La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Cinema

28 anni dopo – Il tempio delle ossa è un sequel miracoloso

Massimo CotugnodiMassimo Cotugno
23 Gennaio 2026
in Cinema
0
28_anni_dopo_il_tempio_delle_ossa_recensione

Dell’assenza di creatività in questo ventunesimo secolo se ne parla ovunque. Possiamo fruire di un intrattenimento pulviscolare e pervasivo non-stop, la noia è un concetto che ormai si studia nei libri alle voci Baudelaire e Moravia, eppure questo horror vacui di contenuti si avvita su sé stesso da tempo, senza partorire alcuna reale nuova forma di espressione. Il fenomeno della stagnazione creativa viene analizzato da diversi studiosi, basti citare il giornalista del New York Times Jason Farago, che nel 2023 pubblicava un articolo intitolato Why Culture has come to a Standstill o lo scrittore W. David Marx, che lo scorso novembre ha pubblicato un libro intitolato Blank Space: A Cultural History of the Twenty-First Century, dove si individuano le ragioni di questa scarsità creativa in una sempre più schiacciante subordinazione dell’arte al successo commerciale. Se fino agli anni Novanta rimanevano vive sacche underground di creatività, che vedevano il successo come il capolinea della loro libertà o come un tedioso effetto collaterale, il concetto è quasi capovolto nel nuovo millennio. Nel mondo del cinema questo fenomeno si è tradotto nell’assenza di nuove storie e nel proliferare incontrollato di mediocri reboot, remake e sequel. Il problema spesso non è da ricercare nell’operazione in sé, ma nella scelta di produrre film “fantasma”, simulacri della matrice originale, perfettamente in linea con le aspettative del suo pubblico, tutt’al più soggetti a restyling forzati per addattarli alla sensibilità attuale. Fortunatamente, in questi anni, ci sono state delle eccezioni e tra queste c’è sicuramente 28 anni dopo – il tempio delle ossa diretto da Nia DaCosta. Tecnicamente si potrebbe definire un fourquel, se si considerano tutti i capitoli del franchise precedenti, o un threequel, se si rimuove l’apocrifo secondo capitolo diretto da Fresnadillo, 28 settimane dopo, cancellato con un colpo di spugna dalla nuova storyline scritta da Boyle e Garland. Il tempio delle ossa arriva nelle sale circa 6 mesi dopo l’uscita di 28 anni dopo (di cui avevamo parlato da queste parti) e riprende la storia esattamente da dove l’avevamo lasciata. Il giovane Spike, dopo essere fuggito dal villaggio e aver perso la madre, si unisce al fanatico Jimmy Crystal e alla sua gang di ragazzini killer (le Dita), scoprendo ben presto di essere finito in un incubo. Nel frattempo, il dottor Kelson, circondato dal suo tempio di ossa, porta avanti in solitudine delle ricerche per un antidoto al virus che ha trasformato la popolazione in zombie rabbiosi. Nonostante l’adesione totale alla continuità narrativa, rispetto al capitolo precedente, la regista opta per una regia meno protagonista e abbandona le sperimentazioni digitali di Danny Boyle, per un racconto visivo più tradizionale. Come nel capitolo precedente, anche nel Il tempio delle ossa, DaCosta prosegue nell’allontanamento progressivo dalle atmosfere classiche dello zombie movie, per addentrarsi maggiormente in un genere ibrido tra il folk-horror e il post-apocalittico.

Non c’è tempo per riassunti o scene interlocutorie inserite solo per acclimatare lo spettatore distratto e riaccompagnarlo per mano nella storia. Fin dal primo fotogramma si lotta per la vita. In una piscina vuota, Spike ha in mano un coltello e sfida un altro membro delle Dita per sopravvivere e meritarsi il suo posto nel branco. La maturità del ragazzo passerà attraverso un’arteria femorale recisa e una parrucca bionda ad incoronarlo nuovo membro. In un mondo risucchiato dall’orrore, il passato, con i suoi riti collettivi e la sua cultura, è una lontana eco indecifrabile. Uomini come Jimmy Crystal hanno così campo libero nel tradurre i loro deliri in nuove narrazioni in grado di manipolare giovani adepti cresciuti senza memoria di un mondo pre-contagio. Patrono del nuovo culto è nientemeno che Lui, l’immarcescibile demonio, ancora una volta capro (in tutti i sensi) espiatorio per la sete di violenza dello psicopatico di turno. A metà tra Charles Manson e un tiktoker che incita i suoi follower all’ultraviolenza, Jimmy attraversa le terre selvagge alla ricerca di un segno concreto del suo Signore Oscuro, insieme alla sua dannata corte dei miracoli. Si respira un’aria da fabula medievale in questo film, la cui ambientazione assume l’aspetto di un enorme palcoscenico. Se in 28 anni dopo, Garland e Boyle fotografavano splendidamente la vastità del mondo naturale dominato dal morbo, Nia DaCosta sembra ridurne le dimensioni, senza però subordinarlo a mero sfondo, bensì conferendogli la plasticità di un luogo teatrale. Quel tempio di ossa che abbiamo conosciuto nel capitolo precedente, è ora polo magnetico della storia, dove, come in una tragedia greca, verranno svelati i destini di tutti i personaggi. Non mancano però i momenti di puro gore (l’episodio centrale è tra i più crudi dell’intera saga) alternati ad altri comici, dosati con ritmo ed equilibrio. Garland pesca ancora a piene mani dal pop per una colonna sonora intelligente e perfettamente utile nello stemperare la cupezza della pellicola. Ma a rendere Il Tempio delle ossa un sequel memorabile è la prova attoriale di due attori appartenenti a due generazioni diverse, che, in qualche modo, sembrano qui misurarsi e passarsi il testimone. Il primo è Jack O’Connell, che, dopo aver rubato la scena in Sinners (candidato a 16 Oscar) nei panni di un vampiro irlandese, ha qui l’occasione di interpretare un altro cattivo magistrale, basandosi su una recitazione controllata, ma sempre sul punto di esplodere (un po’ alla Gary Oldman in film come Léon o Dracula). A meno di quarant’anni O’Connell si candida per essere un degno successore del secondo attore di cui bisogna parlare: Ralph Fiennes, che, superati i sessant’anni, non smette di stupire per la sua incredibile versatilità e dedizione. Attraverso una performance che comprende registro drammatico e comico, l’attore britannico ci racconta lo sviluppo del personaggio del dottor Kelson: da stralunato mago di Oz in 28 anni dopo a uomo in preda alla solitudine e capace di risorse inattese. A tenere tutto insieme, nonostante le notevoli differenze a livello di scelte registiche, resta la solidissima scrittura di Alex Garland, che si conferma una delle menti più ispirate del cinema mondiale. Non resta che aspettare il terzo e conclusivo capitolo di una delle saghe più sorprendenti e meno scontate degli ultimi anni, che sta ricordando a hollywood come portare avanti un franchise di successo, senza rinunciare a originalità e visione.

Scarica articolo in PDF
Tags: 28 anni dopoDanny BoyleJack O'ConnellNia daCostaRalph Fiennes
Massimo Cotugno

Massimo Cotugno

Laurea magistrale in lettere, una passione per la comunicazione digitale, una fissa per l'illustrazione e un'ossessione per il cinema. Sorrentiniano della prima ora e di fede lynchana, studia il mondo delle serie televisive e tenta da sempre di organizzare un cineforum privato. Ha un podcast che si intitola "Strappare i biglietti" in cui parla di libri sul cinema.

Post Correlati

sentimental_value_recensione

L’impressione di esistere: Sentimental Value di Joachim Trier

diDavide Spinelli
4 Febbraio 2026
0

Ho la sensazione che Sentimental Value – il film di Joachim Trier che sta conquistando tutti, pubblico e critica (a suon di premi) – racconti qualcosa...

l_uovo_dell_angelo_recensione_film

L’ultimo atto di fede nel cinema: L’uovo dell’angelo di Mamoru Oshii

diMarina Piccolo
28 Gennaio 2026
0

A quarant'anni di distanza, la visione del film del maestro dell'animazione giapponese serve a ritrovare fiducia nel cinema.

Next Post
Un massacro della timidezza. Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco

Un massacro della timidezza. Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco

l_uovo_dell_angelo_recensione_film

L’ultimo atto di fede nel cinema: L'uovo dell'angelo di Mamoru Oshii

#Mappe. Scrittura a mano di poesia su mura d’interni

#Mappe. Scrittura a mano di poesia su mura d’interni

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

Shirley: oltre il biopic, l’incubo domestico di Shirley Jackson
Cinema

Shirley: oltre il biopic, l’incubo domestico di Shirley Jackson

3 Luglio 2020
Convivio. il cibo nella cultura: un festival a Bergamo
Premio Bergamo

Convivio. il cibo nella cultura: un festival a Bergamo

21 Novembre 2023
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante