a cura di Francesco Ciuffoli
Se fino al secolo scorso, come dicevamo, l’individuo letterario, produttore di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, uno oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello scrittore di testi poetici.
Capitolo I: pubblico e privato
FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovan* poet* italian*, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i poeti non possano fare altro?
DM: La formazione umanistica ha una scarsissima rilevanza produttiva, sia per chi la sceglie sia per la collettività: è un’appendice, un album dei ricordi. L’università italiana forma storic* della letteratura, geograf*, antropolog*, sociolog*, filolog*, critic* […] che, una volta conseguita la laurea magistrale, hanno di fronte due strade preferenziali: cercare di restare all’interno dell’accademia o inserirsi nel mondo della scuola secondaria – a meno che, ovviamente, non possano fare impresa; abbiano lavorato in altri ambiti o desiderino acquisire delle competenze editoriali, consegnandosi al rischio economico e/o alla precarietà.
La quasi totalità dell* poet* che conosco vanta una formazione umanistica, non ha competenze né possibilità economiche per fare impresa, non è volut* o potut* restare in accademia o inserirsi nel mondo editoriale remunerativo (un’altra riserva nella riserva).
Insegnare a scuola lascia tempo libero, debilita scarsamente il corpo, paga dignitosamente e permette di pensarsi come lavoratori sociali. È anche un buon modo per saltare una classe o restarci, visto che siamo in tema. Io vengo dalla musica classica, ma il discorso, per i musicisti d’accademia, non cambia molto.
FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?
DM: È problematico nella misura in cui dimostra l’irrilevanza di un linguaggio, la scarsità di ricambio genetico, l’invisibilità sociale determinata dall’invisibilità economica. Non esiste un ambito umano che non sia dominato da queste dinamiche, credo sia compito di ognun* cercare di visibilizzarle e, ove possibile, di attenuarle. In questo caso davvero sarebbe auspicabile una separazione delle carriere, ma, considerando la demografia della poesia, mi chiedo se sarebbe possibile. Oppure si può orizzontale, smettere di scegliere. Ma chi non ha preferenze, chi non vuole essere preferito?
FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di professore nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?
DM: Essere un insegnante di sostegno significa essere un facilitatore, un mediatore. Il ruolo educativo e istituzionale crea un filtro per cui qualsiasi forma di spontaneità ingenuamente intesa è impossibile. E giustamente.
Quello che sono a scuola dipende dal contesto in cui mi trovo, dalle necessità delle persone che ho di fronte, dalle triangolazioni di potere che si creano fra me, gli studenti, i genitori, i quadri della scuola, i dipartimenti.
Se parliamo di un’azione educativa efficace parliamo di un progetto di comportamento e influenza che è stato pensato, progettato e attuato. Lo spazio per l’improvvisazione è circostanziato, e non c’entra con la libertà d’insegnamento.
Il limite più grande che ho avuto in quest’anno di docenza è legato alla mia tendenza a informalizzare i rapporti, sovraespormi, eccedere il mio ruolo. Pensavo di supplire mancanze altrui, di arrivare ovunque, ma in diversi casi il guadagno è stato inferiore rispetto alle tensioni e alle dinamiche competitive che ho finito per instaurare.
Non dico che non ci sia comunicazione fra quello che faccio fuori da scuola e quello che faccio dentro, ma la performance dell’essere insegnante è pervasiva. Deve esserlo.
FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?
DM: È il senso di colpa ad avermi guidato verso l’insegnamento del sostegno, e lo stesso vale per la maggior parte delle scelte felici della mia vita. Non solo, in realtà. Alla fine del mio percorso conservatoriale sapevo che non avrei potuto aspirare al concertismo: non avevo né i soldi né il talento.
Considerando la mia intera giovinezza ipotecata per questo obiettivo, ho capito che non sarei mai stato felice insegnando chitarra senza affermarmi. Meglio ricominciare.
La colpa che mi ha guidato verso il sostegno? Essermi allontanato dalla mia classe, quella del proletariato/sottoproletariato provinciale, formandomi e facendomi addestrare a qualcosa che ha cronicizzato un’asimmetria fra me e le persone fra cui sono nato e cresciuto.
Sono il primo nipote laureato: per quanto possa essere ridicolo, l’essermi fatto spazio nella micro-borghesia pubblico-amministrativa fra i miei parenti è motivo di vanto (e distanza). Onestamente, lo è anche per me.
Durante i miei vent’anni, alcun* amic* hanno avuto problemi di dipendenza o salute mentale, si sono suicidat*, hanno saltato da un determinato all’altro, hanno perso la casa, si sono indebitat*. Il cursus honorum del mio milieu, il suo profilo peggiore. Io suonavo la chitarra con la borsa di studio, davo ripetizioni, visitavo Pordenone con le poesie nel libro. E mi sentivo un gran sofferente, alla faccia loro.
Diciamo che insegnare sostegno in un professionale estremo mi permette di alimentare due illusioni: la prima è quella di poter essere vicino, non diciamo utile, a persone che sento essere quelle della mia infanzia e adolescenza. La seconda è di fare – puerilmente, privatamente, mettiamoci tutti gli -ente – ridistribuzione.

CAPITOLO II. educazione e crescita
FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?
DM: La mia paura più grande è di tornare nella situazione economica da cui mi sono affrancato. Quella precarietà, quell’assenza di orizzonte, la continua ossessione per i soldi e per la ricerca di un lavoro, di uno sbocco: non posso tollerarlo.
È una paura che va affrontata su più fronti, diversificando.
Ad esempio dimenticandosi che ci aspetta un periodo di inverno demografico e macelleria sociale, a fronte di un trentennio di crescita economica inesistente (almeno in Italia). Oppure facendo finta che la pensione dei miei genitori nullatenenti sarà paragonabile, se consideriamo l’inflazione, a una minima attuale. O ancora sorvolando sulla questione climatica, destinata a far crollare il nostro sistema produttivo insostenibile.
O – banalmente – risparmiando, investendo, sottoscrivendo polizze per una seconda pensione, svolgendo secondi e terzi lavori. Come tutt* quell* che possono.
On top of this è necessario ignorare che dedicarsi all’investimento e all’economia del futuro implica, in varie misure, un’ulteriore compromissione con la dimensione estrattiva, coloniale e genocidiaria della nostra realtà. Volersi salvare, voler mantenere uno status è già un crimine.
FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri tuoi amici e colleghi del mondo poetico? Come è andata?
DM: Dove insegno tendenzialmente non si fa poesia, mancano le competenze e l’interesse: se ne trae una trama e la si racconta. Ho parlato all* student* del fatto che scrivo di letteratura, anche per trasparenza rispetto ai miei impieghi, ma non gli ho mai fatto leggere niente di mio.
Ho occasionalmente fatto leggere, in collaborazione con gli insegnanti di italiano e storia, autor* contemporane* al fine di condurre un’analisi del testo, senza che questo generasse un particolare coinvolgimento.
Non mi piace parlare con l* student* dell’importanza della poesia nella mia vita e nel mio percorso, perché generalmente non interessa a nessun*. Ne ho parlato con alcun* collegh*, ma cerco di tenere (ci sto lavorando) un profilo basso.
FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?
DM: Cerco di unirli quando ne ho bisogno, quando esporre la mia vita personale può avere senso educativamente, anche solo per creare un senso di familiarità, ascolto o rispecchiamento. Proprio per questo è difficile che parli di letteratura.
Semplicemente credo nella necessità del ruolo e nella possibilità di svolgerlo, non credo ci sia una persona “autentica” da mostrare e a casa e a scuola. Vince il piano relazionale.

CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri
FC: Ti reputi un buon maestro? Che differenze trovi tra fare il professore e fare il maestro, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?
DM: Un professore è un impiegato statale, il che significa che è sottoposto a una pressione normativa che, dall’Unione Europea alla singola azienda-scuola, ci si aspetta ne orienterà i comportamenti. A questo si aggiunge il peso dei dipartimenti e delle formazioni sociali e di potere all’interno delle scuole, più il ruolo dell’editoria scolastica.
In un campo così minato non è possibile essere Maestri, non è possibile avere un controllo diretto delle direzioni pedagogiche, dei metodi, costruire quel rapporto pericolosissimo di co-dipendenza e contaminazione che presuppone il rapporto Maestro-allievo. O meglio: non è possibile farlo legittimamene.
Quello del maestro-allievo è un mercato in cui le perdite e i guadagni sono vertiginosi, gli eventi cataclismatici.
Nella scuola i movimenti sono lenti, gli attanti si moltiplicano, gli obiettivi vengono strattonati da tutti i punti cardinali e agire, almeno per la mia poca esperienza, significa spesso compiere quelle poche azioni possibili una volta considerato tutto.
Oppure far saltare il tavolo, tenendo a mente che il colpo di testa individuale non garantisce nulla. Tutto questo per dire che tendenzialmente non faccio il Maestro, cerco di non catapultare tavoli e di mettere da parte i miei desideri e le mie aspirazioni in favore di una costruzione sociale dell’educazione.
FC: Esistono invece, secondo te, i maestri in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli e/o di porti tu in quest’ottica con qualcun*?
DM: Non lo so, io non ho mai costruito un rapporto simile con un* poet*. Ho avuto dell* protettor* a cui devo moltissimo, fra tutt* una insegnante di latino delle superiori che mi ha incoraggiato dopo la scuola, e Bill Dodd, anglista nascosto nella vallis eburnea casentinese. Ho però studiato alcun* poet* con venerazione, in alcuni casi a tempo indeterminato. È successo con Pascoli, Rosselli, recentemente con Broggi.
Non credo di poter essere un Maestro: mi manca la capacità di scommettere su quell’enorme presa di potere, distogliendo lo sguardo da inevitabili prevaricazioni, contaminazioni, spossessamenti. Anche nelle relazioni, lavoro soltanto fra.
FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?
DM: Io ho avuto due Maestri: Alfonso Borghese prima e Stefano Grondona poi. Sono due musicisti della chitarra, dico così perché chiamarli chitarristi significherebbe oscurare la miriade di interessi che li hanno attraversati e li attraversano.
Loro sonno stati ottimi Maestri, per me. Mi hanno chiesto tutto, mi hanno annullato, azzerato e mi hanno raccontato che avrei potuto andare su, più su, ancora più in alto. Accettando questo rapporto ho perso molto, ho avuto tantissimo, forse di più, anche se quello che ho sacrificato non potrò mai riaverlo.
Praticare qualcosa a questo livello, mi piace dire speculativamente, significa ridurre il proprio campo visivo a una fessura. In certi momenti le necessità, gli interessi, le persone che ci amano… Qualunque cosa può diventare un impedimento. Sono allucinazioni e non vanno fissate a lungo, bisogna continuare.
Per me avere un Maestro è stata questa cosa qui, di certo controversa e non universalizzabile, a cui non avrei rinunciato neanche potendo. Non so se possa esisterne una versione accettabile.

CAPITOLO IV. pubblico e politico
FC: Che valore ha per te il politico? Che differenza poni rispetto alla politica? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?
DM: Il politico è aperto dall’aver bisogno di energia per esistere e non poter produrre quell’energia in completa autonomia. Quella necessità di mangiare l’esterno (e non parlo solo di cibo) è il peccato originale, e anche al di là di questa accezione violenta, l’inseparabilità dall’altr* delimita il campo del politico.
Da qui anche la politica: un’amministrazione pubblica dell’orrore senza superamento, la gestione del conflitto irrisolvibile fra il bisogno di credersi nel giusto e l’impossibilità dell’innocenza nella materia.
Della politica intesa come prassi collettiva non sono mai riuscito a sentirmi parte, nemmeno se quella prassi era condotta al fianco delle persone che sento più vicine.
Il fatto è che mi è impossibile, riconoscendo come violenta la natura ultima del rimanere in vita e dell’inseguire il proprio desiderio, sospendere il disgusto per la mia insanabile ipocrisia. Questa consapevolezza mi congela, mi fa sentire vicino anche alle persone verso cui, secondo una più grossolana appartenenza politica e ideologica, dovrei contrappormi.
Cerco il più possibile di rendere visibile sia la costitutiva debolezza della mia postura politica, sia il carattere imperfetto e assolutamente a-normativo del mio indirizzo comportamentale. Quello a cui aspirerei è l’incarnazione, vorrei poter mostrare senza parole tutte le mie posizioni.
L’ambiguità e l’opacità risultante credo derivino da un sentire percorso dall’attaccamento alla vita e dal desiderio, e che pure non riesce a giustificare né il vivere né il desiderare.
FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del Poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico | dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?
DM: Politica è esistere senza averlo chiesto, chiamare altri ad esistere senza poterglielo chiedere, uccidere per nutrirsi, bruciare della legna, espellere delle feci. Se c’è un indirizzo politico in cui mi riconosco è quello oppormi a che la ricorsività di questi eventi ci impedisca di criticarli, soffrirli, rifiutarli.
Nel mondo pubblico, e a maggior ragione all’interno degli organi statali, e in massimo grado nella scuola, fabbrica d’identità, tutto ciò che permette la proliferazione, il consolidamento e l’esaltazione della vita umana nelle forme economico-sociali che attualmente si dà, viene preservato e incoraggiato, almeno a livello strutturale.
Nell’obiettivo di inclusione sociale, lavorativa, nella cura delle abitudini e nello sviluppo delle competenze c’è, ed è condiviso, un interesse verso la capacità del soggetto singolo di innalzare la propria condizione materiale, ma c’è anche un volto economico, e ancora dietro un volto troppo umano, e poi il vettore dell’eterotrofia, su fino alla natura infinitesimale.
Se c’è qualcosa di veramente antagonista nel mio privato è un tentativo di vivere senza legittimare nessun gesto, nessun obiettivo. Nemmeno se quel gesto o quell’obiettivo si muovono nella direzione di un’amministrazione più equa dell’orrore, di una diminuzione di presenza.
Di conseguenza, rifiuto la posizione di sentirmi adulto in contrapposizione a un* student* che “non sa cosa fa o cosa deve fare”. Il nostro desiderio, la nostra violenza è la stessa. In quanto insegnante, cerco solo di esistere il più decentemente possibile, e di non dimenticare che non basta.
FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?
DM: Circa la prima parte della questione credo di essermi già espresso. L’esposizione pubblica, almeno a scuola, dove le relazioni sono impari e l’abuso del capitale simbolico e di ruolo è dietro l’angolo, deve sempre porsi il problema di emergere in modo non prevaricativo, non modellante.
Questo non significa che non ci sia bisogno di un’educazione politica, ma questa deve essere portata avanti all’insegna della maggiore capacità di navigazione del mondo possibile. Ecco perché sono importanti gli studi documentati e i materiali derivati dalla letteratura accademica più verificabile. Se la neutralità non è raggiungibile e nemmeno auspicabile, è possibile insegnare a riconoscere i posizionamenti dietro ai discorsi falsificabili, o, al contrario, riconoscere la validità di una serie di dati anche se provengono da territori nemici.
Non posso scandalizzarmi rispetto all’orientamento o al disinteresse dell* student*, non c’è un salvagente, non c’è un potere. Posso confutare un dato che sono sicuro essere falso, far notare come una credenza non sia una verità. Ma non posso predeterminare un iter desiderabile.
Non servirebbe, del resto: l* student* sanno benissimo chi siamo, cosa pensiamo. Non è detto che ci reputino nel giusto. Questa è stata la lezione più grande che ho imparato insegnando a un’utenza multietnica e culturalmente dominata dalla destra identitaria, liberista e conservatrice. Tra l’altro, la maggioranza di quell’utenza ha il mio background economico.
CAPITOLO V. sì o no
Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:
Schifo o pietà?
la poesia come schifo? No
la poesia come pietà? Sì
La vera Letteratura?
la poesia come sesso? No
la poesia come hobby? No
la poesia come onore? No
la poesia come successo? Sì
la poesia come piacere? Sì
la poesia come dovere? No








