Dell’assenza di creatività in questo ventunesimo secolo se ne parla ovunque. Possiamo fruire di un intrattenimento pulviscolare e pervasivo non-stop, la noia è un concetto che ormai si studia nei libri alle voci Baudelaire e Moravia, eppure questo horror vacui di contenuti si avvita su sé stesso da tempo, senza partorire alcuna reale nuova forma di espressione. Il fenomeno della stagnazione creativa viene analizzato da diversi studiosi, basti citare il giornalista del New York Times Jason Farago, che nel 2023 pubblicava un articolo intitolato Why Culture has come to a Standstill o lo scrittore W. David Marx, che lo scorso novembre ha pubblicato un libro intitolato Blank Space: A Cultural History of the Twenty-First Century, dove si individuano le ragioni di questa scarsità creativa in una sempre più schiacciante subordinazione dell’arte al successo commerciale. Se fino agli anni Novanta rimanevano vive sacche underground di creatività, che vedevano il successo come il capolinea della loro libertà o come un tedioso effetto collaterale, il concetto è quasi capovolto nel nuovo millennio. Nel mondo del cinema questo fenomeno si è tradotto nell’assenza di nuove storie e nel proliferare incontrollato di mediocri reboot, remake e sequel. Il problema spesso non è da ricercare nell’operazione in sé, ma nella scelta di produrre film “fantasma”, simulacri della matrice originale, perfettamente in linea con le aspettative del suo pubblico, tutt’al più soggetti a restyling forzati per addattarli alla sensibilità attuale. Fortunatamente, in questi anni, ci sono state delle eccezioni e tra queste c’è sicuramente 28 anni dopo – il tempio delle ossa diretto da Nia DaCosta. Tecnicamente si potrebbe definire un fourquel, se si considerano tutti i capitoli del franchise precedenti, o un threequel, se si rimuove l’apocrifo secondo capitolo diretto da Fresnadillo, 28 settimane dopo, cancellato con un colpo di spugna dalla nuova storyline scritta da Boyle e Garland. Il tempio delle ossa arriva nelle sale circa 6 mesi dopo l’uscita di 28 anni dopo (di cui avevamo parlato da queste parti) e riprende la storia esattamente da dove l’avevamo lasciata. Il giovane Spike, dopo essere fuggito dal villaggio e aver perso la madre, si unisce al fanatico Jimmy Crystal e alla sua gang di ragazzini killer (le Dita), scoprendo ben presto di essere finito in un incubo. Nel frattempo, il dottor Kelson, circondato dal suo tempio di ossa, porta avanti in solitudine delle ricerche per un antidoto al virus che ha trasformato la popolazione in zombie rabbiosi. Nonostante l’adesione totale alla continuità narrativa, rispetto al capitolo precedente, la regista opta per una regia meno protagonista e abbandona le sperimentazioni digitali di Danny Boyle, per un racconto visivo più tradizionale. Come nel capitolo precedente, anche nel Il tempio delle ossa, DaCosta prosegue nell’allontanamento progressivo dalle atmosfere classiche dello zombie movie, per addentrarsi maggiormente in un genere ibrido tra il folk-horror e il post-apocalittico.
Non c’è tempo per riassunti o scene interlocutorie inserite solo per acclimatare lo spettatore distratto e riaccompagnarlo per mano nella storia. Fin dal primo fotogramma si lotta per la vita. In una piscina vuota, Spike ha in mano un coltello e sfida un altro membro delle Dita per sopravvivere e meritarsi il suo posto nel branco. La maturità del ragazzo passerà attraverso un’arteria femorale recisa e una parrucca bionda ad incoronarlo nuovo membro. In un mondo risucchiato dall’orrore, il passato, con i suoi riti collettivi e la sua cultura, è una lontana eco indecifrabile. Uomini come Jimmy Crystal hanno così campo libero nel tradurre i loro deliri in nuove narrazioni in grado di manipolare giovani adepti cresciuti senza memoria di un mondo pre-contagio. Patrono del nuovo culto è nientemeno che Lui, l’immarcescibile demonio, ancora una volta capro (in tutti i sensi) espiatorio per la sete di violenza dello psicopatico di turno. A metà tra Charles Manson e un tiktoker che incita i suoi follower all’ultraviolenza, Jimmy attraversa le terre selvagge alla ricerca di un segno concreto del suo Signore Oscuro, insieme alla sua dannata corte dei miracoli. Si respira un’aria da fabula medievale in questo film, la cui ambientazione assume l’aspetto di un enorme palcoscenico. Se in 28 anni dopo, Garland e Boyle fotografavano splendidamente la vastità del mondo naturale dominato dal morbo, Nia DaCosta sembra ridurne le dimensioni, senza però subordinarlo a mero sfondo, bensì conferendogli la plasticità di un luogo teatrale. Quel tempio di ossa che abbiamo conosciuto nel capitolo precedente, è ora polo magnetico della storia, dove, come in una tragedia greca, verranno svelati i destini di tutti i personaggi. Non mancano però i momenti di puro gore (l’episodio centrale è tra i più crudi dell’intera saga) alternati ad altri comici, dosati con ritmo ed equilibrio. Garland pesca ancora a piene mani dal pop per una colonna sonora intelligente e perfettamente utile nello stemperare la cupezza della pellicola. Ma a rendere Il Tempio delle ossa un sequel memorabile è la prova attoriale di due attori appartenenti a due generazioni diverse, che, in qualche modo, sembrano qui misurarsi e passarsi il testimone. Il primo è Jack O’Connell, che, dopo aver rubato la scena in Sinners (candidato a 16 Oscar) nei panni di un vampiro irlandese, ha qui l’occasione di interpretare un altro cattivo magistrale, basandosi su una recitazione controllata, ma sempre sul punto di esplodere (un po’ alla Gary Oldman in film come Léon o Dracula). A meno di quarant’anni O’Connell si candida per essere un degno successore del secondo attore di cui bisogna parlare: Ralph Fiennes, che, superati i sessant’anni, non smette di stupire per la sua incredibile versatilità e dedizione. Attraverso una performance che comprende registro drammatico e comico, l’attore britannico ci racconta lo sviluppo del personaggio del dottor Kelson: da stralunato mago di Oz in 28 anni dopo a uomo in preda alla solitudine e capace di risorse inattese. A tenere tutto insieme, nonostante le notevoli differenze a livello di scelte registiche, resta la solidissima scrittura di Alex Garland, che si conferma una delle menti più ispirate del cinema mondiale. Non resta che aspettare il terzo e conclusivo capitolo di una delle saghe più sorprendenti e meno scontate degli ultimi anni, che sta ricordando a hollywood come portare avanti un franchise di successo, senza rinunciare a originalità e visione.







