, tra le fila di una giovane Italia unita e dell’intellighenzia partenopea sulle cui spalle c’è ancora da scrollare la polvere da sparo delle armi garibaldine, e nei cui occhi sono impresse le scene di una guerra di sangue e di terra. L’ autrice (nella cinquina del Premio Strega nel 2017 e con un passato nella poesia), ispirandosi alla loro storia, ha saputo costruire un mito universale, servendosi dell’esempio biografico dei due protagonisti, descrivendo una parte per il tutto. Ogni personaggio di questo romanzo ha infatti una precisa funzione allegorica, in cui chi legge si può riconoscere traendone esempio e insegnamento o, al contrario, si può allontanare infastidito dalla propria immagine riflessa: i classici precetti del mito, insomma.
Con una lente sulla trama, Di spalle a questo mondo si ispira al vissuto del chirurgo Ferdinando e di sua moglie Olga. Palasciano è stato il primo professionista medico a proclamare il principio di neutralità dei feriti di guerra, mentre sua moglie – di origini russe trapiantata a Napoli – non detiene nessun primato se non nel cuore di suo marito, conquistato da una zoppìa isterica di lei che lui ha saputo guarire. La stessa zoppìa che tornerà non appena Ferdinando perderà il contatto con la realtà. Marasco, attraverso un continuo rimbalzo tra flashback e contingenza dei personaggi, ricostruisce il vissuto di Ferdinando, segnato da lotte politiche ma soprattutto interiori. Le stesse lotte che lo vedranno soccombere a sé stesso nell’ultima parte del libro, trincerandosi dietro a un silenzio dell’indicibile. Ma – come esposto da Giulia Ciarapica nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025 – ridurre il romanzo di Marasco soltanto a ciò che appare in superficie equivarrebbe a ignorarne la portata più intima, quel livello in cui l’intera vicenda si configura anzitutto come un rigoroso lavoro sullo stile, una ricerca linguistica e formale che non è orpello, ma struttura portante dell’opera. Se la debolezza fisica di Olga può infatti essere letta come il segno di una vulnerabilità più ampia, una sorta di zoppìa psicosomatica che riguarda ognuno di noi, allora è altrettanto evidente che questa imperfezione interiore assolve a una funzione essenziale: conferire autenticità alla condizione fragile dell’essere umano. L’autrice prende le mosse dal corpo, soprattutto da quello dei due protagonisti, affinché esso stesso diventi materia di scrittura, veicolo di senso.
Forse il blocco iniziale verso la stesura di questa recensione derivava in prima battuta proprio dall’uso sapiente, magistrale, che Marasco fa della sua scrittura, difficile da riportare senza peccare di ingratitudine e inesperienza. L’autrice, con delle stilettate segniche, ha riportato nero su bianco la complessità del ragionamento in una maniera impressionabilmente asciutta e chirurgica (come chirurgo era Palasciano), facendo provare al lettore quel senso di sollievo del “non avrei saputo descriverlo meglio”, ma anche del “non avrei saputo proprio come descriverlo”. E Marasco lo fa con una lingua che trova il proprio senso solo in sé stessa, plasmata con la precisione di un artigiano capace di far convivere più registri: l’idioma delle origini, il dialetto trasmesso dalle madri e nato negli spazi domestici; poi la lingua acquisita con l’impegno dello studio; e infine quella poetica, grazie alla quale, attraverso un lessico sobrio ma ricco, l’autrice riesce a dare voce e consistenza a ciò che di solito sfugge allo sguardo. Il registro si calibra in base agli interlocutori, al tempo della fabula e allo stato d’animo di Palasciano, rendendo la lingua un vero e proprio personaggio attivo nella vicenda.
Il secondo centro su cui punta il compasso di questo romanzo è la figura di Olga de Vavilov, la moglie di Ferdinando e co-protagonista della vicenda narrata. Sarebbe errato pensare che la sua funzione sia soltanto passiva all’interno del libro. Al contrario, la sua è una funzione agentica in tutto e per tutto, e l’autrice lo rende evidente dedicandole capitoli interi costruiti esclusivamente sul suo punto di vista. Anche a livello grafico è visibile un distacco: ogni volta che chi legge si imbatte nelle riflessioni di Olga la scrittura è in corsivo e in un registro pulito e asciutto. E la particolarità di questa costruzione a scatole cinesi, tra la storia di Ferdinando, i flashback della sua vita passata e i ragionamenti di Olga, è che il senso del romanzo si rivela con un effetto quasi benefico agli occhi del lettore: la costruzione del libro, e verrebbe da pensare della stessa psiche umana, si svela lentamente durante la lettura, pagina dopo pagina, trauma dopo trauma (dei protagonisti, ma anche universale), consunzione dopo consunzione. L’esito finale? Il ribaltamento del focus del romanzo, che non è più Ferdinando Palasciano con la sua parabola di vita, bensì Olga de Vavilov e l’andare incerto e claudicante suo e di ciascuno di noi. In ultima battuta, c’è un ultimo personaggio silente all’interno del romanzo di Marasco meritevole di menzione, con un preciso ruolo attivo nello svolgersi della vicenda: la torre. I pensieri di Olga prendono forma e spiccano il volo proprio tra i merli della torre, cuore dell’eccentrica dimora della coppia situata in cima alla salita del Moiariello. È l’immagine della torre, con Olga affacciata alla sommità merlata il mattino del suo ricovero, a ossessionare la mente confusa di Palasciano; ed è dalla torre che Olga si dispone a incontrare per la prima volta il marito in manicomio. Alla torre, ancora, la donna affida la confessione di aver rivissuto, nella follia di Ferdinando, i suoi tormenti del passato; ed è la torre che fa da scenario alla notizia del ritorno dell’uomo a casa. Sarà sempre la torre a presagire per prima la morte del medico (annunciata al lettore già nella prima pagina del libro), avvolgendosi nella nebbia e quindi cedendo il passo a un cielo incredibilmente terso. E, infine, sarà proprio una torre in miniatura a fungere da monumento funebre di Palasciano, a rappresentare la sua esistenza scolpita nel marmo. Olga sceglierà delle parole “abissali” da far incidere sul retro della torre funebre del marito (sia nella sua lingua madre che in italiano), parole invisibili a tutti, ma ardenti di significato e preghiera: «Dio, non respingere la sua anima sconvolta dalla crudeltà del mondo. Il male che era in lui non era il suo male, era il male del mondo» (p. 395).

W. Marasco, Di spalle a questo mondo, Vicenza, Neri Pozza, 2025, 416 pp., € 20.







