L’orizzonte non è più all’orizzonte, ormai: è cupissimo, è già ora. Servirà stare ancora più vicini, sapere su chi contare, resistere con altro animo. Certo, è pure natale, ma che ce ne facciamo di due lucine avvoltolate sullo sbalanco che si apre sotto i nostri piedi. Nulla. Ecco allora sette consigli di poesie-luminarie, utili solo a conclamare il buio,
Ivan Schiavone, Didascalie venatorie, La Vita Felice, Milano 2025 (Roberto Batisti).
Il nuovo libro di Schiavone raccoglie una serie di abili ecfrasi, in parte concepite – come informa la Nota finale– per altre pubblicazioni iconotestuali, apparse o di prossima apparizione, in cui le brevi prose liriche del poeta romano-monzese affiancano immagini d’artista. Ma bene ha fatto Schiavone a presentare (anche) in questo formato le sue Didascalie, forti di una lingua densa e curata che si regge ben salda senza puntelli esterni. Questa forza viene, certo, da un controllo sicuro del ritmo e della martellante sintassi a dominanza nominale e paratattica (come s’addice a una poesia ecfrastica), ma ancor più dal lessico. Per chi, come chi scrive, si è ormai rassegnato di buon grado a essere in certi giri ‘quello del lessico’ (sic), il vocabolario di Schiavone arriva come un piacere, un sollievo, e un’agnizione fraterna. Vario, prezioso e preciso (“chiaria”, “organoidi”, “galaverne e calabrose”), questo impasto lessicale sa farsi anche sprezzantemente ricercato (“un’elice isolata la cui eco trasla in sacertà e selva”); ma poi arriva spesso a sparigliarlo un gesto brusco e beffardo: in surreali giaculatorie paronomastiche come “Ottiche ittiche, chele, cheloidi, lungo le eclittiche delle dee ellittiche, aptiche, settiche, landre e ginoidi”, o in riscritture ciniche delle filastrocche (“Cinque civette zampettano sul tetto, una cade giù e si rompe il cervelletto”), intonate all’atmosfera d’apocalissi e mondi in fiamme che pervade la sezione centrale del libro. Il poeta recupera parole da tutte le stanze – anche le più elevate o ascondite – del palazzo della lingua italiana: ma non certo per ingessarle in un rassicurante quadretto classicista (a dispetto del costante dialogo col mito, di Atteone in particolare). Siamo “[d]i là dall’ecfrasi, presso il sepolcro”.
June Scialpi, Retriever (Un possibile inquadramento teorico di), Tic, Roma 2025 (poet.-)
Un ragionamento transfemminista, una riflessione sul logorio della parola, una architettura testuale che distrugge le tassonomie e ne celebra l’insensatezza. Retriever, (Un possibile inquadramento teorico di) è un libro-meme – lo definisce Scialpi – che si replica all’infinito fino a farci perdere il controllo del senso e dandoci la libertà di farci quello che vogliamo. Incasellati in un ordine alfabetico, i tasselli testuali riflettono sulla scrittura come atto interpretativo e orchestrano un disastro di senso che è anche un posizionamento formale e politico. Retriever ci tenta e vogliamo interpretarlo, sovradeterminarlo ma per fortuna si ribella e scappa, non è addestrato al gioco delle appartenenze e salta felicemente sopra alle categorie: è «un testo non assertivo. Un testo installativo. Un testo micro-macro. Un testo poetico. Una prosa in prosa».
Kurt Schwitters, Ursonate (1921-1932), La Vita Felice, Milano 2025 (Marcello Sessa)
Oltre ad avere per definizione preveduto i maggiori mutamenti delle forme espressive, la forza delle Avanguardie storiche è carica del potere – ancora vivo – di diagnosticare le cicliche crisi artistiche e culturali e di fare impallidire il dibattito contemporaneo con ferocia crudele. È anche il caso della poesia, e pure di quella sperimentale, che in tempi e ambienti effettivamente allergici a etichette e canoni è stata minata alle fondamenta nel nome di una primitiva Ursprünglichkeit. Il nichilismo “pratico” e fattivo di Kurt Schwitters, mentre conquistava la Babele di rottami del Bau e aveva già scolorito il Bild nel segno del “rein nichts”, attentava il poetico; precisamente la sua pretesa di significare, la sua pretesa di articolarsi, la sua pretesa di essere. I versi, esacerbati dal lirismo e riportati alla loro origine, si riducono a «canti di rane che scavano le tenebre», direbbe André Malraux; sono dunque buoni solo a servire la loro materia prima: vocali e consonanti, da accostare insieme lasciandosi trascinare dal ritmo ancestrale dell’onomatopea. Pertanto Schwitters si risolve a comporre, tra il 1921 e il 1932, una “sonata” «presillabica» (Jean Arp), in cui dalla falsariga di una struttura musicale “classica” sgorgano temi da eseguire degradandosi alle radici del linguaggio e innalzandosi alle sublimi vette del non senso. La poesia-partitura può essere interpretata, secondo l’artista, con «una cadenza qualsiasi» ma non mancano, «per l’eventuale esecutore privo di fantasia», indicazioni a margine dello spartito. Ursonate apre le porte – anzi le scardina – alla questione dell’asintattismo e dell’asemia; può un verso non significare? Se così accade, il poetico straborda nel grafico? Schwitters sa già che quella asemica diverrà scrittura e non più poesia, e che la composizione onomatopeica trapassa più arti e l’arte stessa. Nel suo Stück permangono trascolorate la fonetica del tedesco e, in qualche modo, lo scheletro del Lied weberniano, affinché le frasi, infine e una volta per tutte, si schiantino contro la macchina per scrivere e si sbriciolino. Analoghe strategie artistiche si ritroveranno, curiosamente, in contesti inaspettati, come quando Roger Waters farà gracidare le sue “rane tenebrose” in Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict fingendo grida animali con manipolazioni e martoriamenti del microfono e del nastro magnetico nella sua asintattica, asemica, Ursonate per musica pop (Pink Floyd, Ummagumma, 1969, lato 3, traccia 3).
Anne Boyer, Indumenti contro le donne, Tic, Roma 2025 (Stella Poli)
Indumenti contro le donne, tradotto da June Scialpi, edito da Tic, è un libro che assomiglia a poche cose. Ha qualcosa dei saggi lirici di Anne Carson, ma più selvatico, più sghembo. Mi ha ricordato (d)istruzione per l’uso della macchina da scrivere, di Eugenia Prado Bassi, intercettata al festival GKN di letteratura working class, in un panel, con Farris, Vassallo e Palomba, dal titolo “le subalterne posso parlare?”. Boyer si pone come subalterna: scrive di soldi, di riscaldamenti spenti, di libri contabili, trasparenti o meno («Rifiutare una trasparenza contabile significa proteggere la molteplicità di quello che desideriamo veramente»). Una subalterna autodidatta, aggrappatissima alle molte letture, al suo orecchio linguistico, alle cose che impara e che cuce («A volte, quando ti impegni a unire assieme in maniera uniforme anche solo due pezzi di dimensioni diverse di materiale piatto ma flessibile, in modo che questi pezzi possano racchiudere correttamente un oggetto tridimensionale, eternamente irregolare, traspirante e respirante, e incapace di stare fermo, pensi che non ci sia alcuna possibilità che questo possa succedere, e invece a volte succede»). È un libro spiazzante, raffinatissimo, nel macro e nel metatesto: «L’evidenza sintattica della poesia senza la cornice della poesia è un delitto ben più criminale. O meglio, se non si trova all’interno della cornice della poesia, la sintassi poetica si dimostra perlopiù insensata».
Letizia Polini, Pachiderma, Zacinto Edizioni, Milano 2025 (Stefano Bottero)
Pachiderma, trentunesimo manufatto poetico di Zacinto Edizioni, è il terzo libro di Letizia Polini (1988). Segue a Macula (Ensemble, 2022) e Subsidenza (Puntoacapo Editrice, 2024). L’estrema coerenza estetica della voce autoriale di Polini raggiunge qui un punto di saturazione. Il linguaggio, la contiguità allucinatoria del movimento del sé (femminile e materno) nel reale, costringono il lettore a una posizione innaturale dello sguardo – un’obliquità del corpo. Scrive: «tutto un mondo deforme si è fatto largo nel suo corpo». Il corpo, ovunque. Schiacciato, animalizzato, deformato dalla generazione, sessualizzzato. «dice che questo peso le si spande per il corpo come un uomo grasso / dice che sembra uno stupro // e che per difendersi non si muove / il corpo si diffonde». Con precisione asfittica, Pachiderma scioglie il perimetro del privato nell’esistenziale. Nel delirio della visione, ribadisce: quello che si è perso non è restituibile.
Ilaria Palomba, Scisma, Les Flâneurs, Bari 2024 (Giulia Zuddas)
Il corpo che si infrange dentro il proprio involucro, che si scompone in ingranaggi che la mente non riesce più a far funzionare. È questo lo Scisma che Ilaria Palomba racconta nel suo poemetto che ha preso forma durante la lunga degenza nell’unità spinale dell’ospedale Garbatella nel 2022. I versi di Scisma, pubblicati da Les Flâneurs nella collana Icone, sono depositari di uno sguardo distaccato su un corpo sopravvissuto che è costretto a trovare rifugio nella frattura. Un corpo che reimpara a esistere in una nuova dimensione in cui è improvvisamente definito dall’ineludibile immobilità, e che rincorre il ricordo del proprio funzionamento prima della malattia, prima della disabilità, prima del giorno zero. Prima dello scisma.
Isacco Boldini, Because it’s there, Pequod, Ancona 2024 (Riccardo Innocenti)
Recentemente mi sono interrogato molto sui motivi dell’assenza di ironia nella scena poetica italiana contemporanea. Che abbia qualcosa a che fare con la piaga del poeta-intellettuale-impegnato-pedagogo? Probabile, ma per fortuna c’è Isacco Boldini che ci fa tirare un sospiro di sollievo con la sua raccolta di esordio Because it’s there (Pequod 2024) intrisa di ironia e di pensiero politico (a monte e in atto). Un autore poco presente nei luoghi della FOMO. Un libro che sembra ignorare i grandi bivi che polarizzano il campo letterario e che non vale la pena nominare. Una poesia che mi ricorda il mezzo sorriso di Prospero Gallinari (in un documentario di cui non ricordo l’URL) che ironizza sul bypass che presto dovranno impiantagli, estremo provvedimento biopolitico a suo carico.
L’immagine di copertina è realizzata dal nostro Massimo Cotugno.














