di Elena Grazioli
L’estate non è mai soltanto uno scenario meteorologico. In queste pagine, ci troviamo di fronte a un’età dell’anima, un orizzonte in cui tutto sembra possibile, in cui il mondo che ci circonda prende forma senza ancora irrigidirsi, in cui l’identità è viva. Si tratta della sezione che chiude il libro: dopo Verde cacciatore (Il padre), Verde primavera (La madre), Verde palude (La nonna), Verde menta (Il fratello) e Verde Arlecchino (La sorella), ecco Verde giungla (L’amato).
Il verde giungla rappresenta una tonalità intensa, profonda e satura di verde, che evoca la vegetazione lussureggiante e impenetrabile delle foreste tropicali. I toni scuri di questo colore sono spesso associati a calma e stabilità, ma in questa versione più intensa vi è anche un’energia nascosta, che richiama l’ignoto, l’esplorazione. Come in una foresta fitta, Corbetta ci invita a entrare dentro noi stessi, a compiere la nostra esplorazione; ma queste tonalità avvolgenti possono offrire anche una sensazione di “rifugio”, come un luogo protetto dal mondo esterno.
Il luogo della sua estate, ma non solo. «Quell’estate, ti sbagli, non è stata | una faccenda personale»: suggerisce che quell’esperienza è condivisa, collettiva, quasi archetipica. L’estate è il tempo della scelta, ma anche quello dell’incanto, dell’attesa, della giostra che gira lenta mentre il paesaggio intorno a noi cambia. È una stagione che torna nei versi con insistenza, come se volesse essere trattenuta un’ultima volta. Ci si volta indietro, si guarda con dolcezza e rimpianto a ciò che si è stati, e si cerca una lingua adatta a raccontarlo.
A rendere L’età verde (Samuele Editore, 2024) così efficace è anche il suo stile: la lingua si muove leggera, con un ritmo che non è mai rigido ma fluisce elegantemente. Si tratta di una poesia vicina alla prosa, che non teme la quotidianità perché sa trasformarla in materia poetica. Il linguaggio mescola memorie personali a riferimenti di contenuto fattuale (il diablo sulle spiagge anni ’90, Natalie Imbruglia, i Lego), in un collage che racconta non solo di una vita, ma di una generazione.
L’età verde, raccolta poetica in forma di diario lirico, si muove tra le pieghe di questo tempo interiore, tra il passato e un presente che sembra aver smarrito la promessa dell’estate. In queste pagine, leggere e malinconiche come un addio sussurrato, si racconta il passaggio – talvolta impercettibile – tra il desiderio di restare e il dovere di andare avanti. Il tono resta asciutto, spesso in bilico tra tenerezza e rassegnazione. Uno sguardo maturo rilegge il passato con onestà, senza idealizzarlo e senza rinunciare alla sua bellezza.
Quello dell’estate è un tempo irripetibile ma non del tutto perduto, un’eco che continua a vibrare nelle stanze del presente anche quando tutto sembra cambiato e il confronto con la realtà si rivela impietoso ma realistico: Milano, con le sue serrande abbassate, la sua luce tagliente e i suoi silenzi, si contrappone alle spiagge assolate e alle risate allegre, eppure «Qualcosa resterà anche nella città | girata sottobraccio, negli occhi | fissi sulla teca del museo, è ovvio. | E se di gioia non si può parlare, | oltre a questo non c’è altro».
La percezione dell’autrice è cambiata rispetto a Estate corsara (Puntoacapo, 2022), in cui la stagione estiva non era soltanto un tempo di luce e calore, ma un’esperienza emotiva intensa, quasi dolorosa. Corbetta si muoveva tra desiderio, malinconia e ribellione, l’estate assumeva i contorni di un luogo di scontro tra ciò che si è stati e ciò che si vorrebbe essere. I richiami alla sensualità, al corpo, alla natura e alla giovinezza si intrecciavano a riflessioni sull’identità; le immagini di sole, sudore, fumo e mare evocavano tanto una bellezza intensa quanto un senso di perdita e smarrimento. L’estate specchio di un’anima inquieta e appunto corsara, che inseguiva una libertà abbagliante e bruciante insieme.
Ora lo spazio è quello del ricordo di Barbara – tra le poesie più toccanti del libro –, una bambina venuta a mancare a quattro anni, che diventa simbolo di una perdita più grande e universale: «Non ha conosciuto la rivoluzione digitale | né il pensiero di Marx, | ha imparato solo poche parole | non ha avuto il tempo di dire». Questi versi, nella loro semplicità, dicono l’indicibile: il tempo che non basta, la vita interrotta, il vuoto che rimane. Eppure, anche qui, nel mezzo del dolore, un gesto di “sopravvivenza”: Barbara «Lascia tempere e pastelli, | qualche lego sul tappeto», piccoli oggetti che continuano a raccontarla. Il lutto non è mai fine a sé stesso, quanto piuttosto parte del paesaggio emotivo in cui ci si muove, una zona d’ombra necessaria per accogliere la luce. Nella perdita si misura il cambiamento, nel silenzio si cerca una nuova lingua.
Tra i tanti fili che intrecciano il tessuto di L’età verde, quello dell’amore è forse il più discreto ma anche il più tenace. Non si impone con le grandi dichiarazioni o con i toni melodrammatici della passione romantica, ma si insinua tra le righe, nei dettagli minimi, nei gesti sommessi e nei ricordi che riaffiorano. È un amore legato al tempo dell’estate – stagione che si offre come spazio liminale – carica di promesse e, al tempo stesso, di esaurimento. L’esperienza amorosa si consuma nella consapevolezza della sua irripetibilità: «Lì, nel miraggio bianco della perdita, | sull’orlo del verde selvatico | la Riviera si dimette, | e smette di crescere l’ardore | della tua gioventù vertiginosa».
Il sentimento è attraversato da un senso di fine, di distacco, come se l’estate – nella sua ciclica ripetizione – non facesse che sottolineare il fatto che nulla potrà mai essere davvero come prima. L’amore evocato è già memoria nel momento stesso in cui si vive, e il tempo della giovinezza, con i suoi sogni inevitabili, si allontana progressivamente lasciando spazio a un presente che appare stanco, sfocato: «Abbiamo lasciato andare tutto. | O forse è questa la rassegnazione, | smettere una corsa poi più nulla. | Nulla da dire mormorando | all’orecchio muto dell’amico, | nulla da tendere | sui fili lunghi del bucato».
Eppure, nonostante questa consapevolezza, non si rinuncia a un tentativo di giustificarsi: «Non ci sarà altro tempo che questo | e dirlo suona già come condanna» | […] | «non abbiamo colpa se ci siamo incontrati | quando si dice è troppo tardi». L’amore è dunque segnato da un tempo insufficiente, da una stagione unica, fragile, dalla quale non si sa cosa aspettarsi: «Ma è altro ed è chiaro | il nostro problema non sono gli anni | piuttosto l’avere una stagione sola, | una sola estate e ancora non sapere | se ci salva o ci condanna».
Quando l’amore oltrepassa il confine della sua stagione ideale, perde l’incanto e si fa esperienza domestica, quotidiana, in cui la magia lascia spazio all’inerzia, al peso della consuetudine: «Ora qui sono bollette | e tazze sporche da lavare, | qui abitare è stare a forza | dentro quattro mura silenziose». La scelta diventa allora drammatica, quasi senza scampo: «adesso tocca scegliere tra | la luce luccicante di un giovane per sempre | o morire a poco poco dentro il buio | di qualcosa di già visto tante volte». Tuttavia, anche in questa apparente chiusura, la lingua poetica riesce a trattenere bagliori, brevi fenditure nel buio attraverso cui filtrano immagini di tenerezza e vibrazioni del cuore.
Le poesie si distinguono per un tono sobrio e meditativo, che conferisce profondità e coerenza al tessuto della raccolta. L’emozione non è mai esibita ma trattenuta, affidata a immagini tanto delicate quanto potenti. La natura – i tigli, il bosco, la luce – non è mai semplice sfondo, ma proiezione dell’interiorità, paesaggio dell’anima. E così, in mezzo alla disillusione, qualche verso suggerisce un possibile spiraglio, una piccola serie di tracce, di resistenze: «È dorata l’estate quando viene | e di sorpresa coglie i nostri sguardi | già persi dentro l’esplodere dei tigli. | Guardami e dimmi se non è questo | il nostro tempo più verde».
Anche nella fine si cerca un gesto che preservi qualcosa: «Ma nessuno sguardo d’addio, è promesso, | vedremo nei nostri occhi, piuttosto | fatica o qualche brace di rancore, | piuttosto penitenza e vaga speranza | di esserci già amati». Nel finale della silloge, la voce poetica attraversa il bosco – immagine potente di un tempo oscuro – e sembra approdare a una nuova forma di presenza, forse più lucida, meno chimerica ma non priva di possibilità: «Ora è tempo di uscire dal bosco | e tornando tra la gente dire ecco, | la nostra estate è arrivata». È una conclusione che non chiude, ma apre: l’amore, pur trasfigurato, continua a vivere come memoria attiva, come consapevolezza condivisa, come spazio in cui il sentimento può ancora dotarsi di significato, anche in una forma diversa.
Ma allora, cos’è davvero questa “età verde”? È solo la giovinezza? È un tempo della vita o una condizione interiore? Il libro sembra suggerire che non appartiene a un’età anagrafica, ma a un modo di sentire: la capacità di restare permeabili, di desiderare ancora, di non rinserrarsi nel cinismo. È il gesto di fare «come la tartaruga: lentamente | uscire dal guscio, cambiare riparo», accettando che ogni estate, anche se diversa, può ancora insegnarci qualcosa. E quando tutto sembra concluso, quando «Non c’è futuro né noi, a volte | quando anche l’estate finisce | e la cartolina con tanti saluti | resta in viaggio e non arriva», L’età verde in realtà ci regala un’immagine finale di speranza: il futuro non è altrove, non è dopo, è già qui – in ciò che siamo riusciti a salvare, che abbiamo scelto di non dimenticare.
Nel buio di molti anni dopo, due lucine.
[…]
Sembrano dirti che sarai tu la luce
di quella stella appesa e senza peso.
In copertina: foto di Jandira Sonnendeck su Unsplash.







