La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Mappe

#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

Diletta Dangelo Riccardo FrollonidiDiletta Dangelo Riccardo Frolloni
26 Settembre 2025
in Mappe
0
#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

Buenos Aires / 1

Me verás volar
Por la ciudad de la furia
Donde nadie sabe de mí
Y yo soy parte de todos
Soda Stereo, En la ciudad de la furia

Siamo arrivati il 2 luglio da Bologna, passando per Parigi, alla sera. Partiti con 35 gradi anche di notte, quando a Buenos Aires c’erano tra i 7 e i 14 gradi. Marina ci aspettava da Havanna, la grande catena marplatense, famosa per gli alfajores, dolci tipici ripieni di dulche de leche, tra due biscotti di farina di mais. Se questo viaggio è stato possibile è grazie a lei, alla sua lettura profonda delle cose e al suo desiderio fortissimo di costruire questo ponte. Buenos Aires, nonostante sia una megalopoli, ha l’aria effettivamente buona, così anche la luce, lievemente grigia, più triste, bella. Saliamo in un’auto prenotata, stanchi morti non ci accorgiamo per quanto tempo.

Arriviamo a Palermo, di sera, che sembra già notte fonda e la strada è deserta. Marina ci fa trovare due panini gonfi di milanesas, cotolette di vitello fritte, tenerissime. A Marina non piace Buenos Aires, dice che è troppo caotica, troppo grande, che ti risucchia. Noi ne restiamo affascinati, invischiati, ci attrae e disorienta come una calamita per tutto il tempo. Non basterà una settimana per visitarla, la luminosa megalopoli argentina, la matrioska di città, una nell’altra di quartiere in quartiere. Organizziamo una lista di cose da fare: cambiare dollari, comprare biglietti dell’autobus; appuntiamo il nome di qualche quartiere, di bar o museo: andare al Rosedal, museo Evita, Caffé Tortoni, Puerto Madero, London City, vedere Parque Lezama dove inizia Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato.

Quando ci svegliamo, camminiamo per il quartiere e increduli, in un’altra dimensione per il sonno, non facciamo che indicare le piante che vediamo crescere per strada, spontanee come erbacce, diversi tipi di pothos, agave, monstere, erba biscia, singonio, da noi piante delicate da appartamento, qui esplodono a ogni angolo di terra.

La città è enorme, inimmaginabile, e molto alta: contiene in sé tante città, palazzi coloniali e edifici brutalisti e catapecchie e grattacieli leggeri di vetro. I vecchi vanno ancora nei bar storici, si ritrovano e fanno l’aperitivo con birra e noccioline, anche i camerieri sono vecchi e questo è un buon segno per capire se un bar è buono e ha una storia. Stanno i vecchi tutto il pomeriggio su quelle sedie di legno e ordinano caffè con leche e medialunas, anche insalate con jamon y queso, giocano al truco, dove vince chi meglio finge e ti raccontano la loro storia se ti sentono parlare in italiano.  Nei bar non si fa solo colazione, ma si può anche pranzare. Al Caffè La Biela de la Recoleta c’è un tavolo sempre occupato, seduti a parlare, Borges e Bioy Casares, come se fosse normale beviamo un cerrito al loro fianco. La presenza di Borges impregna tutta la città, c’è sempre un aneddoto, una battuta, un racconto. Marina ci dice che Borges diresse la biblioteca nazionale Mariano Moreno e che venne punito da Peròn perchè parte degli oligarcas e mandato a governare le galline in campagna.

Per pranzo, che è già merenda, mangiamo empanadas tucumane fritte. Marina ci spiega la differenza con le altre, mentre spreme il succo di uno spicchio di limone. Dice che sono persone pacifiche, quelle di Tucuman, sempre solari, sempre che cantano. Diventiamo amiche della signora che ce le vende, chiacchieriamo sul sottofondo delle canzoni dei Gauchos, la Chacarera, che ci proietta su altre terre, di polvere rossa. Uscite dal locale andiamo a comprare una bottiglia di Malbec, un po’ di pane, un dolce, abbiamo un invito a cena nel quartiere Belgrano. Osvaldo Gustavo viene a prenderci all’angolo della strada: Uber, ci spiega Marina, qui è illegale e una persona deve sedersi davanti per non dare troppo nell’occhio. Attraversiamo la città pagando pochissimi euro. Julián viene a prenderci alla porta d’ingresso del palazzo, funziona così, in Argentina, dove usano chiavi elettroniche e non danno mai il tiro per non finire come in Nueves Reinas, il film con Darìn, che spilla dei soldi a una vecchietta fingendosi suo nipote al citofono.

Apre la porta con un sorriso che ci proietta a casa, Julián, e ci abbraccia con un bacio sulla guancia destra. Fa di cognome de la Torre e subito gli diamo dell’italiano, ma orgogliosamente ci dice che no, è un cognome spagnolo, lo stesso di suo nonno, il famoso regista argentino Raúl de la Torre, uno dei primi registi argentini ad arrivare a Cannes, a stringere la mano a Fellini. Insegna tedesco e vorrebbe trasferirsi in Germania e mentre ci parla arriviamo nella mansarda condivisa, dove ad aspettarci c’è la sua compagna, Antonella, con due elle, violinista talentuosa. Ci hanno preparato un asado per accoglierci nella loro città, come fossimo della famiglia, gli abbiamo fatto l’applauso, come si usa fare: un plauso per l’asador. Tutta la notte, noi in italiano, loro in spagnolo, abbiamo parlato e ci siamo raccontati, senza quasi mai bisogno dell’intervento di Marina come mediatrice. Verso l’una della notte abbiamo preparato una moka, mostrando il livello giusto di acqua e la montagnetta di caffè. Julián ci ha poi mostrato la traduzione del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini fatta dalla sua maestra poetica. Nei giorni successivi ci hanno portati a vedere gli splendidi giardini di Palermo. La natura qui ha una forza primordiale, si manifesta in tante forme e tutte straordinarie, come questo ficus davanti al cimitero della Recoleta con rami enormi che prendono tutta la piazza e hanno bisogno di sostegni di ferro o toccano a terra. A Palermo c’è la casa del generale Rosas, unitario che tagliava la testa ai federali, tutto il giardino era casa sua. Ci sono anche i busti dei poeti di tutto il mondo, Tagore, ma anche Dante e Leopardi vicino a Borges. Qui Julián e Antonella ci insegnano come fare il mate e il suo rituale, che la bombilla, una volta inserita, non può essere toccata se non da chi lo arma e lo abbiamo condiviso a sorsi piccoli per tutto il percorso, scoprendo che ha un suo ritmo e un suo tempo. Verso sera siamo stati al Barrio Chino, una farsa, nei grandi negozi cinesi si può trovare la pasta Garofalo, De Cecco o la Rummo, a prezzi folli. Abbiamo preso un gelato da Lucciano’s e il ragazzo che ce lo ha servito si è commosso, perché se un italiano ti dice che il gelato è buono, qui, è un’emozione. Li invitiamo in appartamento per una pasta il giorno dopo, andiamo a fare la spesa con l’ingenuità o il sentimento di chi pensa di trovarsi ancora vicino casa. Vogliamo preparare un semplice ragù, ma la pasta italiana costa dieci euro a pacco, la salsa è tutta dolce o troppo acida, il sale non sala e non troviamo il macinato di maiale, solo mucca, ci dicono. La carne però è buonissima. Ne è uscito uno schifo totale, un ragù dolce, hanno apprezzato comunque, forse per amicizia.

Tutti i giorni mangiamo come matti, il cibo ha il sapore delle mani delle nostre nonne e ce ne riempiamo le bocche quasi per una strana nostalgia. Flan con dulce de leche e crema, empanadas e choripan al Café Paulín, che lanciano i piatti lungo il bancone, ma anche alfajores di diverso tipo, cotolette alla milanesa o alla milanesa-napolitana, che è una specie di cotoletta alla bolognese, supremas di pollo alla maryland con banana fritta o con uova a caballo, pan de migas con vitel tonnè, carlitos, albondigas e piatti di lentejas in rosticceria. La comida de los tanos non è una moda, ma un sentimento autentico, un tentativo di recuperare le proprie radici lontane, è la comida Argentina a tutti gli effetti, fatta di piatti italiani rivisitati o cambiati un po’ nel corso degli anni. Ad esempio ci sono negozi di pasta fresca, che vendono i sorrentinos, che qui sono ravioli ripieni di carne sfilacciata, e la domenica si fanno grandi pranzi in famiglia.

Nei giorni successivi esploriamo il microcentro, davanti alla Casa Rosada c’è una bandiera enorme, per una volta una bandiera ci sembra bella, e poi c’è Plaza de Mayo con le madri dei desaparecidos sempre accampate là con i loro fazzoletti bianchi, tutti i giovedì, tutti, marciano per chiedere giustizia e conoscenza. Proprio in questi giorni è stato riconosciuto il 140esimo figlio grazie alla banca del sangue e tutte le tv lo hanno annunciato con gioia. Abbiamo visto l’obelisco, il centro del paìs nella strada più ampia del mondo, poi via Corrientes con tantissimi teatri e librerie, Marina ha voluto portarci a mangiare la pizza da Güerrin, che più che una pizza è una specie di sfincione siciliano stracolmo di mozzarella e origano, che mangiano con la fainà, la nostra farinata genovese. Un pomeriggio lo abbiamo passato con Osvaldo Baigorria, come dice Marina, una rockstar della cultura argentina. Ci ha portato al Café Varela Varelita, pieno di vecchi e di gente povera ma onesta, schietta, era turbato dal fatto che anche questi bar stessero per diventare di moda e quindi venissero frequentati da giovani. Abbiamo preso una Stella Artois e parlato di politica e letteratura, lui non è né antiperonista né peronista, è anarchico, ricorda che Peron era amico di Mussolini e Franco, ci ha invitati una sera a casa sua per parlare di cos’è il peronismo, quando non basta una vita intera per capirlo. Al cimitero della Recoleta abbiamo visto la tomba di Evita Peron, da molti più amata rispetto al presidente, simbolo autentico del peronismo. Prima a concedere il voto alle donne, morta giovane, le costruirono una specie di armatura per sorreggerla durante la malattia e permetterle di salutare comunque i suoi sostenitori dal balcone, venne mummificata da Pedro Ara, che aveva già lavorato all’imbalsamazione di Lenin, e esposta come una santa. La sua salma fu trafugata, vagò in diversi luoghi durante la dittatura, arrivò anche in Italia, dove fu sepolta come Maria Maggi, vedova De Magistris. Solo nel 1974 tornò in Argentina.

La maggior parte dei musei è gratuita o ha un costo simbolico. Al MALBA, museo d’arte latino americana, abbiamo incontrato le opere di grandi artisti argentini come Lucio Fontana e Antonio Berni, nomi italiani ma di argentini, come tutti d’altronde. L’arte è una cosa normale, così come la poesia, non ti guardano da nessun piedistallo. Siamo stati ad ascoltare un reading all’università di critica d’arte, UNA de poetas, all’ingresso un telo enorme con la scritta “sin salarios dignos no hay universidad publica de calidad”. Un incontro semplice e senza troppi fronzoli, come in tutti gli eventi di poesia qui. Sebastian Bianchi, Claudia Osuna, Camila Milagros, Sofia Sigismundi e Osvaldo Bossi, altro nome italiano, poeta lirico, potente. Ancora c’è poesia lirica potente qua, hanno letto schietti, nessun accompagnamento musicale, se non l’omaggio iniziale di un giovane chitarrista ad aprire la serata e abbiamo parlato con Andi Nachon e Juan Fernando Garcia che dirigevano l’incontro. Per le scale tanti slogan contro i folli tagli di Milei, oltre alla difesa della causa palestinese, meno per quella ucraina, e tanti adesivi dicevano “Cristina Libre” o “gracias Cristina por las diversidades”.

In giro, per strada, alcune scritte sui muri, non tante, almeno nel centro, spesso dissidenti tipo “Milei Facho” o quelle che ricordano i desaparecidos o quelle per la liberazione di Cristina Kirchner, ex presidente ora agli arresti domiciliari per aver rubato soldi statali, o una cosa del genere, che tanti dicono come tutti, un reato che non conta niente. Anche tante brutte facce in giro, facce povere, si riconoscono e fanno paura e ci sentiamo uno schifo anche solo a pensarlo, un tipo con un bambino fuori da un caffè ci dice che siamo fortunati se non siamo stati rapinati, che lui ci sta solo chiedendo, denaro.
A Retiro, il terminal degli autobus, che i treni sono stati tutti smantellati, praticamente non esistono e tutti viaggiano in bus, da una parte ci sono i giardini e i grattacieli, l’aria buona, dall’altra il quartiere labirinto di fili della luce e antenne e lamiere e colori sgargianti, perché alla povertà colorano la faccia per renderla accettabile, come quella fasulla de La Boca, il quartiere dove è nato il tango, un assaggio, edulcorato, digeribile, di miseria. Marina ci dice che si sente anche da come parlano, i poveri, ce lo ha fatto notare ascoltando un ragazzo che viaggiava con una busta della spazzatura come bagaglio, hanno un accento o una cadenza diversa, soprattutto diversa da questa dei porteñi, li riconosci anche dalle scarpe distrutte e da piccole pezze insudiciate, che spesso portano in mano. Quella parte della città è un buco nero, quasi un trauma vivente in continua rimozione. È una zona enorme, che vediamo espandersi da lontano dai finestrini di un autobus gigantesco, con poltrone al posto dei sedili. È la zona delle lamiere, delle villas miseria, dove spesso non c’è acqua corrente o asfalto. Marina ci spiega che anche lì devi pagare l’affitto, che non puoi costruirti la tua casa dal niente e la terra a qualcuno devi pagarla, che spesso ci vengono a vivere dalle altre zone dell’America Latina, ancora più povere. Villa Fiorito è il luogo natale di Maradona, che non aveva nient’altro che un pallone e il desiderio di comprare una casa per il padre e la madre. A quindici anni ha iniziato a giocare per il Boca Junior e ha campato tutta la famiglia, il resto della storia è leggenda o religione.

Per arrivare a Mar del Plata da Buenos Aires impieghiamo 5 ore di autobus, ai lati la pampas sterminata, distese di vacche e cavalli e la voce di una bambina che dice “los carpinchos viven en el agua” per tutto il tempo.

Mar del Plata

Me dicen el matador, nací en Barracas
Si hablamos de matar mis palabras matan

Los Fabulosos Cadillacs, Matador

Arriviamo in un hotel che ospita noi tre soli, è l’hotel della regione di Rosario, costruito per gli impiegati comunali, per fare le vacanze al mare. Siamo soli perché qui è inverno e la città prende vita d’estate, quando per le strade non si può camminare e le spiagge sono piene. Alla fermata c’è sempre qualcuno che aspetta, ti scarica le valige, gli devi dare qualcosa, cinquecento o mille pesos, che sono tipo trenta centesimi, settanta, ma ti ringraziano, è già molto.

Pedro Becchi, Pietro, Pietrino, direttore del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Mar del Plata, ragazzo giovanissimo con gli occhi vivaci, ci viene a prendere all’hotel e ci porta in un vecchio bodegón ora gestito da un amico, ci servono il vino dal pinguino, una caraffa tipica che ricorda i pinguini patagonici. Pietro parla perfettamente, lo scambiamo per italiano, riconosce immediatamente i nostri accenti regionali, conosce diverse terzine dantesche a memoria, ma anche poesie di Borges e versi del Martin Fierro, il grande poema gaucho, ce ne regalerà una copia bilingue. Sa imitare perfettamente tutti i dialetti, è un linguista con una memoria prodigiosa. Parliamo tutta la sera di letteratura e di come si vive a Mar del Plata, della forte comunità italiana. Il padre di Pietro lavora con il Comites e partecipa alla giunta della regione Emilia Romagna, di origine sono di Parma, e ci porterà a visitare la Casa d’Italia, la casa di tutte le associazioni italiane, con un enorme salone per le feste e con all’ingresso una targa in ricordo di Domenico Modugno – esiste tutto un canale, un programma alla radio dedicato, che trasmette le sue canzoni.

Mar del Plata è una vecchia gloria peronista: fece costruire lui tutto il lungomare, per i poveri, perché potessero anche loro sognare il mare, arrivavano in carovane da Buenos Aires e La Plata, per un’idea di vacanza occidentale, europea, ancora oggi stanno parcheggiati lungomare senza uscire dalla macchina, bevono mate e guardano l’oceano d’inverno. Prima questi privilegi erano solo degli oligarcas, la città era tutta fatta di chalet che ricordano più quelli di montagna che quelli del mare, con i tetti spioventi, le travi di legno a vista, delle baite, dei rifugi in pietra. Hanno abbattuto le ville dei ricchi per rendere il mare accessibile al popolo, quello che poi sarebbe diventato dei trentamila desaparecidos. Altissimo su tutto il grattacielo con la scritta al neon HAVANNA, la grandiosa azienda di alfajores, gloria argentina, ma non mancano i vari rivali e concorrenti, come Guolis e Milagros del Cielo. Lungo queste sponde si sono suicidati in tanti, molti artisti, si è uccisa Alfonsina Storni, la grande poeta cantata anche da Mercedes Sosa, Alfonsina y el mar: “Te vas Alfonsina /Con tu soledad / ¿Qué poemas nuevos / Fuiste a buscar?”.

Sulle collinette che costeggiano le sponde dell’Atlantico c’è il tero, che urla e corre sulle sue zampe lunghe per difendere i nidi scavati nella terra. Qui nascono aloe fiorite del tipo arborescens dai fiori rosso corallo che contrasto con la malinconia del mare. Nascondono piccoli stormi di passaro azulaio. In cielo non ci sono gabbiani ma piccoli aquilotti caracà o carancho. Passeggiando lungo mare notiamo una grande targa di marmo che ricorda il massacro del terremoto di San Giuliano, Pietro ci racconta della comunità dei Mafaldesi, venuti qui tutti insieme, un paese intero. Tantissime le insegne italiane o che le richiamano come Genoa, una famosa azienda produttrice di lana, Tizianna, Amalfi, ma anche i paradisiaci churros di Manolo.


Andiamo a visitare Villa Ocampo, detta anche Villa Victoria da Victoria Ocampo, grande poeta e fondatrice della rivista SUR, nell’epoca d’oro della poesia argentina, insieme alla sorella Silvina, anche più talentuosa della maggiore. Una villa semplice, ariosa, estiva, e invece quel giorno c’era pioggia, e ci raccontano che l’altra villa degli Ocampo, quella verso l’oceano, quella brutalista e all’avanguardia, l’hanno abbattuta, non ci si ricorda più neanche dove fosse esattamente, erano loro un esempio perfetto di oligarcas da demolire, avevano la servitù, il giardiniere privato.

La sera abbiamo un incontro con gli studenti del corso d’italiano di Pietro, facciamo loro uno scherzo facendo finta di essere nuovi iscritti e che non parliamo mezza parola d’italiano, le loro facce di stupore e di gioia, di commozione poi perché alcuni sentono un debito con le proprie radici, usano proprio la parola debito come fosse un dono. Poi ci spostiamo alla Scuola Dante dove conosciamo la responsabile Erika Garimanno e la prof.ssa Silvana Cavallotti e ci invitano a chiacchierare con la classe più avanzata, parliamo di poesia, della nostra storia, leggiamo alcuni testi, tante domande su cosa sia la poesia, su come si inizia, come si va avanti e perché, le grandi domande insieme fanciulline e tremendamente commoventi. 

Il giorno dopo è il 9 luglio, il nueve de julio del 1816 venne proclamata l’indipendenza assoluta da ogni ingerenza straniera e quasi tutto è chiuso, decidiamo quindi di andare a vedere i lobos marinos, i leoni marini che qui chiamano lupi marini. Il nostro Uber si chiama Angel Horacio ed è un ottimo oratore, ci spiega che ci sarà una puzza insopportabile e che dobbiamo metterci a vederli dove non tira il vento per evitare quel tanfo, ci dice anche che quelli che vedremo sono i lobos ostracizzati dal branco, che di solito sta in mare e caccia per primo e si accoppia per primo, questi altri devono invece aspettare a riva, e aspettando si fanno un pisolino, dice che queste cose le insegnano a scuola alle elementari. Per la festa dell’indipendenza si mangia il locro in tutta l’Argentina, una zuppa a base di zucca e mais bianco, condita con qualsiasi cosa, patate, salsicce, salami, tutto quello che si ha in casa, ne assaggiamo una scodella preparata della nonna di Pietro, buonissima.


Visitiamo l’Università ed è una università ideale, vissuta, viva, politicamente attiva, con la signora che vende piantine, leccornie, libri, gli striscioni politici, i murales, il giardino pieno di biciclette e posacenere, ne respiriamo lo spirito e ci sentiamo bene, ci sembra familiare. Conosciamo la direttrice della scuola di Lettere e pensiamo insieme ad alcuni progetti futuri. La sera Pietro prenota un tavolo nel pub a fianco de El Argentino, perché entrambi avevano un gruppo che suonava ma quello a fianco sembrava migliore, e avevamo ragione, faceva musiche popolari con le trombe e le percussioni, come i Los Fabulosos Cadillacs, “todos te dicen que sos / (Mal bicho) / Así es cómo te ves/ (Mal bicho)”, il pubblico in visibilio, ballano i camerieri, seduti o in piedi, un mal bicho è un maleficio, spesso d’amore, una pratica antica, andina. Fuori dal locale ci sentono parlare in italiano e un signore palesemente alterato incomincia a parlarci in veneto, saliamo sul taxi, la tassista ci sente parlare in italiano e ci dice che è marchigiana, quando ci porta a destinazione scende e ci abbraccia, dice lo decretamos, e intende che verrà in Italia, deve farlo.

Nell’ultimo giorno a Mar del Plata incontriamo in un bar Matías Moscardi, poeta e amico di Marina, ci regala una borsa di libri, alcune sue opere (una con lo splendido titolo Los misterios del punk rock) e non solo, ci mostra il lavoro della casa editrice VOX, alcune edizioni pregiate e altre con la copertina di cartone, per ricordare quanti non hanno la possibilità di leggere, che tanti bambini usano il cartone come coperte. Matias sa giocare con la lingua, ci legge qualcosa da un suo libro in cui rivisita Catullo in una traduzione fantasiosa, in cui segue solo il suono e insieme ridiamo. Pietro poi si ricorda che a Mar del Plata c’è già un’abruzzese, Francesca, che è sua amica e che conosce Diletta, la incontriamo in un bar e parliamo dei nostri docenti in comune a Bologna, di come è finita a insegnare alla Scuola Dante, di come si vive qui, del fatto che si sta bene.

La sera ci diamo appuntamento nella terrazza all’ultimo piano del nostro hotel, per dirci arrivederci, pensiamo di andare a ordinare un asado e un po’ di vino, finiamo in un posto che sembrava chiuso, tutti qui tengono le porte d’ingresso dei negozi serrate, che non si sa mai. Ci apre questo signore barbuto che ci sembra subito strano e chiude la porta dietro di noi, il locale è vuoto, chiediamo un asado e lui bofonchia qualcosa, quasi non ci guarda nemmeno, poi mette alla radio Notti magiche a tutto volume e inizia a ballare, mentre schiaffa delle salsicce, dei sanguinacci e vari pezzi di carne sulla griglia. Ci spiega che sua figlia è sposata con un italiano e che le manca, vorrà alla fine farsi una foto con noi, ci regala una bottiglia di vino Emilia, sempre vino Malbec, d’alta montagna, nelle zone di Mendoza, e ci chiede di raccomandare il suo ristorante a quelli dell’hotel, glielo promettiamo. A cena ci leggiamo una poesia a testa e ci commentiamo, mentre ascoltiamo musica dalla tv, mentre ci raccontiamo un po’, Marina e Pietro leggono in spagnolo e noi in italiano e tutto ci sembra chiaro e semplice e normale, familiare. Pietro ci dirà prima di salutarci che siamo stati una luce in questo cielo invernale, grigio e oceanico. Il giorno dopo ci aspetteranno dieci ore di autobus, Mar del Plata – Buenos Aires, Buenos Aires – Rosario, c’è uno spot famosissimo degli anni novanta della compagnia di autobus El Condor, che sopra a una base techno una voce ripete come un mantra buenos aires-el condor-mar del plata, mar del plata-el condor-buenos aires, e così via. Arriveremo a Rosario di notte, quando non è più ora di andare in giro, una metropoli deserta.  

in bonus track: una playlist per voi e qualche testo, in originale e in traduzione, dei poeti incontrati nel viaggio

Scarica articolo in PDF
Tags: ArgentinaBuenos Airesel pais de la furiamappeMar de la Platapoeti
Diletta Dangelo Riccardo Frolloni

Diletta Dangelo Riccardo Frolloni

Diletta D’Angelo nasce a Pescara nel ‘97, vive e insegna a Bologna. Nel 2019 viene selezionata come autrice emergente per RicercaBO - Laboratorio di nuove scritture. Nel 2021 vince il premio Esordi di Pordenonelegge e collabora con la casa editrice Industria & Letteratura. Nel 2022 vince il premio Ritratti di Poesia.si stampi e pubblica “Defrost” (Interno Poesia), suo libro d’esordio, vincitore, nel 2023, dei premi Camaiore Opera Prima, Camaiore SIAE under 35 e Poeti di vent’anni di Pordenonelegge. Alcuni testi da Defrost sono stati tradotti in greco e spagnolo per delle riviste online e in portoghese da Prisca Augustoni per la collezione “La corte” pubblicata in Brasile dalla casa editrice Macondo Ediciones, è inoltre in corso la traduzione integrale per la casa editrice Le Pecore Nere di Buenos Aires. È fondatrice e vicepresidente dell’associazione Lo Spazio Letterario di Bologna. Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni; Premio Versante Ripido) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024). Insieme all’artista Giulio Zanet ha pubblicato il libro d’arte Claustro (Edizioni Gei 2021). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison ('roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) ed è in corso di pubblicazione la traduzione di Three Poems di Hannah Sullivan per Crocetti Editore. È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Dirige la collana di poesia giovane “Obtortocollo” per la casa editrice Industria & Letteratura. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.

Post Correlati

#Mappe. Scrittura a mano di poesia su mura d’interni

#Mappe. Scrittura a mano di poesia su mura d’interni

diMatteo Pelliti
30 Gennaio 2026
1

Con minimo scarto lessicale rispetto al titolo di una bella mappa già inviata da Pisa da Marcello Sessa, invio alcune cartoline da questa città, dove abito...

#Mappe. Sketch padano

#Mappe. Sketch padano

diJacopo Narros
28 Novembre 2025
0

Jacopo Felix Narros inforca nella torrida estate padana una Motobécane e si spinge in esplorazioni fra le province di Cremona, Parma e Piacenza. Fra equivoci alberghi...

Next Post
«Strappare la libertà al mondo». Maschio nero di Elgas.

«Strappare la libertà al mondo». Maschio nero di Elgas.

Sulla collina Malotempo

Sulla collina Malotempo

Una matassa di definizioni: Contro natura di Lorraine Daston

Una matassa di definizioni: Contro natura di Lorraine Daston

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

IT: Welcome to Derry e la topografia del male
Cinema

IT: Welcome to Derry e la topografia del male

24 Novembre 2025
#Mappe – Quando a Feltre c’era il mare
Mappe

#Mappe – Quando a Feltre c’era il mare

2 Maggio 2022
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante